Carlo B. – Narrare Improprio

Cena in famiglia

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Guardavo dritta davanti a me dove stava il secondo piatto e osservavo gli strani disegni sul mobile che vedevo ora per la prima volta, coperti di solito dalle spalle di mio marito. La luce bianca lisciava le ante in formica della cucina, bianche anche quelle. Alla parete il vecchio orologio proseguivail suo corso come se non fosse successo niente. Ormai erano passati due giorni. Mangiavo con metodo senza sentire fame. Cucinavo agli stessi orari, facevo la spesa per due, lavavo, stiravo. Quella sera avevo cotto della patate e bietole e la cucina ne puzzava come una spugna vecchia. Si poteva quasi vedere l’ombra degli odori annidarsi agli angoli, sopra ai pensili e ai piatti in ceramica di Ferrara, appesi così in alto che sembravano volersi arrampicare sul soffitto. E, alla televisione senza suono, si vedevano ondeggiare natiche, seni, cosce scure, chiare, abbronzate. Dietro di me sentivo la mia ombra leggera, multicolore, ondeggiante anch’essa, schiacciarsi sulla parete appiccicaticcia di verde bietola. Masticavo con forza e il piatto si svuotò. A parte l’orologio, il ronzio dei neon e il mio allappare, non si sentiva altro. Sulla tovaglia giallo limone c’erano il piatto, una forchetta, un tovagliolo in carta bianca, una bottiglia rettangolare e il mio telefonino.

Cosa avevo fatto? Me lo chiedevo guardando la porzione di tovaglia vuota che di solito era un campo di battaglia fra la cena e lui. Molliche, spruzzi, macchie che urlavano una presenza e stasera, per contrappasso, il suo contrario. Mi alzai facendo attenzione a dove mettevo i piedi, scansando con cura i mobili rovesciati, i vestiti sparsi per tutto il pavimento. Lavai il piatto nel lavandino pieno di vetri e lo riposi, solo, nella piattaia. Il corridoio scuro brillava di due triangoli di luce: la porta della cucina e il suo riflesso nella specchiera. Non accesi altre luci. Avrei potuto attraversare a occhi chiusi le macerie della libreria, gli scaffali, le statuette di Pompei a terra, divise in innumerevoli pezzi, alcuni così piccoli da non distinguersi più dalle briciole che una casa produce in abbondanza.

Mi lavai al buio in bagno, ma l’odore era troppo forte. Prima o poi qualcuno si sarebbe incuriosito. Lascia scorrere l’acqua che presto divenne un rumore di sottofondo, mescolata al nero della stanza, e allo stesso tempo lontana, indifferente ai tubi nei quali era passata e a quelli che l’avrebbero riportata via, verso il fiume e il mare. Senza domandarsi nulla, neanche il perché di quel carosello buffo e dispendioso che, ogni volta, la portava fino a questo lavandino, questo rubinetto pesante e vecchio. E poi la riportava via, dopo un attimo di caduta libera, pochi centimetri, un nulla per chi è abituato alle cascate, attraverso altri tubi, e fogne e di nuovo mare. Tornai in cucina. Arrotolai la tovaglia e la scossi alla finestra, una, due volte. Dal fondo del cortile un tonfo ovattato, lontanissimo, saliva lento lungo le mura, fino al nostro piano, la terrazza, come una bolla d’aria che salga dal fondo nero dell’oceano verso la superficie. Nel groviera di altre finestre, alcune buie, altre accese, si indovinava il fondo della pancia di quell’animale che era il nostro condominio. Non ci pensai più, lasciai la finestra aperta e cercai il telecomndo per spegnere la televisione. Il mio cellulare squillò: drin drin. Cercavo il telefonino sulla tavola, sulle sedie. Drin drin. Da dove stava squillando? Poteva essere mia Madre, preoccupata, o la polizia, o un nuovo amore che avesse scoperto con mille difficoltà il mio numero. E io stupida che ancora non rispondevo. Drin drin. Cosa penseranno mi chiedevo, una che non risponde dopo così tanti squilli, chi si crede di essere? Cos’ha di così importante da fare? Drin drin. Sembrava venire dalla finestra. Mi affacciai e dal ventre nero veniva su intermittente un bagliore rettangolare, che appariva e spariva ritmato sullo squillare del telefono. Come una richiesta d’aiuto di un naufrago. Io guardavo impotente. Drin drin. Lontanissima da chiunque potesse cercarmi, incapace di parlare. Stetti un po’ ancora affacciata a osservare quella boa lampeggiante agitarsi, vibrare sull’acciottolato, come dovesse durare in eterno, come se il tempo fosse tutto dentro al mio telefono che navigava alla deriva, senza sapere dove o perché.

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Written by Carlo

13/05/2010 a 09:35

Pubblicato su Racconti

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