Carlo B. – Narrare Improprio

Domenica pomeriggio

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La domenica pomeriggio non promette mai niente di buono. E’ quasi sinonimo di noia. Mi vengono in mente i pomeriggi al mare, con in sottofondo il rumore dei motori di Formula Uno alla televisione, ipnotici. Nei piccoli paesi c’è come un vuoto: non si  vedono persone, non passano macchine. Il sole a picco scolora le case, gli alberi, consuma tutto con più ferocia. Sembra che sia un interludio del reale che aspetta l’aperitivo delle sette per ricomnciare a ruotare, battere, muoversi.

E invece oggi no. E’ iniziato per gioco: mio padre da giovane era un fotografo. Amatoriale, beninteso. Ma serio: sviluppava le sue foto, aveva una camera oscura (di cui ricordo solo il lungo lavello in ceramica bianca), e aveva varie macchine. Mi prende quasi di sorpresa, mio padre. Sono abituato a pensarci diversi e c’è voluta una domenica pomeriggio per sbattermi in faccia che una cosa in comune ce l’abbiamo. Sono sceso in quella che oggi è una lavanderia piena di lenzuola e detersivi. E nella pancia di un mobile seminascosto ho trovato una reflex Konica TC-X, due polaroid (una a colori e una bellissima che faceva solo bianco e nero) e una macchinetta da ragazzi, blu, a fuoco fisso, quasi un giocattolo. Per quanto mi sforzi, della macchinetta blu non ricordo proprio niente. Eppure doveva essere mia per forza, un regalo di compleanno immagino. Mi sono preso tutto e ho passato un paio d’ore a pulirle. Ho tolto delle pile consumate dagli acidi, verdi e aspre. Ho ripulito dalla polvere le lenti, mi sono letto i libretti d’istruzioni che da soli varrebbero lo sforzo. Uno (della polaroid b/n) dice: “Foto di paesaggi: […] Aggiungete qualcosa di interessante in primo piano. Qualcosa di grande o massiccio, posto a lato della fotografia, crea un’impressione di profondità”. Che differenza c’è fra una cosa grande e una massiccia? Una grande lo è per dimensioni e una massiccia per consistenza e portamento?

Più di tutto però mi sono perso dietro ad una piccola foto che è caduta dal fondo della scatola. E’ uno scatto in bianco e nero, penso della polaroid Land Modello 20. Si intravede una ragazza seduta, con dei lunghi capelli tenuti da una fascia. Ha dei calzini bianchi fino al ginocchio, bordati di scuro. E delle scarpette nere con una fibbia. Si appoggia ad un mobile bianco e tiene le mani intrecciate, chiusa l’una sull’altra. C’è un tappeto per terra con delle greche geometriche intorno. Tutto il resto è sparito, sbiancato dagli anni. Chi è? E quando è stata scattata la foto? E perchè? Il bianco che sembra invadere il piccolo rettangolo da nord ovest, in linea retta, insieme cancella e costruisce. Se si vedesse tutto, probabilmente sarebbe stata un’altro ricordo di famiglia, saltato fuori per caso. Così invece è un piccolo mistero domestico, un segreto involontario. Lo riempio io, immaginando un’amante di mio padre giovane, o una lontana cugina, o una sconosciuta vista per caso e troppo bella per non potarsene dietro un’immagine. Basterebbe chiedere ai miei, ma sarebbe barare.

Mentre metto via tutto, mi accorgo che nella mia macchina blu c’è un rullino a metà. Avranno almeno 20 anni quegli scatti. Chissà se la luce non sia in qualche modo arrivata al negativo, se gli agenti chimici non abbiano corroso tutto. Ma che regalo poter andare da un fotografo domani e fra una settimana vedere cosa scattavo allora, se davvero ero io e non qualcun’altro, a premere il pulsante di scatto.

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Written by Carlo

30/05/2010 a 21:58

Pubblicato su In-splora

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