Carlo B. – Narrare Improprio

Archive for maggio 2010

Domenica pomeriggio

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La domenica pomeriggio non promette mai niente di buono. E’ quasi sinonimo di noia. Mi vengono in mente i pomeriggi al mare, con in sottofondo il rumore dei motori di Formula Uno alla televisione, ipnotici. Nei piccoli paesi c’è come un vuoto: non si  vedono persone, non passano macchine. Il sole a picco scolora le case, gli alberi, consuma tutto con più ferocia. Sembra che sia un interludio del reale che aspetta l’aperitivo delle sette per ricomnciare a ruotare, battere, muoversi.

E invece oggi no. E’ iniziato per gioco: mio padre da giovane era un fotografo. Amatoriale, beninteso. Ma serio: sviluppava le sue foto, aveva una camera oscura (di cui ricordo solo il lungo lavello in ceramica bianca), e aveva varie macchine. Mi prende quasi di sorpresa, mio padre. Sono abituato a pensarci diversi e c’è voluta una domenica pomeriggio per sbattermi in faccia che una cosa in comune ce l’abbiamo. Sono sceso in quella che oggi è una lavanderia piena di lenzuola e detersivi. E nella pancia di un mobile seminascosto ho trovato una reflex Konica TC-X, due polaroid (una a colori e una bellissima che faceva solo bianco e nero) e una macchinetta da ragazzi, blu, a fuoco fisso, quasi un giocattolo. Per quanto mi sforzi, della macchinetta blu non ricordo proprio niente. Eppure doveva essere mia per forza, un regalo di compleanno immagino. Mi sono preso tutto e ho passato un paio d’ore a pulirle. Ho tolto delle pile consumate dagli acidi, verdi e aspre. Ho ripulito dalla polvere le lenti, mi sono letto i libretti d’istruzioni che da soli varrebbero lo sforzo. Uno (della polaroid b/n) dice: “Foto di paesaggi: […] Aggiungete qualcosa di interessante in primo piano. Qualcosa di grande o massiccio, posto a lato della fotografia, crea un’impressione di profondità”. Che differenza c’è fra una cosa grande e una massiccia? Una grande lo è per dimensioni e una massiccia per consistenza e portamento?

Più di tutto però mi sono perso dietro ad una piccola foto che è caduta dal fondo della scatola. E’ uno scatto in bianco e nero, penso della polaroid Land Modello 20. Si intravede una ragazza seduta, con dei lunghi capelli tenuti da una fascia. Ha dei calzini bianchi fino al ginocchio, bordati di scuro. E delle scarpette nere con una fibbia. Si appoggia ad un mobile bianco e tiene le mani intrecciate, chiusa l’una sull’altra. C’è un tappeto per terra con delle greche geometriche intorno. Tutto il resto è sparito, sbiancato dagli anni. Chi è? E quando è stata scattata la foto? E perchè? Il bianco che sembra invadere il piccolo rettangolo da nord ovest, in linea retta, insieme cancella e costruisce. Se si vedesse tutto, probabilmente sarebbe stata un’altro ricordo di famiglia, saltato fuori per caso. Così invece è un piccolo mistero domestico, un segreto involontario. Lo riempio io, immaginando un’amante di mio padre giovane, o una lontana cugina, o una sconosciuta vista per caso e troppo bella per non potarsene dietro un’immagine. Basterebbe chiedere ai miei, ma sarebbe barare.

Mentre metto via tutto, mi accorgo che nella mia macchina blu c’è un rullino a metà. Avranno almeno 20 anni quegli scatti. Chissà se la luce non sia in qualche modo arrivata al negativo, se gli agenti chimici non abbiano corroso tutto. Ma che regalo poter andare da un fotografo domani e fra una settimana vedere cosa scattavo allora, se davvero ero io e non qualcun’altro, a premere il pulsante di scatto.

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Written by Carlo

30/05/2010 at 21:58

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Il cellulare

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Ammetto che mi sono accorto tardi che stava diventando un rapporto morboso. Fino al 2007 (potei essere anche più specifico: fino a quando per il mio lavoro dovevo essere reperibile giorno e notte) il cellulare si accendeva appena sveglio e dormiva quando dormivo io. La notte o mi cercavano sul fisso oppure niente. Chissà come facevo. E se succedeva qualcosa d’urgente?

