Carlo B. – Narrare Improprio

Il cellulare

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Ammetto che mi sono accorto tardi che stava diventando un rapporto morboso. Fino al 2007 (potei essere anche più specifico: fino a quando per il mio lavoro dovevo essere reperibile giorno e notte) il cellulare si accendeva appena sveglio e dormiva quando dormivo io. La notte o mi cercavano sul fisso oppure niente. Chissà come facevo. E se succedeva qualcosa d’urgente?

Da allora il mio cellulare è sempre stato acceso. Notte, giorno, domeniche, Natali, capodanni. Se contassi quanti messaggi mi sono arrivati o che io ho mandato saremmo di certo nell’ordine delle migliaia. Il mio ultlimo cellulare, quello che mi tiro dietro, mi dice che ho 6147 minuti e 55 secondi di chiamate per un totale di 3342 conversazioni. E’ con me dal Natale 2008. Quindi in 2 anni o poco più ho passato 102 ore e mezza al telefono. Quattro giorni e rotti.

Stamattina quando mi sono svegliato il telefono mi diceva: “Nessun messaggio da leggere, nessuna attività, nessun appuntamento futuro, giovedì 27 maggio 2010”

Sono rimasto un po’ a pensare se questa fosse una cosa buona o un problema. Se ripenso a sei mesi fa, non mi sembra neanche la stessa vita. Sempre lo stesso cellulare squillava in continuazione, scaricava email a decine, leggeva messaggi, teneva a mente riunioni, incontri, scadenze. E allora mi sembra una cosa ottima. Ma se penso a fra sei mesi, mi spavento un po’. Cosa succederà? Se dovesse continuare a dirmi le stesse cose per un altro anno, o due, mi piacerebbe? Non sono sicuro. E’ eccitante avere le tue giornate solo per te, poterne fare quello che vuoi. E ne ho bisogno. Non mi forzo a fare niente, neanche cose piccole. Se mi va mi alzo, se non mi va sto a letto. Se mi va lavoro un po’ sulle foto, se non mi va no. Se mi va mi cucino, esco, vedo gente. Se non mi va faccio l’orso, non apro le persiane, poltrisco davanti alla tv. Ma a volte passano i giorni e ti chiedi dove siano finiti.

In un altro momento sarei stato preoccupatissimo. Avrei pensato che ci fosse qualcosa che non va in me o in questa routine. Mi sarei sentito solo, frustrato, inutile. E a volte succede, lo ammetto con candore. Ma più spesso mi sembra di vedermi come uno stagno in cui l’acqua è tutto fangosa. Il mio stare fermo è solo un modo per farla decantare e lasciare il tempo al fango di posarsi al fondo. Sono curioso di vedere cosa rimarrà. Di che colore è l’acqua, se ci sono pesci, cosa si vede. E il mio telefono mi guarda silenzioso e scuro dal tavolino. E’ attaccato al caricabatterie e sembra un cane al guinzaglio. Si chiede cosa stia succedendo. Dove deve aver sbagliato per essere relegato spesso in un angolo, quasi mai osservato e sempre in silenzio. Mi immagino rimpianga i bei vecchi tempi e si senta un po’ come le cose vecchie, i giocattoli che i bambini cambiano per giocattoli nuovi.

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Written by Carlo

27/05/2010 a 11:27

Pubblicato su In-splora

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