Carlo B. – Narrare Improprio

A mezz’aria

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Ci sono cose che si capiscono solo volando sopra l’atlantico, freddo, canadese. Si capisce la pazienza infinita delle hostess che non smettono mai di sorridere mentre sfamano e coccolano dei perfetti sconosciuti, lontane da casa e dalla vita mondana che sognavano. Si legge negli occhi delle poche sopra i 40 anni che ancora volano. A brevi intervalli, mentre siedono pesanti sui loro strapuntini nascosti, quasi luci di natale che si spengono solo un attimo, ma che buio e silzio incontenibili.

Si capisce anche la vanità degli uomini e il perché non ci sarà mai uguaglianza su questa terra. Noi seduti in business class che invidiamo quelli in Prima, ma ci consoliamo pensando ai poveracci in economy. Quasi dolciastro in bocca il sapore della falsa fratellanza, del sapere che siamo uomini di valore, per cui qualcuno si è preso la briga di pagare un biglietto costoso.

E si capisce anche la forza improvvisa delle lacrime, di questo nostro piangere cosí umano che da adulti si dimentica, si nasconde nei bagni o nei cuscini. Da dove viene? Cosa si rompe in testa quando non sappiamo trattenerci?

C’é una semplice veritá che sta dietro a cosí tanto di quello che facciamo, del nostro continuo cercare, dell’insoddisfazione. Proviamo ad allenarci, cerchiamo l’addomesticato benessere; ma alla fine rispunta da sotto la moquetta panna e i tappeti una constatazione: vogliamo essere eroi, artisti, politici che cambieranno il mondo. Che vogliamo essere Grandi.

Questa voglia la portiamo con noi ovunque e ci serve a sconfiggere la nostra piú grande paura: la morte, l’essere dimenticati, l’essere come se non fossimo mai stati. Piú cresce una, piú l’altra si gonfia. Ricordatemi, pensatemi, leggetemi, sembrano imperativi innocenti, ma suonano sinistri in bocca a un moribondo.

Nei pochi metri della carlinga si capisce come la natura abbia fatto uomini diversi. Alcuni inscatolano la loro voglia e la sotterrano profonda, giú nell’angolo piú buio del loro stomaco. Sono bonari, concentrati spesso su file excell coloratissimi, sensati e saggi. Hanno mogli e famiglie vocianti e sono quelli che fanno in modo che le nostre vite proseguano tranquille, calde, efficienti, sicure. Sanno che non saranno poeti o artisti, ma non gli importa che raramente: a Natale o verso i 50 anni.

Altri iniziano a correre,  sempre piú veloci. Ho visto trentenni in carriera lavorare 12 ora al giorno per mesi, come cani da corsa che rincorrono un finto coniglio sempre davanti a loro. Hanno preso la loro voglia e ne hanno fatto un mausoleo dove abitano, quasi sempre soli, in attesa che inizi la loro futura felicitá, dopo il prossimo aumento, la prossima promozione. Nelle sere buie, passate allo schermo, consumano i loro anni piú leggeri e a volte si perdono.

E poi ci sono quelli come me. Siamo un po’ come bisessuali, guardati con sospetto da tutti, gay e etero. Dondoliamo fra due estremi a seconda dell’umore e ci manca la costanza necessaria a chi decide a 20 anni che a 40 avrá un’impresa tutta sua. Eppure, non sappiamo neanche accettare davvero che sia tutto qui e che dovremmo solo aspettare tranquilli che gli anni passino, che i nostri figli diventino grandi e ci diano dei nipotini, che la pensione ci regali finalmente del tempo di cui non sapremo che fare.

Ed é ingannevole pensare a un noi perché, come in un gioco di scatole cinesi, si puó suddividere fra quelli che provano a domare la voglia terribile che li spinge, legandola all’amore per una donna, per una casa, e si convincono che quella é la felicitá e che in realtá non esiste l’ombra che inseguivano; che ogni successo vuole solo quello successivo;

e quelli che cedono e sono pronti a tirare pugni sul tavolo e ricostruire da capo un altro castello di carte, e ancora, con la stessa caparbietá. Ogni volta convinti che quel castello, quel mazzo, sia quello che avevano sempre desiderato.

Per un bravo sociologo, sarebbe facile creare tipologie di durata, intensitá, periodi di rottura e frequenza. Di certo, peró, non capiremmo di piú di quanto giá sappiamo adesso.

Quanto a me, quassú in alto, ho meno paraventi a disposizione. Guardo fuori dal finestrino all orizzonte. Ho voglia di tempo, fermo, mio, da usare per accontentare la mia voglia che da qualche mese mi stringe. Ho paura che, come respirare, non smetteró mai di oscillare. E che, da bravo, mi perda i momenti migliori preoccupato a cacciare fuochi fatui e fantasmi.

É nero, fuori e dentro il finestrino. Sento avvicinarsi a larghi passi un continente che ha fatto piú rivoluzioni di quante noi osiamo immaginare. Se ascolto bene, in silenzio, come un eco, sento il mio tempo, il mio bivio. Chiudo gli occhi e giuro, come i bambini: avró il coraggio di fare quello che voglio.

Mi ricordo che sul cellulare, tanti anni fa, avevo scritto: sono come sono. E come sono va bene. Quando l’ho tolto? E perché?

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Written by Carlo

11/11/2009 a 22:53

Pubblicato su Nero, Scelta, Tempo

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