Carlo B. – Narrare Improprio

Archive for gennaio 2010

Antisbrodolo via http://www.al1.it/

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No, io dico, se non vi fa ridere questo allora non c’avete cuore.

(grazie Blogalone!)

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Written by Carlo

29/01/2010 at 15:54

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Lana

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Adorava il suo maglione di lana. Lo trattava come fosse una reliquia. Sempre lavato a mano e in acqua fredda. Aveva dei bei disegni scandinavi: rombi e blocchi rosso su bianco, con trilli di giallo sul collo e sulle maniche. Era un maglione morbido e caldo, fatto per climi difficili e per non lasciarti a tremare quando la situazione si metteva a brutto. Le piaceva metterselo in casa, la sera, davanti ad un film. Si sentiva meno sola. La lana era soffice e spessa, quasi rustica, e filata senza fronzoli: dritto e rovescio, dritto e rovescio, dall’inizio alla fine. D’estate lo metteva via, piegato e lavato, in un grande scatolone sul fondo dell’armadio e aspettava tranquilla la prossima neve.

Quell’anno pero’ c’era un filo che penzolava dalla cintola. Un sottile filo bianco, solitario. Certo normale, dopo tutto quel tempo, un filo tirato. Lo lego’ facendolo passare dentro ad un rovescio. Il giorno dopo il filo era di nuovo li’, un po’ piu’ lungo. Lo lego’ di nuovo, due volte. Ma il giorno dopo erano dieci centimetri di lana. E poi venti. Dopo una settimana la lana arrivava a terra. Tiro’ fuori i suoi vecchi ferri e l’uncinetto e si mise a rimagliare ad uno ad uno tutti i punti. Prima a maglia rasata, poi a punto legaccio. Distese di disegni su carta velina e telefonate alla Nonna esperta. Il filo era indomabile: per ogni rimedio quello trovava altri punti da distrarre, convincere che non valeva piu’ la pena. Che avevano tenuto anche troppi anni.

Si arrese. Camminava per casa con una lunga coda e quando incrociava uno specchio sospirava vedendo il maglione ritirarsi sempre piu’. I primi a sparire furono i grandi rombi rossi in basso, poi lo zig-zag. Li guardava scivolare via come si guarda un’armata in rotta. Seduta sul divano arrotolava a gomitolo la sua coda e sospirava. Presto le si vedranno i seni, piccoli dal freddo, dal quale non avra’ piu’ riparo, nascondiglio. Certo ci sarebbe quel negozietto nuovo in via del Corso. Non portera’ certo il lutto per un maglione.

Written by Carlo

27/01/2010 at 17:45

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Scelta

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Cosa vuol dire scegliere? Per quasi tutti la domanda non si pone. Cosa vuol dire parlare, o respirare? Continuamente scegliamo dove mettere i piedi, cosa mangiare a pranzo, a chi telefonare il venerdi’ sera. Un piccolo ometto seduto nella nostra testa preme con decisione uno di due bottoni, o muove una di due leve.

Mi dicono che invece studi dimostrano che non scegliamo. Che se ti fai una risonanza magnetica, quelli sanno gia’ 5/6 secondi prima che tu “decida” cosa deciderai. La chiamano “identificazione delle basi neurofisiologiche dei processi di scelta”. Basi neurofisiologiche. Fa quasi paura.

Povero il mio omino. Ci saranno i sussidi di disoccupazione nella mia testa?

Written by Carlo

26/01/2010 at 14:28

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Sguardi

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Strana gente si incontra per strada. Invece di camminare decisi e svelti, in linea retta, li vedi passeggiare avanti e indietro, cambiare direzione, gingillarsi alle vetrine. Quello che a me prenderebbe cinque minuti di passo, a loro richiede mezz’ora e tre piroette. Salgono sui muretti e saltano giu’, attraversano la strada quattro, cinque volte di fila. Sono diversi da noi. Come se non avessero preoccupazioni. Non si incontrano spesso, ma li riconosci subito. Sorridono anche il lunedi’ mattina.

