Carlo B. – Narrare Improprio

Notturno

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E così è questo che rimane: nell’aria un po’ di polvere, un tramonto dal balcone e questa musica. Riprendo i gesti soliti come ci si rimette addosso un vecchio giaccone. Cucino, compro l’acqua, siedo ad una scrivania, batto su una tastiera, mi arrabbio, dormo. Eppure tutto ha un sapore diverso, come un cracker vecchio, un sedano vuoto dentro. Vedo nelle cose un’arbitrarietà che mi era sconosciuta. Quanto altro potrei fare, in quanti altri posti. Potrei mangiare mango invece di queste mele verdi che mi guardano sorprese dalla cesta in vimini. O vedere la neve tutto l’anno, cacciare renne e dormire su delle slitte. Fumo una sigaretta e il sapore non è lo stesso, più amaro, che si attacca in gola. Eppure è lo stesso pacchetto che mi ha aspettato sullo scaffale. Non rimane altro che accettare di essere io diverso, come un ragazzo che d’improvviso non ha più la voce da bambino, ma quella più profonda, scura, degli uomini.

Quante volte nella vita si diventa grandi? Quando avevo 12, 13 anni pensavo che a 20 si fosse decisamente adulti e a 30 vecchi. Che dopo iniziasse una distesa di tempo tutto uguale, senza decisioni da prendere, senza trasformazioni se non in incrementi: più capelli bianchi, più peli nel naso e nelle orecchie. A 20 pensavo che i 30 portassero figli, una famiglia, un lavoro e la saggezza che mi ricordavo nei grandi della mia infanzia. E adesso? Adesso capisco che ci sono dei gradini e una scala lunga tutta la vita. E che ogni volta che se ne sale uno non è senza perdite il passaggio. Che ad ogni nuova consapevolezza si aggiunge una vertigine più grande. Continuo a salire perché indietro non si torna. I miei biscotti preferiti di qualche anno fa adesso sembrano così ordinari. E le melanzane fritte che adoravo, nauseanti. Ma anche perché da quassù si vedono paesaggi sconosciuti fino a ieri, città che non avremmo potuto immaginare. E capisco che non c’è differenza di valore fra un gradino e l’altro. Ognuno sta sul proprio e ne fa il suo mondo. Quelli davanti a noi, che ci chiamano, sprecano fiato, quanto noi sprechiamo il nostro nel compatire quelli rimasti indietro. La loro vita è diversa, più ripida, più comoda o più difficile da salire. Né migliore, né peggiore. E in questo universo infinito di scale che mi sfrecciano affianco, mi perdo ad immaginare quante diverse vite ognuno di noi attraversa e come sia impossibile contenerle in un pensiero solo.

Il mio tavolo è d’improvviso piccolo e carico di oggetti che mi osservano. Libri, un posacenere sporco. Mi sento in balia della varietà del mondo, come se fossi una perlina colorata in un caleidoscopio. E allora guardo ben dritto l’orizzonte, cercando nel punto di fuga immaginario della prospettiva attuale i segni dei prossimi gradini, dei miei futuri compagni di viaggio. Mi aggrappo al filo rosso della mia identità che tiene insieme, per me, l’infinità delle cose che succedono. Brilla di un rosso vivo stasera, lo vedi quasi al buio. Lo osservo, ne tocco la trama grossolana, contento che sia qui accanto. Quasi un filo di Arianna al contrario, che invece di dirmi dove andare mi dice da dove vengo. E come sono arrivato qua. Ci leggo gli errori passati, le fortune, le scelte fatte e non fatte, gli incroci e i mancati incroci. E come tutto proceda senza una direzione stabilita, senza un letto di fiume che mi aspetta per portarmi al mare. Nei gesti che farò o non farò c’è quello che verrà.

E, nella continuità della vita, nulla va perduto. Spengo la sigaretta. Sorrido.

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Written by Carlo

27/02/2010 a 23:03

Pubblicato su Nero, Scelta

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