Carlo B. – Narrare Improprio

Sadhu

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Aveva gli occhi grigi come un gatto. Guardava quello che gli stava intorno immerso in una fitta nebbia. Si scordava di mangiare, o bere, per giorni.

– Maestro, non bevete da ieri – gli dicevo io. Lui si stupiva e prendeva la mia borraccia con curiosità, come un giocattolo. Sedeva in meditazione mentre io giravo con la ciotola nelle case dei contadini. Quelli volevano che gli recitassi le benedizioni e io non mi facevo pregare. Purché ci dessero un po’ di riso.

Aveva dei capelli lunghi e sporchi, avvolti in spirali dure come la terra. Da quando camminavamo insieme, quasi sei anni, non l’avevo mai visto lavarli né prestargli alcuna attenzione. Erano un’erba che gli cresceva in testa senza fastidio. E lui non ne dava a loro. Recitavamo dei mantra la sera e quelle erano le rare volte in cui sentivo la sua voce. Non posso dire di volergli bene, lui si arrabbierebbe. “L’attaccamento causa infelicità poiché tutto è impermanenza”. Me l’aveva fatto ripetere ogni giorno per i primi sei mesi, ma io so di non essere un buon discepolo. Segretamente, quando vedevo che non mangiava, mi preoccupavo perché avevo solo lui in questo ciclo. E per questo scrivo, per illudermi di non averlo perso e di poterlo riavere qui al mio fianco, in silenzio.

Aveva forse 80 anni l’estate che arrivammo a quel letto di fiume, secco, asciutto. Era prima del monsone e c’era solo sabbia gialla e calda. Si distese al centro e chiuse gli occhi. Rimasi ad aspettare per tutto il giorno e poi andai a cercare un po’ d’acqua e riso. Il giorno seguente non si mosse e così per una settimana. Mi avvicinai e mi accorsi che era morto, rigido come legno bruciato. Non aveva fatto un rumore. Rimasi sulla sponda per altri due giorni. Meditavo come facevamo insieme, recitavo i mantra, lo guardavo disteso, immobile.

Ritorna lento il sentire, pensavo. Come acqua in secchi fiumi. Iniziava il monsone e apparve un rigagnolo scuro, poco più che fango, portando una malinconia leggera. Tutto è entrare nell’esistenza, passarci attraverso, cambiare e uscirne. Dalle montagne veniva un rumore di cavalli, come cascate. Arriverà presto a valle l’acqua di questo monsone, non c’è altro modo. Aspettavo, osservando il fango. Venne un nuovo fiume, e portò con se il mio maestro, fino al mare, oltre Kanpur e Haldia, e ancora più in là. Lo vedevo scivolare giù, in profondità silenziose e buie. E per quanto mi sforzassi, non trovavo nessun conforto nel sapere che non era lui ciò che affondava.

Lascio questa pergamena sotto ad una roccia qualsiasi, senza segnarla o contare i passi che la separano dal bordo della foresta. Non la leggerò, né in questo, né nei miei prossimi cicli, i molti che ancora mi separano dalla liberazione. Questo uomo tutto indaffarato e dalla mente dispersa afferra la Morte, che passa come un’alluvione, e porta via il villaggio addormentato.

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Written by Carlo

08/03/2010 a 21:45

Pubblicato su Racconti

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2 Risposte

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  1. Va bene, lo ammetto. Mi sono fatto influenzare da quella sottilissima infarinatura di filosofie orientali che sono riuscito a mettere su. Non me ne vogliano quelli che ne sanno davvero.
    Mi piaceva l’idea di qualcuno che sa bene di essere ancora molto lontano dal perfetto distacco dalle cose, come siamo un po’ tutti noi, non ancora illuminati.

    “Come un’alluvione trascina via
    un villaggio addormentato,
    così la morte rapisce
    chi è intento a cogliere
    i fiori del piacere,
    immerso nel sonno dell’inconsapevolezza.”
    Dhammapada (“Cammino del Dharma”, testo del Canone Buddhista)

    Carlo

    08/03/2010 at 21:58

  2. Il cammino dell’uomo è un’avventura e si presenta in miriadi di sfilacciature diverse! Ne accadono di cose strane…! Ciao!

    melacandela

    15/03/2010 at 16:35


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