Ieri camminavo sotto le loggie e me ne vedo uno che viene verso di me. Faccio per girarmi e dietro eccotene un altro. Allora mi sono messo da parte facendo finta di tirare fuori un documento dalla valigietta nera. Non so se succeda sempre, se sia una specie di saluto, un rito sociale. O se invece abbia asssistito ad un evento straordinario, unico. La legge dei grandi numeri mi fa pensare piu’ alla prima. Ma quando iniziarono a fissarsi, vicini che si potevano sentire i respiri, avrei giurato che ci fosse come un filo fra i due. Un lampo che passava da parte a parte. Chissa’ cosa si dicono, mi venne da pensare. Mi riusciva difficile togliermi la sensazione che parlassero di cose profondissime, quasi incomprensibili a  tutti gli altri. Tutto duro’ un minuto, poco piu’. Ci vorrebbe piu’ polizia, ecco. Che tempi.

Written by Carlo

25/01/2010 at 10:46

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Tetris

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Quando avevo cinque, forse sei, anni passavo quasi tutti i miei pomeriggi ‘a bottega’ cioe’ in negozio con mia nonna. Vendeva mobili mia nonna: cucine, camere, divani, madie. Sembrava di stare in una casa di folli: a che servivano quattro divani e tre cucine tutte insieme?

Accanto al negozio c’era la Casa del Popolo (e c’e’ ancora oggi). Era un piccolo bar sonnolento con un biliardo e tanti anziani sempre seduti. Per entrare si doveva passare da una piccola stanzina piena di ragazzi sui 15, 16 anni, dei quali ero terrorizzato. Ma sul retro, se resistevi, c’era ad aspettarti una serie di ‘giochini’, videogames, con uno schermo a 16 colori e le manopole rosse. A quei tempi non c’erano computer nelle case. E la novita’ era Tetris. Si dovevano pagare 200 lire (poi diventate 500) per giocare una partita di tetris. E io piu’ che giocare mi divertivo a guardare. Passavo ore intere incollato allo schermo a veder calar giu’ quei mattoncini colorati.

Il miglior giocatore era il figlio della parrucchiera. Bianco e magrissimo, con lunghe braccia disarticolate.  Non si lasciava intimidire da quella musichetta che ancora oggi mi fa sudare freddo. Ne’ perdeva la testa quando tutto accellerava, blocchi come piovesse, e ti sembrava che anche il tuo cuore, il tuo respiro dovessero correre piu’ veloci solo per stare al pari. Freddo, occhio disteso, muoveva i pezzi di qua e di la’ senza forzare la manopola, senza dare pugni al vetro. E quando perdeva, perche’ prima o poi a Tetris si perde per forza, boffonchiava qualcosa su quanto sia stronzo quello che butta giu’ i pezzi.

Io ho sempre pensato che lo dicesse in modo figurato, che lo sapesse bene che sono solo fili elettrici e transistors e non piccoli ometti a buttare giu’ i blocchi del tetris. Ma lui sapeva molto piu’ di me:

The God of Tetris

ps. se vi venisse voglia di giocarlo, guardate qua

Written by Carlo

22/01/2010 at 10:45

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E io che mi pensavo » Il millenovecentoottanta

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E’ strano che quando meno te l’aspetti, ti prende alle spalle il tempo che passa. Maledetto ritorno al futuro! Sara’ che fra qualche mese sono trenta?

E io che mi pensavo » Il millenovecentoottanta.

Written by Carlo

21/01/2010 at 09:53

Pubblicato su Cose Interessanti, Tempo

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Sole

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Dei tre che vedevo, uno solo zoppicava mentre gli altri procedevano spediti, fermandosi impazienti ad aspettarlo. Attraversarono lo spiazzo a scacchiera, pieno di rami e lingue d’ombra e sole. Sembravano un corto millepiedi con le ultime gambe come a rimorchio. Strani a quell’ora, quasi l’alba, vestiti di tutto punto, bastone e cappello. Quelli davanti aspettavano sempre meno e sbuffavano sempre di piu’ e poi tutti e tre sparirono dietro l’angolo.

Mi domando se non l’avranno lasciato solo, quel poveretto, prima di arrivare. Come la coda secca che le lucertole si staccano per scappare via, lo vedo agitarsi un po’ prima di sedersi al sole, sempre meno verde e piu’ marrone.

Written by Carlo

20/01/2010 at 10:03

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