Da allora il mio cellulare è sempre stato acceso. Notte, giorno, domeniche, Natali, capodanni. Se contassi quanti messaggi mi sono arrivati o che io ho mandato saremmo di certo nell’ordine delle migliaia. Il mio ultlimo cellulare, quello che mi tiro dietro, mi dice che ho 6147 minuti e 55 secondi di chiamate per un totale di 3342 conversazioni. E’ con me dal Natale 2008. Quindi in 2 anni o poco più ho passato 102 ore e mezza al telefono. Quattro giorni e rotti.

Stamattina quando mi sono svegliato il telefono mi diceva: “Nessun messaggio da leggere, nessuna attività, nessun appuntamento futuro, giovedì 27 maggio 2010”

Sono rimasto un po’ a pensare se questa fosse una cosa buona o un problema. Se ripenso a sei mesi fa, non mi sembra neanche la stessa vita. Sempre lo stesso cellulare squillava in continuazione, scaricava email a decine, leggeva messaggi, teneva a mente riunioni, incontri, scadenze. E allora mi sembra una cosa ottima. Ma se penso a fra sei mesi, mi spavento un po’. Cosa succederà? Se dovesse continuare a dirmi le stesse cose per un altro anno, o due, mi piacerebbe? Non sono sicuro. E’ eccitante avere le tue giornate solo per te, poterne fare quello che vuoi. E ne ho bisogno. Non mi forzo a fare niente, neanche cose piccole. Se mi va mi alzo, se non mi va sto a letto. Se mi va lavoro un po’ sulle foto, se non mi va no. Se mi va mi cucino, esco, vedo gente. Se non mi va faccio l’orso, non apro le persiane, poltrisco davanti alla tv. Ma a volte passano i giorni e ti chiedi dove siano finiti.

In un altro momento sarei stato preoccupatissimo. Avrei pensato che ci fosse qualcosa che non va in me o in questa routine. Mi sarei sentito solo, frustrato, inutile. E a volte succede, lo ammetto con candore. Ma più spesso mi sembra di vedermi come uno stagno in cui l’acqua è tutto fangosa. Il mio stare fermo è solo un modo per farla decantare e lasciare il tempo al fango di posarsi al fondo. Sono curioso di vedere cosa rimarrà. Di che colore è l’acqua, se ci sono pesci, cosa si vede. E il mio telefono mi guarda silenzioso e scuro dal tavolino. E’ attaccato al caricabatterie e sembra un cane al guinzaglio. Si chiede cosa stia succedendo. Dove deve aver sbagliato per essere relegato spesso in un angolo, quasi mai osservato e sempre in silenzio. Mi immagino rimpianga i bei vecchi tempi e si senta un po’ come le cose vecchie, i giocattoli che i bambini cambiano per giocattoli nuovi.

Written by Carlo

27/05/2010 at 11:27

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Preludio n.1

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Ci vuole silenzio, ma non serve altro. Si srotola da solo, come un’architettura semplice, come un lungo tappeto stretto che scavalca la porta di casa, corre giù dalle scale, continua per strada e attraverso i campi verdi, il grano giallo, la neve bianchissima. Ci fa così piccoli, tutti stretti attorno al fuoco, a guardare nell’oscurità che ci circonda e che a tratti, qua e là, rivela i contorni di una montagna, le sponde morbide di un lago. Sospensione magica del tempo, ora così sensato, ordinato, che non fugge via come goccie di pioggia, ma scorre lento, quasi impercettibile. Risveglia cose sopite e quasi dimenticate in fondo ai nostri ricordi, accarezzando quello che abbiamo di più nascosto. E per un attimo ci sembra di scioglierci insieme a tutte le cose, di amalgamarci alla vibrazione del mondo, di entrare finalmente in risonanza con tutte le cose ultime, vere, irrefutabili che abitano gli spazi inimmaginabili a noi vietati. Dura un minuto, forse due. E poi, come un ospite ben educato, ci lascia, per paura di disturbare. Per non scompaginare troppo la nostra giornata piena di impegni improrogabili. E nel silenzio che segue – nuovo, più profondo – vediamo i resti di quello che avremmo potuto essere. Delle cose grandi che non sappiamo più immaginare da soli. Va ascoltato in due, se possibile. Nella solitudine profonda che l’ultima nota si tira dietro viene voglia di stringersi, di abbracciarsi. Il fuoco spento e noi, al buio, a prendere per buono quello che ci passano gli occhi. Sospesi a metà, non sappiamo neanche bene dire fra cosa.

