Carlo B. – Narrare Improprio

Archive for febbraio 2010

Notturno

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E così è questo che rimane: nell’aria un po’ di polvere, un tramonto dal balcone e questa musica. Riprendo i gesti soliti come ci si rimette addosso un vecchio giaccone. Cucino, compro l’acqua, siedo ad una scrivania, batto su una tastiera, mi arrabbio, dormo. Eppure tutto ha un sapore diverso, come un cracker vecchio, un sedano vuoto dentro. Vedo nelle cose un’arbitrarietà che mi era sconosciuta. Quanto altro potrei fare, in quanti altri posti. Potrei mangiare mango invece di queste mele verdi che mi guardano sorprese dalla cesta in vimini. O vedere la neve tutto l’anno, cacciare renne e dormire su delle slitte. Fumo una sigaretta e il sapore non è lo stesso, più amaro, che si attacca in gola. Eppure è lo stesso pacchetto che mi ha aspettato sullo scaffale. Non rimane altro che accettare di essere io diverso, come un ragazzo che d’improvviso non ha più la voce da bambino, ma quella più profonda, scura, degli uomini.

Quante volte nella vita si diventa grandi? Quando avevo 12, 13 anni pensavo che a 20 si fosse decisamente adulti e a 30 vecchi. Che dopo iniziasse una distesa di tempo tutto uguale, senza decisioni da prendere, senza trasformazioni se non in incrementi: più capelli bianchi, più peli nel naso e nelle orecchie. A 20 pensavo che i 30 portassero figli, una famiglia, un lavoro e la saggezza che mi ricordavo nei grandi della mia infanzia. E adesso? Adesso capisco che ci sono dei gradini e una scala lunga tutta la vita. E che ogni volta che se ne sale uno non è senza perdite il passaggio. Che ad ogni nuova consapevolezza si aggiunge una vertigine più grande. Continuo a salire perché indietro non si torna. I miei biscotti preferiti di qualche anno fa adesso sembrano così ordinari. E le melanzane fritte che adoravo, nauseanti. Ma anche perché da quassù si vedono paesaggi sconosciuti fino a ieri, città che non avremmo potuto immaginare. E capisco che non c’è differenza di valore fra un gradino e l’altro. Ognuno sta sul proprio e ne fa il suo mondo. Quelli davanti a noi, che ci chiamano, sprecano fiato, quanto noi sprechiamo il nostro nel compatire quelli rimasti indietro. La loro vita è diversa, più ripida, più comoda o più difficile da salire. Né migliore, né peggiore. E in questo universo infinito di scale che mi sfrecciano affianco, mi perdo ad immaginare quante diverse vite ognuno di noi attraversa e come sia impossibile contenerle in un pensiero solo.

Il mio tavolo è d’improvviso piccolo e carico di oggetti che mi osservano. Libri, un posacenere sporco. Mi sento in balia della varietà del mondo, come se fossi una perlina colorata in un caleidoscopio. E allora guardo ben dritto l’orizzonte, cercando nel punto di fuga immaginario della prospettiva attuale i segni dei prossimi gradini, dei miei futuri compagni di viaggio. Mi aggrappo al filo rosso della mia identità che tiene insieme, per me, l’infinità delle cose che succedono. Brilla di un rosso vivo stasera, lo vedi quasi al buio. Lo osservo, ne tocco la trama grossolana, contento che sia qui accanto. Quasi un filo di Arianna al contrario, che invece di dirmi dove andare mi dice da dove vengo. E come sono arrivato qua. Ci leggo gli errori passati, le fortune, le scelte fatte e non fatte, gli incroci e i mancati incroci. E come tutto proceda senza una direzione stabilita, senza un letto di fiume che mi aspetta per portarmi al mare. Nei gesti che farò o non farò c’è quello che verrà.

E, nella continuità della vita, nulla va perduto. Spengo la sigaretta. Sorrido.

Written by Carlo

27/02/2010 at 23:03

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Oasi

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Camminava in silenzio, occhi al selciato. Sentiva sopra la testa le lampade di via de Servi che ora lo illuminavano, ora lo lasciavano blu scuro, come il resto della piazza in fondo e delle case. Le chiazze di luce erano piccole oasi in un deserto freddo, diverso da quello a cui era abituato. Strinse i pugni e non pensò al deserto vero, al caldo insopportabile. Doveva essere semplice, gli avevano detto, vai, molli la roba e ti becchi i soldi. Ma in quella stradina del cazzo non c’era nessuno. Erano due ore che andava su e giù. Come faceva a sapere se bisognava aspettare o sparire alla svelta. Mica era uno del mestiere. Se non fosse stato per l’affitto e quella stronza della padrona che se sgarrava di due giorni chiamava i vigili, col cazzo si sarebbe messo in questo guaio. Gli sembrava di essere come le pietre della strada. A volte felice, con un po’ di soldi in tasca, due giorni dopo al buio, sull’orlo di diventare un delinquente. Bastava nulla, una giornata a negozio che Ahmed non gli pagava, e non sapeva come sfangarla. Era come a casa sua. Se non pioveva erano tutti nei guai. E allora guarda in su e spera. Guarda in su e prega. Sputò a terra.

