Carlo B. – Narrare Improprio

Faccio una lavatrice

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Ieri mi accorgo che le camicie iniziano a scarseggiare. Niente di piu’ semplice. La tecnologia. Faccio una lavatrice. L’ho fatta tante volte. Mi sono persino ricordato di comprare del detersivo per questa evenienza, in polvere, con bicarbonato, al profumo di pino silvestre, antiforfora.

L’elettrodomestico mi guarda e mi accorgo che e’ diverso. Non ci sono le manopole che conoscevo io, ha meno luci e pulsanti, sembra un po’ invecchiato. Sento un gelo di diffidenza che mi attraversa rapido la schiena. Ma figurarsi, penso. Due master, 5 anni di universita’ e non devo riuscire a fare una lavatrice? Mi avvicino alla manopola che sembra piu’ importante e,  a intervalli regolari, quasi in un orologio surrealista, ci sono tutte le lettere dell’alfabeto. A – Z. Nient’altro. Non un bicchiere d’acqua stilizzato, un vortice, niente. Rifletto. Il manualetto di istruzioni si e’ autodistrutto ed e’ introvabile.

Con logica ferrea mi dico che A sembra una buona lettera per iniziare. Ingenuo me. Erano le dieci di sera. Per le undici, undici e mezzo avra’ finito, penso. Logica ferrea. A mezzanotte continua a lamentarsi, sbuffando, fischiando, spruzzando acqua da un tubo improbabile. Ma sembra sapere cosa fa.  Avro’ scelto un programma molto lungo, mi dico. Ho fiducia nelle mie capacita’ e nella tecnologia. Vado a dormire, pensando, fra un po’ finisce e domani mattina, appena sveglio, stendo.

All’una e mezza inizio a sognare, un incubo. Sono in un lungo tunnel scuro e davanti a me vedo arrivare un treno o un camion forse che avanza lentissimo. A pensarci bene era piu’ una macchina da lavoro, una ruspa o uno schiacciasassi. Avanzava come se fosse zoppa, con un rumore claudicante di ruota a terra. Mi sveglio e il rumore e’ sempre li’. Sento le mia camicie sbattute con violenza, quasi rabbia. I bottoni che stridono come gatti contro il ferro del cestello. Crudele come poco altro. Tre ore e mezza mi sembrano troppo per una lavatrice. Aspetto un po’ e un fischio come di stazione mi avverte che l’elettrodomestico chiede ancora acqua. Come ancora acqua, penso io. Doverbbe centrifugare, scaricare, non voler ancora acqua. La mia sicurezza vacilla,  sono intontito dal sonno.

Aspetto, dieci minuti, venti, sono quasi le due. Fa un freddo cane e nel silenzio della notte la mia lavatrice si agita’ e strilla come un neonato. Basta, decido. Mi alzo, trascinando ciabatte e pigiama con me, vado fuori e forzo la manopola su zero. Spengo tutto, guardo tristemente le mie camicie ancora a mollo e l’oblo’ bloccato senza pieta’. Domani si vedra’.

Stamattina mi alzo fiducioso e assonnato. Affronto la lavatrice con spavalderia. Metto la manopola su Z (sara lo scarico? la centrifuga?) e aspetto. L’acqua comincia a defluire. Sospiro. Ho vinto, domato la bestia. E’ vero che la notte crea mostri che al mattino non esistono piu’. Vado in cucina, faccio colazione, sorrido.

Prima di uscire, torno e faccio per aprire l’oblo’. Tutto e’ in regola. La manopola non ticchetta piu’. Non c’e’ acqua. Allungo la mano e niente, quello rimane chiuso. Riprovo, alzo e abbasso levette. Chiuso. Tiro, forzo, piego, convinco. Guardo la lavatrice che mi guarda ed e’ chiaro che ha vinto lei. La spengo e riaccendo, sperando in un reset (con i computer funziona del resto).

Appena prima di uscire, giro la manopola e scelgo un’altra lettera, N. Facciamo finta che ieri non esista, le dico. Iniziamo da capo. N, accendo, ecco l’acqua, il fischio. La vedo scivolare giu’ dai tubi, nei fiumi e poi, sempre piu’ lontana, verso il mare, libera, mente le mie camicie sono prigioniere, qui accanto a me.

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Written by Carlo

04/02/2010 a 08:55

Pubblicato su Racconti

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