Carlo B. – Narrare Improprio

Archive for novembre 2009

Lista

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Seduto alla scrivania, contemplo la lista di cose da fare che troneggia sulla mia giornata. Ogni linea cancellata è una piccola vittoria. Ma rimane una lotta impari: per quanto cancelli, altre linee appaiono e si moltiplicano senza sosta. Dovrei smettere di cercare un ordine in quello che faccio e accettare che tutto ruota intorno al caso e all’opportunitá. Trovo peró un piacere perverso nella pagina pulita, chiara, perfetta, che sembra riassumere tutte le cose importanti. Non é cosí. La lista, al piú, é un’interpretazione, un’ombra della realtá. Sono forse in maggior numero le cose fuori dalla lista che non quelle dentro. Cose che la lista non sa nemmeno immaginare e che non si possono scrivere in una riga sola.

Mi piace peró l’illusione di senso e ordine, la compiutezza di un foglio con solo righe cancellate.

Written by Carlo

26/11/2009 at 08:38

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Post ingenuo per degli oscuri signori

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Written by Carlo

25/11/2009 at 21:14

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Tempo

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Credo che se non hai tempo per pensare, parlare, fumarti una sigaretta, andare in bagno, goderti una giornata di sole e sederti in silenzio c’e’ qualcosa che non va.

Written by Carlo

25/11/2009 at 15:04

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Alien Dancing

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Written by Carlo

23/11/2009 at 22:52

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Girovagando si incontrano perle

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Girovagando si incontrano perle per caso che ci sorridono e non chiedono nulla. Sembrano fuori posto ai lati dei viottoli di campagna che di solito costeggiamo così che ti viene da chiederti se per caso ti sia perso tu o loro. Il Blog di Angelo Ricci (Notte di Nebbia in Pianura) va raccolto e conservato e ammirato spesso, come le biglie che si trovavano per strada da bambini. E increduli di tanta fortuna, si tornava ancora e di nuovo ad ammirarle, quasi di nascosto, tirandole fuori con attenzione dalle tasche dei pantaloncini corti. Per voi qui, un assaggio:

“Pesca alle Rane

Dalle mie parti, una volta, si andava a rane. Si andava anche a caccia e a pesca, ma andare a rane era più bello. Lo potevano fare tutti, a qualsiasi ora e con poca attrezzatura. Bastava una canna da pesca, nemmeno tanto lunga. Non c’era bisogno né di mulinelli, né di ami o mosche o esche particolari. La prima cosa da fare era catturare una rana piccola, il ranino o ranén. Poi, con un bel colpo di forbice, le tagliavi la testa, legavi al filo il torso decapitato e, come un epigono di Galvani, cominciavi a farlo ballare nel calore umido e torbido dell’acqua di una risaia. E la altre rane arrivavano. Acchiappavano il ranino con istinto cannibale e le tiravi su. Per tenerle finché non arrivavi a casa, in attesa di mangiarle o fritte o in umido con la polenta, bastava metterle in un sacchetto di cellophane, come quello dei supermercati.
Un pomeriggio schiacciato dall’afa estiva, un paio di anni fa, mi trovavo a prendere un caffé nel bar-tabaccheria-trattoria-edicola di un paesino delle mie parti. Un paesino di quaranta anime (anime nel senso di Gogol e non di manga). Un paesino che ha pure una frazione, che di anime ne fa quindici.
Il proprietario era al telefono: -Per stasera, che ho gente. Mi raccomando. Sì, sì, va bene per quelle che vengono dalla Thailandia. E non troppo grosse, se no sembrano rospi e il cliente poi se ne accorge e poi non me le mangia.”
Dalle mie parti, una volta, si andava a rane.
Due libri: Pesca alla trota in America, di Richard Brautigan. La filosofia della pesca alla rana, di Sandro Soleri.

