Carlo B. – Narrare Improprio

Archive for aprile 2010

Goodbye Tirana

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Ci sono leggi che si applicano alle più disparate sfaccettature: le domeniche pomeriggio da adulti sono noiose quanto i pomeriggi al mare da bambini; gli aquiloni sono meno divertenti dei palloncini a elio che volano da soli; i vecchi si lamentano della vecchiaia e i politici promettono tutto. Sono piccole certezze che resistono al passare degli anni, alle esperienze che accumuliamo come scarpe vecchie in fondo ai cassetti. E che ci aiutano nel setacciare la mole degli avvenimenti quotidiani per tirarne fuori quelle due frasi che racconteremo se qualcuno ci dovesse mai chiedere cosa abbiamo fatto ieri.

Le partenze non sono da meno. Obbediscono alle regole delle partenze. Quando arriviamo da qualche parte (un paese nuovo, all’università, in un nuovo ufficio) non conosciamo nessuno. Camminiamo per strade vaghe, tutte uguali e irriconoscibili, senza avere nessuno a cui telefonare per un caffè, per una cena. Poi con il tempo, a fatica, tendiamo le nostre reti sociali che si gonfiano di nuovi conoscenti, poi amici, che hanno altri conoscenti e altri amici. Di solito a metà del soggiorno (che sia una settimana o tre anni) conosciamo tutti, nuovi arrivati, vecchie glorie, personaggi storici, locali giusti, mosse segrete, tutto. E poi il tempo. E alla fine del ‘soggiorno ‘(o poco prima) ci accorgiamo di non conoscere più nessuno. I nuovi arrivati non interessano perchè non avremo mai tempo (e diciamocelo, voglia) di attaccare bottone. I vecchi non ci sono più, sospinti in avanti dall’ssere lì prima di noi. E quando facciamo le valigie, ci prepariamo ad andarcene, di tutte le reti costruite con amore e pazienza non rimangono che brandelli slabbrati, distanti. (Volendo, a essere esistenzialisti, si potrebbe dire lo stesso delle nostre vite. Qualcuno mi raccontava di una vecchia signora che diceva che doveva morire perchè tutta la gente che conosceva stava ormai al cimitero)

Quindi, goodbyeTirana.

Parto per un paio di settimane di vacanza in cui scriverò quando posso. E no, non mi sono scordato che ho una storia a metà, con le gambe in aria: pazienza, pazienza.

Written by Carlo

25/04/2010 at 20:37

Pubblicato su In-splora

A casa, finalmente?

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Ora, io speravo di scrivere un bel pezzo riflessivo, sull’effetto che fa tornare a casa dopo tanto tempo. Un pezzo da commuoversi con piccoli aneddoti simpatici che scaldano il cuore quasi come guardare Cinema Paradiso. E invece da quando sono tornato a casa me ne sono capitate di tutti i colori. Anzi, dal giorno prima. Un messaggino mi dice che una persona cara è in ospedale, incidente.  Porca putt… Torno in Italia e solo oggi riesco a respirare dal naso, dopo un’influenza cum sinusite da favola. Vabbè, fa niente, uno si riposa. Ho passato i primi due giorni Italiani a letto. Vabbè, che vuoi che sia. Mentre ero a letto sento un rumore secco, aspro, come un ramo che si spezza in giardino. Non era un ramo, era una macchina che ha deciso di appoggiarsi a 5o km all’ora al mio muretto di cinta che, dal canto suo, non l’ha presa bene. Ora devo chiamare muratori, avere preventivi, etc. Vabbè, non si è fatto male nessuno. Finalmente penso di non essere più contaggioso e vado a trovare la mia amica in Ospedale (come faccia a sorridere anche adesso è un pregio più che un mistero). Tornando mi fermo ad un bar per un panino, non ho pranzato. Hanno finito i panini. Vabbene, fa niente, mi prendo un gelato. Fa già caldo da primavera qua. Il tempo di sgranocchiare un magnum ricoperto di cioccolata bianca e sono di nuovo in macchina pronto a tornare a casa. Infilo la chiave, giro e niente. Non un suono. La batteria non ha resistito ai 3 minuti in cui avevo lasciato lo sportello aperto. Vabbene, che fa, bastano i cavi, e un vecchietto gentile che parla, parla, mi rimprovera, mi spiega come vadano tenute le macchine, di come abbia trascurato la mia (e mi ha appena conosciuto. Se sapesse quante cose trascuro in realtà!). Torno a casa e mi consolo pensando che lunedi parto per una bella vacanza in giro per l’Europa, a trovare amici, a esplorare la sconosciuta Irlanda, la grigia Bruxelles, la fredda Oslo. Poi, guardando un telegiornale, scopro di un vulcano Islandese.