Written by Carlo

21/05/2010 at 20:48

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Un albero

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Piantare un albero è sempre un gesto epico. Si pensa agli anni a venire, alle radici, le foglie, che continueranno a fare ombra, a crescere. Si pensa forse ai figli che si distenderanno all’ombra di una chioma possente, appongiandosi ad un tronco adulto, forte. Ma raramente si pensa che qualcosa potrebbe andare storto. Che il nostro albero potrebbe crescere brutto, seccarsi.

Ieri ho abbattuto la mia quercia. E’ bastato un attimo. Era piccola, ossuta, non faceva più foglie da quasi due stagioni. Solo alcuni virgulti in basso, vicino al tronco. Io mi ero rifiutato di tagliarla con la segreta speranza che fosse un male passeggero. Che bastasse dargli un po’ di tempo. Invece no. Il tronco si era tutto gonfiato, come le gambe dei vecchi, flaccide. E la corteccia da grigia era diventata nera. Quando abbiamo tagliato i rami, quasi non hanno fatto resistenza. Sembrava di tirar via dei bastoncini di cartone. In dieci minuti avevamo finito. Rimane solo un cerchio sul terreno, di legno chiaro. Lo guardo bagnarsi alla pioggia di oggi e mi domando se non avremmo dovuto tirarlo via, se non abbiamo lasciato le cose a metà. Quelle radici ancora la sotto, come cavi elettrici nelle case in disuso, che ancora dormono nei muri.

Il nostro ottimismo sulle cose della vita ci serve per andare sempre avanti, qualunque cosa succeda. Pianterò un altro albero. Forse un pino. O un castagno. Qualcosa che duri a lungo.

Written by Carlo

19/05/2010 at 10:56

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30

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Eh si. 30 tutti interi e tondi. 10 erano un parallelepipedo lungo e stretto, rosso scuro. 20 verdi e triangolari, ma una piramide stretta, puntita, slanciata. e 30 sono rotondi e arancione. In realtà non esattamente ciroclari, più un cerchio appoggiato, un po’ floscio nella parte bassa. Un ellisse forse? Difficile descrivere una sensazione con la geometria da quarta elementare che mi ricordo. I numeri in colore. Penso che se andassi a rivedere la scatola di bastoncini con cui ci insegnavano l’aritmetica a scuola, il 10 sarebbe sicuramente rosso. Prendevamo i viola acceso (erano i tre) e ne facevamo, di volta in volta, fiori, case, macchine che correvano lungo viali di 7 neri e 8 marroni: palazzi altissimi, grattacieli americani visti nei telefilm che ancora dicevano ‘notte d’ognissanti’ invece di ‘Halloween’.

E quindi passano così. Al liceo quando mi dicevano che in Asia il tempo è circolare, non va da ieri a domani, ma torna sempre su di sé, non ci capivo molto. Ieri è passato e non torna più. Non si ricorda molto di tutte le migliaia di cose che succedono ogni istante. E domani è davanti, come in autostrada il prossimo casello. Il mio professore di filosofia era un folle. Ci faceva chiudere gli occhi, a dei sedicenni, e ci parlava del tempo induista che è come un respiro, si espande e si contrae. Chissà se non finirebbe nei guai oggi: tutti quei ragazzini a occhi chiusi, con un adulto nella stanza. Oggi invece lo capisco di più. Vedo i cerchi, o meglio le spirali, in cui si srotola la vita. E inizio a contare i passaggi dal centro. Non come pedaggio, scotto da pagare, ma come ciclo semplicissimo, in cui noi alla fine abbiamo un ruolo da passeggero. Ci gustiamo il viaggio, leggiamo e scriviamo ingannando l’attesa, giochiamo a dama, ascoltiamo la radio, scegliamo se tenere il finestrino chiuso o aperto. Non dove si va. Ma neanche questo è vero. Non si ‘va’. Sono forse tutte le cose che si muovono in sincronia, come l’acqua delle maree.

I trenta fanno fare pensieri di filosofia da salotto. Si inizia a tirare qualche somma, si cercano le continuità, i successi, gli insuccessi, i segni delle direzioni future e di dove queste ci porteranno. Il tempo diventa insieme completamente nostro, conosciuto, solito; e lontano, estraneo, come un oggetto contro cui si sbatte un ginocchio per la prima volta. Si contano gli amici che ci portiamo dietro, gli anni dei genitori, i libri letti. E per quanto ci ripetiamo che non c’è da cercare un senso delle cose fatte (e di quelle non fatte), ci batte in testa il segreto desiderio di scoprire nelle cose intorno, nei pensieri, nelle nuvole, un senso profondo che ci renda speciali, salvati. Invece no, le tartarughe nere dei quadri di Magritte sono solo tartarughe nere. Lo diceva lui.