Pubblicato da Angelo Ricci su Notte di Nebbia in Pianura” 

Written by Carlo

23/11/2009 at 22:10

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Doccia

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Continuo a sentire in lontananza rumore di spari, ma non sono preoccupato. Qui ci sono cancelli e alte mura. Il vecchietto che mi cucina sembra non preoccuparsene neanche. Ha gli occhi cerulei e la pelle scura. Cammina lento, a piccole passettini. Eppure è ancora forte. Stamattina l’ho visto sollevare con agilità un sacco di patate da almeno 30 chili. Fuori dal cancello sembra tutto spento. Le strade, piene di tuc-tuc di giorno e di venditori ambulanti instancabili, sono ora silenziose e leggere. Dalla veranda si sentono le zampe dei cani randagi che cercano gli avanzi della giornata. Sembra impossibile che a pochi chilometri si spari e si ammazzi. Questa guerra a macchia di leopardo ti sorprende sempre. Ieri credevamo che gli sfollati sarebbero arrivati da Nord, mentre oggi si sono presentati dalla opposta. Tiri sù tende e le rismonti per rimetterle sù. Scavi pozzi, distribuisci lanterne a gas, sapone, secchi di plastica. Dopo i primi tempi non distingui più le facce. Diventano una massa unica che continua a moltiplicarsi all’infinito. Sembra di distribuire sempre le stesse scatole di cartone agli stessi disperati. Cambia la scenografia e il tempo in questo nostro piccolo circo che mettiamo su ogni mattina. Non so mai cosa rispondere a chi mi chiede: e ora cosa ci succede? Quando finirà? Chi ci darà da mangiare? Non lo sai, non sai niente, mai. Un po’ perché non devi sapere; un po’ perché il Governo non vuole che tu sappia. Distribuisci sapone, lanterne e secchi e il tuo mondo finisce lì. Per ogni blocco di sapone che dai via sono almeno 4 o 5 casi di dissenteria evitati. Per ogni lanterna a gas, 30, 40 pasti caldi che si cucinano. Ogni secchio porterà acqua ad una famiglia per sei mesi. Basta, non ti chiedi altro, non pensi altro. Come un monaco buddista guardi al tuo piccolo pezzo di montagna e cammini un passo alla volta verso la cima. Non ti guardi indietro né di lato, solo davanti. E mai in alto.

Fa caldo stasera. Sento sbattere sulla zanzariera le furiose mosche che mi annusano e non possono entrare. Decido di farmi una doccia calda e sciogliere anche questa giornata insieme allo sporco. Il piccolo bagno ha le stesse mattonelle che aveva in cucina mia nonna, forse 15 anni fa. Marrone chiaro con una povera felce disegnata al centro. Mi svesto della maglietta celeste e dei pantaloni lunghi color khaki e, guardandoli appoggiati alla finestra aperta, mi sento uno stereotipo che cammina. Mi mancano gli occhiali da sole e il cappellino e potrei essere uscito da una brochure per le adozioni a distanza. Entro e l’acqua spegne i pensieri. Mi scorre addosso senza domande o pretese. Non vuole nulla da me. Vuole solo correre via, giù nei tubi, verso il proprio fiume, verso il mare per poi ricominciare da capo sulle nuvole. A occhi chiusi sento una scarica di kalashnikov appena fuori dalla finestra, oltre il muro di cinta. Mi guardo, insaponato, nudo, dentro un box doccia di vetro. Respiro rapido, uscire e buttarsi a terra, restare immobili, urlare, tutte sembrano opzioni un po’ ridicole. Nel frattempo qualcuno fuori corre via, urlando frasi incomprensibili ai compagni o agli avversari e torna il silenzio. Chiudo gli occhi di nuovo e tremo un po’, cercando con le mani lo shampoo che è caduto dal portasapone lasciando uno sbafo blu sul vetro, come un arco o, penso indifferente, come uno sbuffo di sangue.

 

Trincomalee, Sri Lanka, 2007

Written by Carlo

22/11/2009 at 16:34

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Conflitto

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Si guardano in cagnesco per delle ore. Lo sguardo attento, cocciuto, scruta ogni capello , ogni pelo delle sopracciglia e del naso. Nel silenzio si sentono i loro respiri tirati e come un rumore di elettricitá statica. Sembra non abbiano altro da fare. Immobili, incagliati su un confine immaginario. Si parlano a volte, come se fossero lontanissimi, con freddo odio. Il piú grande crede d’essere superiore. Conta e riconta i centimetri e sorride. Il piú piccolo crede che sia facile aggirare l’altro di nascosto, veloce e agile come un gatto. Sbandierano i propri colori come martelli: rosso contro giallo. Oro contro sangue. Paprica e curcumina.

Non esiste nient’altro oltre quella contrapposizione perfetta. Non hanno amici o nemici. Sarebbero rimasti sempre cosí, in due, a progettare la fine dell’altro.

Written by Carlo

20/11/2009 at 13:15

Pubblicato su Racconti, Tempo

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