Carlo B. – Narrare Improprio

Archive for dicembre 2009

Parallele

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Capita di camminare per anni e non accorgersi mai che qualcuno cammina con noi. Lo vediamo distrattamente, dietro a file di altre persone, a volte nascosto dalle macchine parcheggiate. Lo incrociamo con lo sguardo in uno spiazzo fra viuzze di paese, divise da schiere di casette basse color crema. O sotto un arco che divide un cortile da una piazza nel bel mezzo della capitale. All’inizio, ovvio, non ci facciamo attenzione. Rimane per noi un quotidiano setacciato via dalla coscienza insieme ai colori delle scarpe di tutti i passanti, i nomi dei campanelli che suoniamo e i titoli di coda dei film. E poi succede come per caso che al basso ventre ci prenda un’inquietudine strana, come se qualcosa non andasse. Un indizio sfuggente, un dolore tenue che subito sparisce. Non ci fai caso finchè non vedi che c’è qualcuno che ti segue, ogni giorno. Qualcuno che corre parallelo alla tua vita e che potresti essere tu se per un caso vi foste scambiati i ruoli, un tempo. E adesso probabilmente staresti guardando da questa parte con sospetto.

Verrebbe voglia di fare a ritroso tutti gli anni della vita per capire quale sia il primo bivio che ci ha separati e quando abbiamo smesso di essere quello per diventare questo. O invece se non ci siamo mai separati e l’altro sia solo il nostro riflesso. Ma che mai ti venga in mente di scambiarti di posto.  Ti ritroveresti ad appostarti di nascosto, agli angoli delle strade, per cogliere l’altro di sorpresa e rapirlo. A sognare ad occhi aperti cosa faresti nell’altra strada, nell’altra casa, costruendo storie sempre più articolate e senza senso.

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Written by Carlo

27/12/2009 at 12:00

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Rileggendo Calvino

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Rileggo dopo un po’ un brano dell’insuperabile Calvino. Ci ritrovo dentro questo scetticismo che, mio malgrado, sento crescermi dentro verso tutte le strutture complesse, verso gli insiemi di regole, uomini, volontá e potere che chiamiamo organizzazioni. Sono davvero tutte destinate a marcire nel tempo? Cosa le potrebbe salvare?

Le cittá Invisibili

“Non è detto che Kublai Kan creda a tutto quel che dice Marco Polo quando gli descrive le città visitate nelle sue ambascerie, ma certo l’imperatore dei tartari continua ad ascoltare il giovane veneziano con più curiosità e attenzione che ogni altro suo messo e esploratore. Nella vita degli imperatori c’è un momento, che segue all’orgoglio per l’ampiezza sterminata dei territori che abbiamo conquistato, alla malinconia e al sollievo di sapere ce presto rinunceremo a conoscerli e a comprenderli; un senso come di vuoto che ci prende una sera con l’odore degli elefanti dopo la pioggia e della cenere di sandalo che si raffredda nei bracieri; una vertigine che fa tremare i fiumi e le montagne istoriati sulla fulva groppa dei planisferi, arrotola uno sull’altro i dispacci che ci annunciano il franare degli ultimi eserciti nemici di sconfitta in sconfitta, e scrosta la ceralacca dei sigilli di re mai sentiti nominare che implorano la protezione delle nostre armate avanzati in cambio di tributi annuali in metalli preziosi, pelli conciate e gusci di testuggine: è il momento disperato in cui si scopre che quest’impero che ci era sembrato la somma di tutte le meraviglie è uno sfacelo senza fine né forma, che la sua corruzione è troppo incancrenita perché il nostro scettro possa mettervi riparo, che il trionfo sui sovrani avversari ci ha fatto eredi della loro lunga rovina. Solo nei resoconti di Marco Polo, Kublai Kan riusciva a discernere, attraverso le muraglie e le torri destinate a crollare, la filigrana d’un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti.”

Written by Carlo

16/12/2009 at 16:40

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Muto

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Chi ha il mondo come tela, ma non lascia nulla che duri se non una registrazione, potrebbe essere chiamato regista se lavorasse con le persone. Onirico solare Blu.

Written by Carlo

10/12/2009 at 13:46

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Finale

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Si avvicinano le feste, anche quest’anno. Meno di soppiatto del solito, verrebbe da dire. Si sentono nell’aria il freddo invernale e asciutto e, in lontananza, la neve che svogliatamente copre le cime oltre la finestra. É strano il Natale in un paese dove i cristiani sono minoranza, immaginavo.  Inveco no, ci sono le stesse luci e gli stessi fiocchi ai negozi. La voglia di vendere é piú importante.

E quest’anno si sente il cambiamento che si aggira silenzioso alle nostre porte sbarrate, aspettando tranquillo. Lo sa bene che prima o poi toccherá a lui. Non sono in generale un tipo lacrimoso, o almeno mi piace pensarlo. Non posso fare a meno, peró, guardando la mia scrivania, i miei colleghi, la mia tazza del caffé, di pensare che fra pochi giorni non saranno parte del mio quotidiano.  Che le mie giornate cambieranno spazi, tempi e abitudini.

Anche quello che non sopportavo, ora che sta per finire, mi sembra di vederlo in color seppia, o bagnato da un tramonto ambra che lo rende adorabile. Non che l’anno nuovo mi riservi chissá quali sorprese: guarderó per ore  un altro schermo, picchiando su un altra tastiera, in un altro ufficio. Aspetteró la pausa pranzo e la pausa sigaretta. Ma ogni gesto giornaliero dovrá cambiare: una passeggiata piú lunga fino all’ufficio, nuovi palazzi oltre le tende gialline, parole diverse nelle mie mail.

E persone diverse intorno a me. Nuovi abitudini da imparare, nuovi danze rituali che dovró padroneggiare e in fretta se non voglio, per errore, pestare i piedi ai nuovi capi, inimicarmi i nuovi colleghi, stranire le nuove segretarie. Sembra tutto cosí arbitrario. Quali siano i gesti giusti e le cortesie accettate. Fino a che punto si debba essere formali o informali. Chi lo decide? Qual é il criterio? Forse tutto sembra arbitrario se ne hai viste abbastanza versioni. Chi dice che i pantaloni siano da uomo e non un jallabia o un gonnellino di paglia? Perché stringersi la mano invece di abbracciarsi, o inchinarsi tre volte, o baciarsi in bocca, o leccarsi i capelli?

Ci sono due possibilitá: o il cambiamento é solo una carrellata veloce sull’infinito caledoscopio di possibile variazioni su un tema, tutte diverse, ma tutte uguali, moltiplicate all’infinito. O ha una direzione, cresce verso qualcosa, come le piante verso la luce. Nego con forza che noi abbiamo un qualche ruolo. Se lo avessimo, sarebbe colpa nostra quando non ci piacciono le nostre vite, quando siamo in un vicolo cieco.

Written by Carlo

10/12/2009 at 09:51

Pubblicato su Tempo