Carlo B. – Narrare Improprio

Archive for marzo 2010

Sorpresa

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Passano gli anni come nuvole sopra le montagne. Uno non si accorge neanche che i trenta sono alle porte. Cosa e’ successo? Come siamo arrivati qua? Gli amici iniziano a sposarsi, avere figli, cosi’ lontano da te ancora giovane, giovanissimo. E poi un sabato sera a un tavolo sei il piu’ vecchio. Tutti stagisti, apparte te. Tutti sotto i 22 anni, apparte te. Ragazzi simpatici, inteligenti, alla mano. Si parla di politica, di futuro, di sogni e di ragazze.

Eppure c’e’ scritta nell’aria una differenza. Sono solo io che la vedo? C’e’ una paratia, leggera, fatta di bolle di sapone, che ci divide. Discutono e a me tornano in mente frasi dimenticate: quando lavorero’, quando andro’ via di casa, quando mi comprero’ una macchina. Va bene, ho capito, non e’ piu’ il mio posto questo. Sono contento di non essermene accorto a 45 anni, quando ormai fai solo ridere.

Written by Carlo

31/03/2010 at 15:02

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Racconto lungo/5

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Conto’ 9 coppie. Non gli sembravano poche. Metodico, per una settimana, tutte le sere si affaccio’ alla finestra. In media, 5 coppie a sera, 10 il venerdi. Voleva sapere del resto del paese, avere un’idea piu’ chiara. Quante coppie c’erano a Casazza ? Il lunedi, al tramonto, si infilo’ degli occhiali, un cappello scuro e il lungo impermiabile che non usava mai. Cammino’ per quattro ore muovendosi fra i giardinetti pubblici, la pista da pattinaggio, il muretto e il bar principale. Teneva in tasca un bloc notes dove annotava, ogni mezz’ora, quante coppie incontrasse, che eta’ avessero, se litigassero o si tenessero per mano. Ogni sera, per due settimane, catalogava i fili amorosi di Casazza. Quelli singoli, doppi, intrecciati, da tagliare. In media c’erano 10 coppie sui trentanni, 15 fra i venti e i trenta, e una ventina fra i ragazzini adolescenti. Quelli erano quelli che si baciavano di piu’.

– E sono poche o tante ? – gli chiese il Sindaco

– Non lo so – disse Marco – Ma dammi un paio di settimane –

Il Sindaco intravide un lampo torvo nello sguardo del nuovo investigatore, come un presagio, ma non aveva il tempo di preoccuparsi. Nelle settimane successive Marco spariva per dei pomeriggi interi, tornando solo a sera tardi, con fogli pieni di strani segni dai colori diversi e dalle grafie disparate. Li teneva in quattro cartelline colorate : giallo paglierino, verde, blu e nera. Ognuna chiusa a chiave in un cassetto della sua scrivania. La moglie pensava che avesse un’amante, i figli che giocasse ai cavalli. Si barricava nel suo studio ogni notte, fino all’alba, a calcolare, imprecando davanti al computer. In realta’ aveva messo su una potente rete di ragazzini spia che vagliavano tutte le piazze, i bar, i giardini dei quattro comuni intorno a Casazza. Quasi trenta scapestrati segnavano nomi, cognomi, eta’ di tute le coppie della vallata. E riportavano a Marco. Non c’era serata romantica che sfuggisse agli occhi dei ragazzini, neanche a quelli coperti di capelli che Marco aveva scoperto si chiamassero emo. Era come uno specchio degli amori, dei tradimenti e delle riconciliazioni quello che andava accumulandosi. Una sfera di cristallo degli animi. Ma non era gratis. I ragazzini volevano la loro paga e Marco segnava al comune piu’ pranzi e benzina di quanti ne potesse consumare, senza preoccuparsene. Aveva le spalle ben coperte.

