Carlo B. – Narrare Improprio

Il Grosso

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Erano le cinque di pomeriggio e iniziava quasi a piovere. Era una domenica invernale e i due bambini finalmente i nonni li avevano presi in carico. Mi era venuta voglia di fare un giro in centro che saranno stati degli anni che non ci passavo più. Uno sta in una bella città e non la vede mai. Camminavo tranquillo per il corso, mi guardavo le vetrine, sono passato dalla libreria e poi mi trovo davanti il Mulino. Il Mulino era la discoteca di quando c’avevo 15 anni. Mi venne subito in mente la prima volta che ci ero stato, di pomeriggio, di nascosto dai miei. Me tu guarda cosa ti fa pensare un po’ di tempo libero. Eravamo io, Paolo e Lorenzo. Paolo era in piena forma, la ragazzette gli facevano una corte che lui neanche si accorgeva lo scemo. Lorenzo aveva più paura di me, si tappava gli orecchi e io a dirgli, non ti tappare gli orecchi che ci guardano. A un certo punto mi sembra che provammo pure a ballare. La vergogna mi prese allo stomaco che manca poco vomitavo tutto il pranzo della domenica. Povero Paolo, che fine del cazzo poi. Ma non lo sapevo mica che il Mulino era ancora aperto. Magari ci andranno anche i miei figli fra una decina d’anni. Elena no, lei fino a 30 non esce di casa. Che poi si ha un bel dire, quando vogliono andare. Sono passati così veloci gli anni che non me li ricordo neanche tutti. Mi sembra di essermi laureato ieri e fra un po’ mi vedo arrivare un diciottenne con la sua macchinetta a prendermi l’Ele e portarmela qua.

Pensavo e guardavo la fila dei ragazzini all’ingresso e il buttafuori. Che poi sta cosa dei buttafuori non c’era di certo. Chi aveva i soldi per entrare entrava. Ora se non hai il giubbotto firmato ti fanno storie. Poi mi accorsi che il buttafuori lo conoscevo. Mi ci trovai quasi davanti e quello mi fa, Bruni! Grosso, gli faccio io. Era il mio compagno di banco del liceo, uguale a com’era allora. Più alto e vecchio, ma uguale. Ma che fai il buttafuori Grosso, gli dico. E lui mi fa tutto fiero, hai visto Bruni anche senza diploma mi son fatto strada. Che lui non si era mai diplomato, nonostante gli passavo praticamente tutti i compiti. Alla fine i professori non se l’erano sentita. Certo il Grosso non era proprio l’attrezzo più tagliente del capanno, ecco. Ma visto così, con la giacca e tutto, ti sembrava anche di successo. Faccio più soldi io di un ragioniere e giù a ridere, pacche sulle spalle che quasi mi stende. E poi le ragazzine, le devi vedere, cosa non fanno per entrare qua dentro, strusci, sorrisi. A me venne da guardare la fila e mi pareva impossibile che dicesse proprio quelle. Devi vedere il Sabato sera, quelle di 17, 18 anni: minigonne, trucco, sembra di stare a Rio. E poi non sai mai cosa ti capita, una sera c’è da fare a botte, un’altra arriva qualche pezzo della televisione. Non ti annoi neanche a volere Bruni. A me veniva da pensare all’Elena. A quell’ora stava guardando di certo i cartoni. Sentiamoci dai, mi fa, passa da qua che io ci sono sempre. Anzi, se vieni un Sabato ti offro l’entrata e anche da bere, ti tratto da signore. Grazie Grosso, magari poi ripasso. Io sto sempre qua, quando ti viene voglia non mi devi neanche avvisare. Quasi mi metto a correre verso la macchina e inizia proprio a venire giù che sembra grandine. E poi mi vennero le lacrime agli occhi per il Grosso. Era un buono, non se lo meritava mica di finire così. E invece che andare al cinema tornai a casa dei nonni.

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Written by Carlo

06/02/2010 a 19:35

Pubblicato su Racconti

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Una Risposta

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  1. A Fede, per la trama

    Carlo

    06/02/2010 at 19:39


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