Stasera mangerò una buona pizza, in una piccola pizzeria di paese, con due amici. Glielo chiedo a loro dove sta il senso delle cose. E, già lo gusto, si parlerà di viaggi, di libri letti, di film. Si farà qualche ingenuo pettegolezzo, fingendo disinteresse. Si faranno progetti per le prossime settimane, i prossimi mesi. Quasi tutti poi rimarrano progetti. E forse, solo un po’, si parlerà delle cose com’erano. Ma non tanto. Come si parlasse di cose normali.

Written by Carlo

17/05/2010 at 18:12

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Cena in famiglia

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Guardavo dritta davanti a me dove stava il secondo piatto e osservavo gli strani disegni sul mobile che vedevo ora per la prima volta, coperti di solito dalle spalle di mio marito. La luce bianca lisciava le ante in formica della cucina, bianche anche quelle. Alla parete il vecchio orologio proseguivail suo corso come se non fosse successo niente. Ormai erano passati due giorni. Mangiavo con metodo senza sentire fame. Cucinavo agli stessi orari, facevo la spesa per due, lavavo, stiravo. Quella sera avevo cotto della patate e bietole e la cucina ne puzzava come una spugna vecchia. Si poteva quasi vedere l’ombra degli odori annidarsi agli angoli, sopra ai pensili e ai piatti in ceramica di Ferrara, appesi così in alto che sembravano volersi arrampicare sul soffitto. E, alla televisione senza suono, si vedevano ondeggiare natiche, seni, cosce scure, chiare, abbronzate. Dietro di me sentivo la mia ombra leggera, multicolore, ondeggiante anch’essa, schiacciarsi sulla parete appiccicaticcia di verde bietola. Masticavo con forza e il piatto si svuotò. A parte l’orologio, il ronzio dei neon e il mio allappare, non si sentiva altro. Sulla tovaglia giallo limone c’erano il piatto, una forchetta, un tovagliolo in carta bianca, una bottiglia rettangolare e il mio telefonino.

Cosa avevo fatto? Me lo chiedevo guardando la porzione di tovaglia vuota che di solito era un campo di battaglia fra la cena e lui. Molliche, spruzzi, macchie che urlavano una presenza e stasera, per contrappasso, il suo contrario. Mi alzai facendo attenzione a dove mettevo i piedi, scansando con cura i mobili rovesciati, i vestiti sparsi per tutto il pavimento. Lavai il piatto nel lavandino pieno di vetri e lo riposi, solo, nella piattaia. Il corridoio scuro brillava di due triangoli di luce: la porta della cucina e il suo riflesso nella specchiera. Non accesi altre luci. Avrei potuto attraversare a occhi chiusi le macerie della libreria, gli scaffali, le statuette di Pompei a terra, divise in innumerevoli pezzi, alcuni così piccoli da non distinguersi più dalle briciole che una casa produce in abbondanza.

Mi lavai al buio in bagno, ma l’odore era troppo forte. Prima o poi qualcuno si sarebbe incuriosito. Lascia scorrere l’acqua che presto divenne un rumore di sottofondo, mescolata al nero della stanza, e allo stesso tempo lontana, indifferente ai tubi nei quali era passata e a quelli che l’avrebbero riportata via, verso il fiume e il mare. Senza domandarsi nulla, neanche il perché di quel carosello buffo e dispendioso che, ogni volta, la portava fino a questo lavandino, questo rubinetto pesante e vecchio. E poi la riportava via, dopo un attimo di caduta libera, pochi centimetri, un nulla per chi è abituato alle cascate, attraverso altri tubi, e fogne e di nuovo mare. Tornai in cucina. Arrotolai la tovaglia e la scossi alla finestra, una, due volte. Dal fondo del cortile un tonfo ovattato, lontanissimo, saliva lento lungo le mura, fino al nostro piano, la terrazza, come una bolla d’aria che salga dal fondo nero dell’oceano verso la superficie. Nel groviera di altre finestre, alcune buie, altre accese, si indovinava il fondo della pancia di quell’animale che era il nostro condominio. Non ci pensai più, lasciai la finestra aperta e cercai il telecomndo per spegnere la televisione. Il mio cellulare squillò: drin drin. Cercavo il telefonino sulla tavola, sulle sedie. Drin drin. Da dove stava squillando? Poteva essere mia Madre, preoccupata, o la polizia, o un nuovo amore che avesse scoperto con mille difficoltà il mio numero. E io stupida che ancora non rispondevo. Drin drin. Cosa penseranno mi chiedevo, una che non risponde dopo così tanti squilli, chi si crede di essere? Cos’ha di così importante da fare? Drin drin. Sembrava venire dalla finestra. Mi affacciai e dal ventre nero veniva su intermittente un bagliore rettangolare, che appariva e spariva ritmato sullo squillare del telefono. Come una richiesta d’aiuto di un naufrago. Io guardavo impotente. Drin drin. Lontanissima da chiunque potesse cercarmi, incapace di parlare. Stetti un po’ ancora affacciata a osservare quella boa lampeggiante agitarsi, vibrare sull’acciottolato, come dovesse durare in eterno, come se il tempo fosse tutto dentro al mio telefono che navigava alla deriva, senza sapere dove o perché.