Una sera incrociava coppie, numeri di uscite, baci e produceva grafici, distribuzioni gaussiane dei sentimenti. Fogli excell di 150 righe e venti, trenta colonne. A vederlo da lontano sembrava un cimitero di piccole x nere, rosse, blu, una scacchiera senza scampo. Gli venne quasi da ridere quando, dopo tanti sforzi, si accorse che Casazza era perfettamente nella media. Ci si amava allo stesso modo, con la stessa passione. Si usciva un numero comparabile di volte, si litigava con la stessa frequenza. Eppure negli altri comuni non si divorziava. Fracca aveva 9 matrimoni e una separazione. Pretto 10 e nessuna separazione. Qualcosa non quadrava. Se tutti erano innamorati piu’ o meno come dovunque, cosa succedeva a chi si sposava a Casazza? Perche’ proprio qua avevano deciso di mettere a rischio il buon nome del paese? Fu allora che nel cuore di Marco si insinuo’ il dubbio, nel silenzio della notte, come una musichetta impertinente che nasce dai flauti, e poi cresce, gli archi, i timpani, fino a coinvolgere tutta l’orchestra. E a qual punto la devi dire, te ne devi liberare:

– E se non fosse un caso ? –

(continua…)

Written by Carlo

30/03/2010 at 15:01

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Ossi di Seppia

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Sono piccole cose che rimangono. Di tutte le migliaia che ci passano per le mani, dei milioni che vediamo, sono quelle piu’ semplici che tornano su, inattese.

La copertina di un libro, rossa e bianca, spessa, riporta la luce di un pomeriggio. Una vasca blu dove mi crogiolavo, senza schiuma, e un senso di stupore per come mia Mamma mi avesse regalato Ossi di Seppia di Montale.

Mi rivedo immerso in acqua, fino al mento, con il libro aperto. L’umidita’ irrigidi’ la copertina, disegnando piccole bolle. E mi scopro a pensare a mia madre, alla quale somiglio cosi’ tanto, e dalla quale e’ stato difficile affrancarsi. Il libro e’ stato forse il primo regalo da adulto, il primo che mi dicesse: adesso vai, tocca a te, vai e vedi un po’ come funziona. Che non tutto e’ facile, allegro, la’ fuori.

Se rileggo quelle poesie adesso, specie quelle famose, mi sembrano pretenziose. Come si parla del male di vivere? Si puo’ senza sembrare melensi, o ridicoli, o irrispettosi? Eppure allora, a me adolescente, mi sembravano le chiavi verso i segreti del mondo. La voglia di infinito che prende a quell’eta’, da dove viene? Solo smania di crescere? O forse una breve finestra fra l’essere in grado di capire il mondo e l’averne paura? Come i pedoni di inizio novecento che conoscevano le automobili, ma ancora non sapevano del pericolo che portano per chi passeggia.

Written by Carlo

26/03/2010 at 16:47

Racconto lungo/4

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(precede)

Casazza sedeva su un crinale che portava dai monti fino a valle, una decina di chilometri più in basso. Era tutta attaccata a una strada che divideva il paese in due e che, da quando avevano costruito l’autostrada, era sempre vuota. Un paese tranquillo. I filari di cipressi costeggiavano la strada, a coppie, scuri e silenziosi. Erano l’unica concessione alla malinconia. Iniziavano appena fuori la piazza e, a fatica, continuavano fino allo stradone sterrato, in alcuni punti vicinissimi, a pochi metri gli uni dagli altri; fuori dal paese più radi, sospettosi, di campagna. Alcuni con gli anni si erano ammalati e erano morti, tagliati per non far ammalare i vicini. Quei vuoti facevano risaltare ancora di più la linea ininterrotta che portava fino alla Villa dei Bettoni.