All’angolo apparse un tipo con un impermeabile. Gli passò accanto e si senti tirare indietro. Eccoci, pensò, ora mi ammazzano.

– Allora, ce l’hai? – gli disse quello

Tirò fuori una busta stropicciata e senza dire nulla continuò a camminare. Andava tutto bene. Ancora due oasi, ed era apposto. Saranno cinquanta metri, calcolava, e poi sono in piazza e nel buio chi mi vede. Guardava a terra e ascoltava il silenzio. Lampione, buio, lampione. Passarono due vigili e gli si fermò il cuore. Ridevano e si davano delle gran manate sulle spalle. Porca troia, pensò. Avrebbe voluto essere un sasso, uno dei datteri caduti a terra. Porca vacca. I vigili gli passarono accanto senza neanche vederlo. Buio, piazza, svoltare veloce l’angolo e poi correre fino a che non gli fanno male i polmoni. Non si vedeva i piedi tanto era scuro. Non sapeva neanche se stesse correndo o stesse fermo in un angolo, a maledire, a far finta di non piangere.

Written by Carlo

24/02/2010 at 22:19

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Ecosistema

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Faceva sempre un po’ impressione finire sottoterra, anche la decima volta, nonostante lui vivesse al buio per prepararsi. Nessuna candela, nessuna lampada e pesanti tende nere alle finestre. Gli bastava quel rivolo di luce che filtrava dalle fessure sotto la porta, dal lucernario. Si vestiva al buio, mangiava al buio, si lavava al buio. Tutto era nero o quasi. Ma quando scendeva laggiu’ il nero era diverso: piu’ silenzioso, denso. La differenza che passa fra un gatto domestico e una tigre. Ti prendeva allo stomaco e non mollava finche’ non te ne andavi. Lui aveva un piano intero da coprire, da solo. Non era piu’ come all’inizio, quando ti mandavano sempre in due.

Camminava a tastoni, sentendo il muro ruvido contro i guanti. Era lo stesso che continuava a toccare da due mesi, metro dopo metro, tanto che lo conosceva come le pareti di casa sua. Faceva in 8 ore venti metri quadrati di muro e il giorno dopo ripartiva sul lato opposto del corridoio. Prima di questo muro lo stesso corridoio era coperto di  sienite. Prima ancora di terracotta. Chi ci capisce qualcosa e’ bravo, pensava.

Perso in chiacchiere tutte sue ci mise un po’ a accorgersene. Tiro’ fuori il suo segnaposto e lo mise a casaccio. Stacco’ la mano e inizio’ a camminare deciso in mezzo al corridoio. Si vedeva in lontananza una luce. Figurarsi se gli credevano. Una luce e, sul muro grigio, del muschio. La’ sotto, in mezzo al nulla. Gli sembravano due amanti, avvinghiati l’uno all’altro in simbiosi. Senza la luce, addio muschio. E senza muschio a che serviva la lampada? O forse, penso’, sono prigionieri l’uno dell’altro: si guardano in cagnesco, non si parlano. O forse sono stati tutto: prima madre e figlio, poi moglie e marito, poi fratelli, poi nemici, poi sconosciuti, poi lontani parenti che si salutano per strada, poi conoscenti. Gli faceva tenerezza aver scoperto, laggiu’, da solo, cosa fosse una relazione che non puo’ finire.

Written by Carlo

23/02/2010 at 11:53

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Una serata fuori

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Capita che si incastrino una serie di improbabili situazioni e che la domenica sera parta bene. Ti trovi, non sai bene come, al contestaccio. In  una sera: sei corti inediti di registi emergenti, una big band blues di 12 elementi (e il cantante 80enne che e’ anche l’autore delle canzone “Crudelia Demon’ della Carica dei 101, si quella di Walt Disney), mojito, attori presunti e sconosciuti, la collezione completa di cappelli maschili, sciarpe, magliette colorate, capelli rasta.

E soprattutto, una compagnia che te la sogni. Due o tre amici, come quelli che si trovavano una volta, e gente che non conosci, aggregati vari. Una sera cosi’, e Roma, te la dovrebbe passa’ la mutua come cura.

