Carlo B. – Narrare Improprio

Racconto lungo/4

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(precede)

Casazza sedeva su un crinale che portava dai monti fino a valle, una decina di chilometri più in basso. Era tutta attaccata a una strada che divideva il paese in due e che, da quando avevano costruito l’autostrada, era sempre vuota. Un paese tranquillo. I filari di cipressi costeggiavano la strada, a coppie, scuri e silenziosi. Erano l’unica concessione alla malinconia. Iniziavano appena fuori la piazza e, a fatica, continuavano fino allo stradone sterrato, in alcuni punti vicinissimi, a pochi metri gli uni dagli altri; fuori dal paese più radi, sospettosi, di campagna. Alcuni con gli anni si erano ammalati e erano morti, tagliati per non far ammalare i vicini. Quei vuoti facevano risaltare ancora di più la linea ininterrotta che portava fino alla Villa dei Bettoni.

Il Sindaco passeggiava spesso, contando i passi da un cipresso all’altro. Un po’ gli piaceva esplorare quel suo piccolo mondo e un po’ doveva farsi vedere dai suoi elettori. Così diviso a sezioni di cinque, dieci passi, tutto sembrava semplice e facile da controllare. Arrivato alla piazza, si voltava e iniziava in senso contrario, senza cambiare passo o pensieri. Lungo la strada lo fermavano spesso con richieste di aiuto, di lavoro, di favori. Per abitudine, rispondeva a tutti cortesemente, ma senza dire mai nulla che potesse essere preso per un impegno, anche vago, a fare alcunché. Eppure tutti erano convinti che quelle loro chiacchierate servissero a risolvere questioni in sospeso. Quando, settimane dopo, la burocrazia faceva il suo corso e arrivava una raccomandata, una risposta, correvano dal Sindaco a ringraziarlo per l’interessamento. Lui aveva buon gioco nello schernirsi, nel negare, nel fingersi modesto.

Appena fuori dal paese incontrò la nebbia densa dell’autunno. La strada si fece vaga e riusciva a malapena a vedere i propri piedi. Non si accorse neanche della macchina che stava parcheggiata in uno spiazzo appartato. I finestrini della Mercedes erano appannati, ma non abbastanza per nascondere dentro la Mara, che lui aveva sposato pochi mesi prima, abbracciata a un uomo. Non a suo marito. Al Sindaco si strinse il cuore e si voltò, quasi correndo.

***

Marco aspettava un’idea nell’oscurità del proprio salotto, mettendo in fila, una dopo l’altra, le sonate di Beethoven. Sfogliava svogliatamente una rivista. Si era preoccupato per tutta la vita di questo piccolo paese aggrappato alle montagne. Aveva vagliato centinaia di progetti, case, negozi, strade, senza mai prendere una bustarella. L’aveva visto crescere sulla carta prima ancora che nella realtà. E l’aveva difeso dagli speculatori, da chi voleva farne un dormitorio per la città. Conosceva le regole e sapeva giocare. Ma i giovani di Casazza erano terreno estraneo. Se l’immaginava come un’epidemia. Il contrario di cupido doveva aggirarsi per queste colline, rapido come un virus che passa di bocca in bocca. Si alzò per cambiare il disco che girava a vuoto. Dalla finestra vide una coppia abbracciata alla luce del lampione. Scese e senza pensarci si avvicinò. Erano infreddoliti dall’inverno e si tenevano le mani sotto i giubbotti.

– Se volete entrare vi apro il portone e vi mettete sulle scale. Giù ai garage non ci va nessuno a quest’ora. –

I due lo guardarono un po’ incerti.

– Grazie signore – disse lui, mentre si incamminavano. Le scale portavano su le voci sussurrate e le risa. A Marco sembrava un buon segno. Si accese una sigaretta osservando la fila dei lampioni e vide altre due coppie poco più giù, ugualmente giovani e infreddolite. Sulle panchine a sinistra altri due abbracciati e, in fondo, quasi alla fine della strada, due motorini l’uno di fianco all’altro. Sembra di essere in un vecchio telefilm, pensò Marco. Guarda come sono tutti innamorati. E giovani. Accidenti a loro se sono giovani.

(continua…)

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Written by Carlo

23/03/2010 a 22:19

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