Il Sindaco passeggiava spesso, contando i passi da un cipresso all’altro. Un po’ gli piaceva esplorare quel suo piccolo mondo e un po’ doveva farsi vedere dai suoi elettori. Così diviso a sezioni di cinque, dieci passi, tutto sembrava semplice e facile da controllare. Arrivato alla piazza, si voltava e iniziava in senso contrario, senza cambiare passo o pensieri. Lungo la strada lo fermavano spesso con richieste di aiuto, di lavoro, di favori. Per abitudine, rispondeva a tutti cortesemente, ma senza dire mai nulla che potesse essere preso per un impegno, anche vago, a fare alcunché. Eppure tutti erano convinti che quelle loro chiacchierate servissero a risolvere questioni in sospeso. Quando, settimane dopo, la burocrazia faceva il suo corso e arrivava una raccomandata, una risposta, correvano dal Sindaco a ringraziarlo per l’interessamento. Lui aveva buon gioco nello schernirsi, nel negare, nel fingersi modesto.

Appena fuori dal paese incontrò la nebbia densa dell’autunno. La strada si fece vaga e riusciva a malapena a vedere i propri piedi. Non si accorse neanche della macchina che stava parcheggiata in uno spiazzo appartato. I finestrini della Mercedes erano appannati, ma non abbastanza per nascondere dentro la Mara, che lui aveva sposato pochi mesi prima, abbracciata a un uomo. Non a suo marito. Al Sindaco si strinse il cuore e si voltò, quasi correndo.

***

Marco aspettava un’idea nell’oscurità del proprio salotto, mettendo in fila, una dopo l’altra, le sonate di Beethoven. Sfogliava svogliatamente una rivista. Si era preoccupato per tutta la vita di questo piccolo paese aggrappato alle montagne. Aveva vagliato centinaia di progetti, case, negozi, strade, senza mai prendere una bustarella. L’aveva visto crescere sulla carta prima ancora che nella realtà. E l’aveva difeso dagli speculatori, da chi voleva farne un dormitorio per la città. Conosceva le regole e sapeva giocare. Ma i giovani di Casazza erano terreno estraneo. Se l’immaginava come un’epidemia. Il contrario di cupido doveva aggirarsi per queste colline, rapido come un virus che passa di bocca in bocca. Si alzò per cambiare il disco che girava a vuoto. Dalla finestra vide una coppia abbracciata alla luce del lampione. Scese e senza pensarci si avvicinò. Erano infreddoliti dall’inverno e si tenevano le mani sotto i giubbotti.

– Se volete entrare vi apro il portone e vi mettete sulle scale. Giù ai garage non ci va nessuno a quest’ora. –

I due lo guardarono un po’ incerti.

– Grazie signore – disse lui, mentre si incamminavano. Le scale portavano su le voci sussurrate e le risa. A Marco sembrava un buon segno. Si accese una sigaretta osservando la fila dei lampioni e vide altre due coppie poco più giù, ugualmente giovani e infreddolite. Sulle panchine a sinistra altri due abbracciati e, in fondo, quasi alla fine della strada, due motorini l’uno di fianco all’altro. Sembra di essere in un vecchio telefilm, pensò Marco. Guarda come sono tutti innamorati. E giovani. Accidenti a loro se sono giovani.

(continua…)

Written by Carlo

23/03/2010 at 22:19

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Solamente

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Siamo davvero semplici. Nonostante l’impalcatura, siamo cuccioli affamati, spaventati dal buio. Cerchiamo il contatto con gli altri come si cerca il calore della pelliccia materna. ‘Ridete con me, portatemi con voi, non lasciatemi solo’.

E non abbiamo memoria. Come la fame, la voglia dell’altro non si acquieta al ricordo dell’ultimo pranzo. Non voglio essere solo adesso. Poco mi importa che non fossi solo ieri. Basta un niente, una sera troppo lunga, la pioggia fuori, una frase non detta, e un’inquietudine ci prende alla gola. E stringe.

A differenza degli animali, abbiamo inventato modi ingeniosi di distrarci. Letture, musica, film, serie televisive. Sono come i racconti che si facevano attorno al fuoco, con gli stessi personaggi che ritornano per mesi, anni, e che impariamo a conoscere e riconoscere. Mi chiedo se negli anni a venire le nuove Iliadi e Odissee non saranno forse le varie serie holliwoodiane (Scrubs, Six feet under, Dr. House, etc).