Written by Carlo

22/02/2010 at 13:49

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Il Palo

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Dalle finestre si intravedeva la neve, ormai sconfitta, agli angoli delle strade. Un fiume in piena di ombrelli e buste transitava senza sosta, scontrandosi, mescolandosi caotico. Odiava la pioggia, specie la mattina. Se avesse potuto se ne sarebbe rimasto alla finestra, fumando sigarette e guardando soddisfatto quei poveracci che gesticolavano correndo per evitare gli spruzzi delle macchine. Era un venerdi di Novembre e nessuno aveva voglia di lavorare.

Dalla strada che lentamente si svuotava saliva un rumore, un borbottio, che gli sembrava di buon auspicio. Se c’e’ una vox populi, penso’, dev’essere questa. Alle dieci e mezzo passavano solo i ritardatari e le vecchiette della spesa. Un ombrello giallo canarino si era piantato sul marciapiede e lo guardava. L’uomo che ci stava sotto invece fingeva indifferenza. Dopo un paio d’ore, l’ombrello era sempre li’ e cosi’ dopo altre due. Non era un caso.

Scese giu’ in pantofole e si affaccio’ al portone, come se qualcuno avesse suonato. L’uomo dall’altra parte della strada lo guardo’ fisso negli occhi. Senza paura di farsi scoprire. Lui rientro’ svelto e tiro’ tutte le tende di casa. Era chiaro che aspettavano lui. Non ebbe il coraggio di uscire per tutta la giornata e quella sera, pur di non accendere le luci, ando’ a dormire alle otto.

La mattina dopo il marciapiede era vuoto. Sulla porta di casa c’era una rosa rossa e un bigliettino con un numero di telefono scritto a mano. “Chiamami” diceva e sotto in caratteri piccoli e incerti, “tuo, Marco”.

Written by Carlo

17/02/2010 at 13:37

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Pianto

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Piangeva, piangeva continuamente. Al mattino, appena alzata, sotto le coperte, mentre si faceva una doccia calda. Piangeva prima di addormentarsi e spesso anche in sogno. E i suoi sogni erano sempre lo stesso: camminava sola su una strada illuminata, in discesa. Intorno era buio, anzi non c’era niente intorno. Come se il mondo finisse dove arrivava la luce del lampione. E per quanto lei camminasse, la discesa non finiva mai, continuava dritta e ben illuminata per chilometri e chilometri, finchè non si svegliava piangendo. Ogni notte, per settimane, camminava fino a consumarsi le scarpe,  senza scoprire dove la discesa portasse o a che cosa. “Sto diventando matta” pensava. E col tempo iniziarono a pensarlo anche i suoi genitori, gli amici che non sapevano più cosa fare per consolarla. Lei voleva bene a tutti, parlava e ascoltava i consigli ragionevoli che le arrivavano da medici, parenti, preti. Ma era come voler cambiare il tempo con la forza del pensiero. Se piove, piove. E allo stesso modo, piangeva.

Written by Carlo

14/02/2010 at 11:12

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Staff meeting

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Siedo e annuisco. Non ci sono orologi alle pareti, ma sento il tempo che sta cambiando. Rallenta, deraglia. Riesco quasi a vedere la filigrana delle cose che si rilassa, diventa piu’ morbida. Il parlottio intorno al tavolo si trasforma in spuma rosa, mielosa, che riempe la stanza. Tutti sorridenti, impegnati, d’accordo con tutto. Le scarpe del mio vicino di sedia spariscono inghiottite, poi le caviglie, le mani, tutta la stanza come una piscina gelatinosa.

All’altro capo del tavolo qualcuno rovescia una tazza di caffe’ sui fogli in mezzo al tavolo. Ci alziamo, muovendoci al rallentatore, afferriamo i fazzolettini, spostiamo cellulari e in pochi minuti abbiamo domato il fiume nero. Guardo i miei appunti e le piccole macchie come costellazioni sconosciute. D’istinto, guardo il soffitto e sopra il cielo nuvoloso e ancora piu’ in alto l’orsa maggiore e il piccolo carro. Il tipo che ha versato il caffe’ mi sorride, furbo, e io con la biro mando in frantumi il mio bicchiere d’acqua. Alzandomi  faccio anche cadere la sedia che tira giu’ le giacche di tre colleghi, a mollo nella pozza di vetro. Loro si alzano rapidi come falchi, le giacche sono di marca, e non si accorgono nemmeno del filo del telefono.

Quando tutto si calma mi scuso. Almeno ora respiro.

Written by Carlo

12/02/2010 at 14:47

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