E’ bello quando tutte le cose ti dicono: bentornato!

Written by Carlo

21/04/2010 at 09:57

Pubblicato su Cose Interessanti, Racconti

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Di corsa

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Scusatemi, ma in questi giorni sembra che tutti quelli che dormivano fino adesso si siano svegliati. E a me tocca correre.

Written by Carlo

09/04/2010 at 16:36

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Racconto lungo/6

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(precede)

La mattina dopo Marco uscì presto di casa, saranno state le sette. Comprò il giornale e delle brioche calde e suonò il campanello a sua nonna. Nonna Gianna era vecchissima. Non usciva di casa da almeno cinque, sei anni. Camminava con un bastone e per la maggior parte del tempo se ne stava in poltrona, circondata da cuscini, foto e sciarpe di lana a metà. Nessuno conosceva i pettegolezzi di Casazza meglio di lei. Il suo salotto era un fiume in piena di anziane signore, governanti, lattai e droghieri che parlavano, sussurravano a mezza voce, scuotendo la testa. Nonna Gianna sedeva al centro di tutto e sola poteva confermare le dicerie con particolari nuovi, che le arrivavano da altre fonti, incrociando, facendo riscontri. Diceva sempre che i pettegolezzi ad uno ad uno erano senza senso, ma tutti insieme erano la verità.

Marco odiava i pettegolezzi. Gli sembravano l’anticamera della prigione, il surrogato delle catene. Erano, anzi, più pericolosi ancora. Strisciavano invisibili nelle case, dietro alle tende scure, sotto le lenzuola, nei letti e negli angoli bui dei parchi. Tenevano prigionieri gli uomini più delle mura. Gli tremavano le mani quando suonò il campanello e quasi rovesciò il vassoio di paste ancora prima di entrare. Il salotto di Nonna Gianna era semplice e spartano in tutto, tranne nelle fotografie che ricoprivano le pareti e gli scaffali. Foto di sua madre, suo padre, dei loro fratelli, dei suoi cugini. Tutta la sua famiglia lo guardava sorridente, ben vestita e silenziosa.

– Nonna dimmi un po’ – iniziò Marco rimestando un caffè nerissimo. – Ma perché Gianmaria si è separato? –

– Tesoro – disse la nonna sorridendo – e come faccio a saperlo io? Sono una povera vecchia a cui nessuno racconta nulla. E quel poco che raccontano, lo dimentico. –

La crema delle brioche le cadde sul tovagliolo di stoffa ricamato con un ‘plaf ‘sonoro.

– Certo, Gianmaria non teneva gli occhi aperti, neanche da bambino – disse – o non sarebbe andato in giro così spesso –

– E la Mara, com’è andata con la Mara? –

– Eh, quella sì. Se il marito l’avesse tenuta di più a casa –

La nonna lo guardò a lungo, in silenzio. Gli occhi squadravano il nipote per decidere se ci si potesse fidare.

– Certo, io non faccio pettegolezzi. A me le cose le raccontano, fosse per me non starei neanche a sentire – si morse il labbro – ma se a Casazza non ci fosse il biondo, ci sarebbero più bambini.-

Il biondo era il più giovane dei Bettoni. Aveva si e no trentanni ed era sempre abbronzato, anche a Natale, e sempre elegantissimo. Girava con dei macchinoni lucidi, senza aver mai lavorato in vita sua. Per mezzogiorno, Marco aveva scoperto che nelle separazioni dell’ultimo anno c’era sempre di mezzo lui. Con le donne direttamente, con gli uomini come compagnone da locali notturni, da scappatelle allegre che poi arrivavano alle orecchie delle mogli. Non era il tipo da sposarsi, ma certo era il tipo giusto per divorziare. E i Bettoni erano all’opposizione in consiglio comunale. E i più grandi costruttori di Casazza.

(continua…)

Written by Carlo

05/04/2010 at 13:34

Pubblicato su Racconti

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