Ma rimane il punto interrogativo, nero, inarrestabile: dove sono tutti? Perche’ non sono qua? Con l’andare degli anni uno incontra sempre meno persone con cui ama passare il tempo. Diventiamo piu’ complessi, meno disposti ai compromessi, piu’ esigenti. Eppure non impariamo mai a stare soli. E, nella dicotomia che ci accompagna, oscilliamo fra alti e bassi, allegrie e momenti bui.

Written by Carlo

23/03/2010 at 14:49

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Racconto lungo/3

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(precede)

Marco Fossi aveva 50 anni e sedeva alla stessa scrivania da almeno 23. Era uno della vecchia guardia, entrato giovane per concorso con un diploma da geometra e assunto come dipendente. Quando arrivavano i nuovi lo guardavano come fosse una statua greca, un sopravvissuto della grande guerra. Per loro quelli a tempo indeterminato appartenevano a un altra specie. Amava la musica e sulla scrivania teneva un piccolo registratore; e odiava la Chiesa, specie quella che aveva conosciuto da bambino: buia e soffocante. Si dilettava a leggere filosofi atei del Novecento e sottolineava i passaggi che gli sarebbero tornati utili. Sorrideva all’idea di andare a cercare il parroco e fare il buon amico.

La Chiesa fuori era allegra, semplice, di un colore solare. Dentro spartana. Le panche in legno scuro avevano lo stesso colore delle travi del tetto, un marrone nero, severo, senza motivi per sorridere. Sembravano messe apposta a ricordare che qui non si scherza. Per forza vincono loro, pensava Marco: gli promettono il paradiso e noi terra sudicia. Don Giulio entrò quasi di corsa con la sua aria bonaria, guance rosa e pancia, uscito da una pubblicità natalizia.

– Don Giulio! Quanto tempo. –

– Tanto, Marco. Voi mangiapreti! – rise di gusto Don Giulio. Entrarono in canonica, per non disturbare il signore con le chiacchiere, disse il prete. Don Giulio tirò fuori il vin santo dell’anno prima e i cantuccini secchi. Buoni, seduti come si faceva una volta, solo a chiacchierare. Marco si guardò le mani e fissò Don Giulio che sospirò preoccupato.

– Don Giulio, tu lo sai che sono qua per un motivo –

– Noi preti siamo stupidi – disse – ma non pensare che siamo cechi –

Si sentiva il tic-tac dell’orologio a muro, una vecchia patacca di plastica. Don Giulio era molto più bravo ad aspettare le parole degli altri e non sembrava a disagio in quel silenzio.

– Il sindaco sta facendo uno studio sulle coppie a Casazza – disse Marco. Odiava improvvisare. Ma come non gli era venuto in mente di prepararsi una storia?

– E ci farebbe comodo sapere quanti matrimoni avete fatto quest’anno. E se qualcuno abbia, come dire? –

Don Giulio lo squadrò da capo a piedi, come se lo vedesse ora per la prima volta. Appoggiò le mani sul tavolo e iniziò a tamburellare un valzer in tre tempi. Tum -tum- ta, tum-tum-ta. Tirò fuori da un cassetto un libro polveroso, tutto scritto a mano. C’erano dentro i matrimoni di Casazza dal ’68, milleottocento ovviamente.

– Altro che studio, Marco – disse. Sfogliava le pagine distratto, seguendo le sue mani veloci, lo spessore della carte. – Solo quest’anno, dodici annullamenti – disse e poi a occhi bassi Don Giulio – e questi sono solo quelli che vogliono l’annullamento. Gli altri. – e fece un gesto vago nell’aria che poteva voler dire qualsiasi cosa.

Marco contò i matrimoni da Gennaio. La polvere gli bruciava occhi e naso. Ricontò, più volte, di nuovo. Una leggera inquietudine lo prese al basso stomaco. Don Giulio lo guardava senza più sorridere. Era chiaro ad entrambi che qualcosa non andava. Il gatto della canonica saltò sul tavolo appena in tempo. Si salutarono frettolosi e senza cerimonie. Nella stanza rimase il registro aperto all’ultima pagina, ancora bianca, già sfumata nell’oscurità.

