Carlo B. – Narrare Improprio

Archive for settembre 2010

Confesso

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Confesso che non dormo da un paio di giorni e che oggi la giornata sia stata faticosa. E anche che, apparte il non dormire, negli ultimi giorni le cose, beh insomma. Ci siam capiti. E confesso anche che ho l’impressione che tutto vada ugualmente a rotoli. Lo so, lo so. Non é possibile. Non è razionalmente possibile che TUTTO vada a rotoli. Diciamo allora che mi SEMBRA che tutto vada un po’ a ramengo in questo periodo. Ecco, più misurato, no? Spaventa meno, più accettabile, non fa sobbalzare sulla sedia. Allora, come capirete, non sono proprio la persona più obiettiva che possiate incontrare. Ma credo che in un periodo in qui a uno sembri che vada tutto un po’ a ramengo, dopo non aver dormito due notti, dopo aver fatto chilometri (circa 400), l’arrivare a cena e strozzare su una mollica di pane che poi finisce nel naso (e vi tralascio i particolare per il recupero), ecco mi sembra, non lo so, infierire. Mi sembra esagerato, di troppo. Come nei film comici la quarta padellata in faccia a Groucho è un po’ meno divertente della terza. E certo a nessuno verrebbe in mente che ce ne sarà una quinta, un po’ di buon senso che diavolo! E infatti almeno sul lavoro. E invece no. A vabbè, ma di sicuro, le donne. No. Vabbè che c’entra, la famiglia. Vabbé.

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Written by Carlo

30/09/2010 at 20:30

Pubblicato su Nero

Time machine

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Per motivi di cui non parlerò, prendo la sorprendente decisione di pulire la mia macchina. Mi sveglio stamattina con in testa una canzone, going slightly mad, e prima di fare colazione sono dentro la mia macchina a buttare ricevute del ’99, scontrini di quando le torri gemelle c’erano ancora, e confesso, anche 100 lire. Non euro, lire. E’ stato un salto indietro a dieci anni fa. Ho trovato una ricevuta per una multa presa quando andavo all’università. Vigili romagnoli del ca***. Parcometro scaduto alle 16:30, multa alle 16:45.

Più di tutto però mi ha sconvolto il mio vano portaguanti. O meglio, il mio vano portaguanti-primi-anni-2000. C’erano delle musicassette. Avete presente? Musica che ascoltavo allora, non molto diversa da quella d’oggi. Forse un po’ più idealista e impegnata: Guccini, Branduardi, ma anche Sigur Ros, Ligabue, un po’ di Carmen Consoli. E poi trovo una cassetta di Sade  con una dedica:

“Questo è amore puro! Quando sentirai la sua voce te ne innamorerai e non potrai più fare a meno di fare colazione con questa musica. Ti voglio tanto bene” e una firma. Perchè proprio colazione mi sono chiesto? Era forse una cosa nostra, mia e di chi mi ha regalato la cassetta? Facevamo colazione insieme? Ho passato mezz’ora a studiare la firma. Finisce con una a. E’ una ragazza, donna ormai. Dovrebbe iniziare con una B. ma potebbe essere anche una S o una G. Frugo fra i nomi delle mie (non tante vi assicuro) ragazze di allora. Non ce n’è nessuna con cui ascoltavo Sade a colazione o che iniziasse per B o per S o per G. Che cos’è questa cassetta? Chi si è preso la briga di registrarmi “Smooth Operator, No ordinary love, kiss of life”?

Mi sembra di aver derubato due persone. Me per primo che mi sono perso un pezzo della mia storia. C’era qualcuna a cui importavo abbastanza da perdere un’oretta buona a farmi un nastro, e io non me la ricordo più. E poi anche lei, insomma. La vita ha poi voluto che ci separassimo, immagino, e le nostre vite sono lontane, e bla bla. Ma il nome, una faccia almeno! Una battuta che facevamo sempre, che ne so, almeno se ci eravamo baciati o se era solo una di quelle amicizie (comuni un tempo) in cui se uno beve un po’ di più chissà come va a finire. Niente.

Se ci sei, là fuori, B…a o G….a o S….a, lo so che ti chiedo tanto, e che non mi merito neanche uno sputo in un occhio, ma aiutami! Fammi ricordare! Raccontami di quando mi regalasti la cassetta, di come andavamo a prenderci qualcosa da bere dopo e poi una pizza e poi chissà come va la serata, ma stiamo bene insieme e siamo giovani e niente ci importa apparte questo e forse gli esami la settimana prossima e questa nebbia che non passa mai. E dammi la mano mentre camminiamo che fa freddo. E stringimi.

Written by Carlo

29/09/2010 at 08:26

Pubblicato su Cose Interessanti

Perchè se dobbiamo ballare, almeno ci sia buona musica

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Cosa rimane di tutte le cose fatte? Degli amori, dei litigi furiosi, delle cose costruite con fatica? In fondo perdere qualcosa è triste perchè i ricordi sono leggeri, inconsistenti, mentre la realtà è pieno, carne calda, oggetti che stringi. Alcuni sanno tenere a mente tutto: date dei compleanni, cucchiani di zucchero nel caffé, pensieri pensati e cose fatte. Ma per quelli come me il passare del tempo è un po’ uno schiacciasassi sempre in movimento. Mi segue ovunque e si preoccupa di fare della mia vita un deserto sottile, lasciando in piedi quel poco che basta per rimpiangere il resto.