Written by Carlo

13/05/2010 at 09:35

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Inizio

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Cosa ci vuole, si dice. Uno torna a casa, si sistema, inizia.

Mi ritrovo in questi giorni a sottrarre. Tolgo persone, oggetti, fatti, storie, mi svuoto. Casa mia non è più la stessa: ho tolto quasi tutti i soprammobili, il narghilè palestinese, le scatole di cioccolatini, le candele. Ho tolto i libri di cucina, i porta sale e pepe, le ciotole per le spezie. Ho tolto foto e quadri, libri che non leggerò, lucine di natale alle scale. E parlo meno, sto spesso da solo. Degli amici che sentivo sempre ne rimangono forse quattro, cinque. Che posso incontrare solo due, tre. Ma ancora di più ho quasi smesso i desideri, i sogni, gli innamoramenti facili, le passioni da tinello. Guardo questo spazio immenso e vuoto che mi sto facendo dentro e davanti e mi viene in mente l’infanzia in cui le giornate non avevano fine e scopo. I pomeriggi erano sequenze di ore da riempire. Quanto mi sono annoiato allora e quante cose ho fatto da quei pomeriggio in cui dividevo il tempo ad occuparmi di un acquario, suonare il piano e giocare ai trenini, (scientificamente, con metodo) per arrivare all’ora di cena. Ho studiato, letto, scritto, parlato, conosciuto, viaggiato, amato, sofferto, tradito. E adesso imito altri amici prima di me  e lascio. Mi rintano e aspetto di ritrovare quella sensazione di noia e vuoto che mi avvolgeva come acciaio. Non ho paura questa volta. Non mi manca nulla nel mio arsenale. L’aspetto per assassinarla e decidere da che parte andarmene. Su quale treno salire, quale donna amare, quale mestiere, speranza convincermi di inseguire per i prossimi dieci anni.

Tutt’intorno mi stupisce vedere come le cose si abituino a te. Il mio terrazzo, che non mi conosceva, non trema più quando esco ad ammirare il tramonto e gli ulivi su uno sfondo vigliaccamente tradizionale e splendido di colline toscane. I cani dei vicini non mi abbaiano. Tutto diventa usuale così presto. Anche la solitudine che ci sembrava strana, il dormire da soli, il cucinare per uno, tutto diventa parte del nuovo modo di camminare che ci inventiamo.

E per la prima volta, non ho fretta. Sono quasi trenta ormai, ma adesso ho tutto il tempo. Non devo andarmene, non devo lavorare, non devo far niente. Ho il tempo e la voglia di guardarmi negli occhi, come si dovrebbe fare.

Sono a casa da due settimane. Contando gli anni dell’Università, non abitavo qua da undici anni. Eppure se mi guardo intorno ritrovo quasi le stesse faccie, o mutazioni delle stesse faccie, e soprattutto le stesse frasi. Sembra incredibile come non si smetta mai di dirsi le stesse cose nei paesi. Sono diverso io, però. Ascolto e non mi spaventa più la vicinanza morbosa delle beghine, dei curiosi. Accetto che sia parte e scotto da pagare per il resto della mia tranquillità. Aspettatevi più posts, adesso che ho tempo mio.

Written by Carlo

12/05/2010 at 09:32

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