(continua…)

Written by Carlo

20/03/2010 at 17:27

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Sulla natura delle decisioni e le differenze di queste dalle chiacchiere

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Va bene, lo ammetto. Sono un chiacchierone. Mi piace parlare, fare progetti ad alta voce, anche squinternati, immaginare possibili scenari e le verie opzioni collegate. Con una coppia di amici, che sospetto amino questi voli pindarici quanto me, in una sera siamo in grado di progettare almeno quattro, cinque viaggi diversi in Borneo, in Giappone, Africa. Viaggi che non si realizzano mai.

Ultimamente, chi mi conosce di persona, si e’ preoccupato che questa mia tendenza stia ingravescendo. I progetti diventano sempre piu’ complessi e articolati, li arricchisco di particolari, faccio piani concreti e ne parlo come fossero realta’. Ho iniziato a disinteressarmi del mio lavoro, faccio tardi in ufficio, sono distratto, mi trascino alle sei di pomeriggio aspettando solo di andarmene. Esco poco e passo molto tempo a leggere o a pensare, fumando sigarette come noccioline. Se non fossi dentro la mia testa, penserei anch’io: ‘sto tipo e’ depresso o disturbato. Alla larga!

La verita’ e’ che fino ad adesso, nessuno aveva chiamato il mio bluff. Giocavo tranquillo, convinto di potermi sempre tirare indietro. Che ci fosse sempre la’ fuori il mondo come l’avevo lasciato e che bastasse un passo per tornare indietro. E invece. Invece ti accorgi che ti piace questo mondo, sghembo, senza futuro, disordinato. E, ammettiamolo, anche piu’ scuro, solitario, incerto. E te ne accorgi quando qualcuno dice: vedo, forza, tira giu’ le carte.

E le carte sono che lui ha un lavoro da offrirti e che tu sai fare. Un lavoro per cui ti sei smazzato l’universita’, due master, anni di gavetta e posti poco raccomandabili. E tu hai niente. No, non niente: un’idea. Ecco, questo si’, un’idea, un piano e (se ti senti in vena e romanticone) una speranza. Verrebbe da pensare che la partita e’ chiusa, che ci siamo divertiti, pacche sulle spalle e bicchieri vuoti sul tavolo verde. Ma che e’ ora di incassare le fiches e iniziare a ragionare. Grazie della bella serata, ragazzi.

Porca santa, invece cosa succede? Quelli ti fanno: guarda che vinci tu. Nel mio poker mentale vince quello che voglio davvero. E mi spavento di brutto a scrivere: Vi ringrazio per la vostra offerta, ma sopravvenute ragioni personali mi impediscono di accettare. Cordialita’. Cordialita’? Chi scrive mai cordialita’ in una mail? Chi rifiuta un lavoro cosi’ senza un’alternativa che ti paghi le bollette?

Queste sono le vere decisioni forse. Quelle che sorprendono anche te, anche mentre le pensi, mentre le dici, le fai, pensi: ma che cazzo sto combinando? Eppure non ti fermi, vai avanti, il tuo corpo si muove, la tua bocca dice le parole, o le dita le scrivono. Da dove vengono quei gesti? Chi li mette in moto? Se fossimo nati in Asia ci verrebbe da dire che seguiamo la via del Tao, la naturalezza, che andiamo con la corrente. Ma qua?

Ti viene voglia di stappare una bottiglia di vino e brindare al nuovo viaggio. Che non hai iniziato tu, che non sai dove ti portera’ (ne’ se ti portera’ da qualche parte). Viaggio in cui sei come uno imbarcato per sbaglio, che stava solo portando a bordo la segale e non ha fatto in tempo a scendere. Bello pero’ il mare. Guarda. E certo, anche terribile il mare. E faticoso. Ma anche bello. Infinitamente.

E cosi’ si cambia vita. Viene da ridere a quanto sia semplice alla fine, un nulla. Un silenzio.

Written by Carlo

19/03/2010 at 11:58

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