Le azioni riempono gli spazi. Appena una finisce cerco quella successiva come in astinenza. Gli oggetti che di giorno mi guardano, la notte si induriscono, rispondono accigliati alla luce della mia abat-jour. Non mi basta? Cosa voglio ancora? La radio, bassa, sussurra stizzita ancora musica, un’altra canzone. Perchè se dobbiamo ballare, almeno ci sia buona musica. E io ascolto e conto i lati della lampada, 125, della finestra, 16, della testata del letto, 5. E nei momenti migliori so cantare la melodia di qualcosa che mi arriva alle orecchie. E canto, senza pensarci, sovrappensiero.

Written by Carlo

25/09/2010 at 14:43

Pubblicato su Nero, Tempo

Fine Estate

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Questo è un post pubblicitario! (Sono un po’ emozionato!)  Da domani all’Enoteca Papposileno a Cavriglia (AR) una mia esposizione di 11 scatti in bianco e nero. Come tema, la fine dell’estate. Se siete in zona (e anche se non lo siete) fateci un giro: si mangia benissimo (giuro!).

Se vi venisse poi un’irrefrenabile voglia di portarvi a casa uno scatto, si può fare! Tutte le foto sono in vendita. Passateparola!

Written by Carlo

23/09/2010 at 14:52

Pubblicato su Cose Interessanti

1250 mt slm e 10000 da noi

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Guidava con i finestrini giù, assaggiando gli odori di piante e fiori spremuti dal sole estivo. Il sedile accanto al suo era vuoto e pesava terribilmente. La macchina avanzava lenta mentre lui accarezzava la pelle consumata, ascoltando l’ultima novità. E tutto era ok. Tutto era perfetto, primaverile, insensatamente bello.

Accostò sul passo. Un parcheggio smisurato, fuori luogo, incorniciava quattro panchine e un pannello scolorito che ricopiava il panorama, aggiungendovi i nomi, come sulle cartine geografiche. Guardava le cime sfumate nella calura e guardava il loro doppio che aveva un nome, un’altezza in metri e, se avesse voluto, un primo scalatore, una stratificazione geologica. Tutto chiaro e fisso, in qualsiasi atlante di qualità. Avrebbe voluto un pannello simile per sé e per lei. A volte pensava di conoscere almeno il proprio lato delle cose, ma bastava che cambiasse giorno sul calendario, o stagione, e così cambiava anche lui. Oggi innamorato come un bambino, domani lontano, indifferente. All’una rosso di un’amore cattivo, egoista, e alle sette traboccante di orgoglio e bontà, pronto a condividere con l’universo il suo amore eterno, infinito.

Chissàdov’era lei. A 10000 vite da lì. Lontana come un areostato dei primi anni venti. E lui invece non si era mosso. Era inchiodato mani, piedi e capelli. Guidava su quei tornanti ogni giorno, saliva su fino al passo e scendeva dall’altro lato. E la sera al contrario. I fine settimana andava sul lago. Si muoveva continuamente, guidava con stizza e sempre troppo veloce. E non riusciva mai a muoversi. Si vide su quel pannello: Giorgio B., 36, tunnel cieco scavato alla fine del secolo scorso, 1250 mt slm. Risalì in macchina, vuota, e accellerò veloce per tornare sulla strada. Sentì un tonfo secco sotto la macchina. Per terra c’era un porcospino che sembrava addormentato per metà e per metà carne rossa sull’asfalto.  Si maledisse, urlò, prese a calci le ruote. Si buttò a terra, tenendosi le mani sulla pancia e dalla gola gli gorgogliava un odore sordo, scuro. Piangeva disperato, come un bambino. Accarezzo la parte intera del porcospino e infilò un dito in quella schiacciata. Era ancora calda. Annusò il dito rossastro e si pulì ai pantaloni chiari. Uno sbuffo rosso correva dal ginocchio all’inguine, leggero all’inizio, ma sempre più rosso verso la cinta. La macchina no, non si era neanche accorta. E lei neanche.

Written by Carlo

16/09/2010 at 07:58

Pubblicato su Racconti

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In preda a piccole paralisi quotidiane

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Il vuoto che mi circonda è così solido da ridurmi all’immobilità. Ho la borsa a tracolla e il cancello aperto e non mi muovo. Come i miei pappagallini che liberavo due, tre volte a settimana solo per vederli ritornare alla gabbia bianca dove erano cresciuti. O, ancora di più, senza neanche un fuori immaginato dove potersi avventurare. Come se fossi ingessato all’interno, mani, braccia, gambe ferme di riflesso. Il sole e il suo rosso sulle cime dei pini qua davanti. Le guardo colorarsi, avvampare e poi solidificarsi in rocce blu cobalto che si confondono con il cielo, sfarinate in mille biforcazioni sempre più sottili. Così diversi gli alberi da quelli che disegnavamo a scuola: dritti, simmetrici. Aspetto di muovermi senza fretta, guardo i miei piedi che mi guardano fiduciosi, come cani con il guinzaglio fra i denti. Vorrei potermi alzare e portarli a spasso. Invece questo tavolo, questa penna, questo foglio, tutto lo trasformo in un paravento, una difesa contro il buio, la notte. Il silenzio che in agguato mi aspetta.

Written by Carlo

13/09/2010 at 09:55

Pubblicato su Nero

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