Carlo B. – Narrare Improprio

1250 mt slm e 10000 da noi

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Guidava con i finestrini giù, assaggiando gli odori di piante e fiori spremuti dal sole estivo. Il sedile accanto al suo era vuoto e pesava terribilmente. La macchina avanzava lenta mentre lui accarezzava la pelle consumata, ascoltando l’ultima novità. E tutto era ok. Tutto era perfetto, primaverile, insensatamente bello.

Accostò sul passo. Un parcheggio smisurato, fuori luogo, incorniciava quattro panchine e un pannello scolorito che ricopiava il panorama, aggiungendovi i nomi, come sulle cartine geografiche. Guardava le cime sfumate nella calura e guardava il loro doppio che aveva un nome, un’altezza in metri e, se avesse voluto, un primo scalatore, una stratificazione geologica. Tutto chiaro e fisso, in qualsiasi atlante di qualità. Avrebbe voluto un pannello simile per sé e per lei. A volte pensava di conoscere almeno il proprio lato delle cose, ma bastava che cambiasse giorno sul calendario, o stagione, e così cambiava anche lui. Oggi innamorato come un bambino, domani lontano, indifferente. All’una rosso di un’amore cattivo, egoista, e alle sette traboccante di orgoglio e bontà, pronto a condividere con l’universo il suo amore eterno, infinito.

Chissàdov’era lei. A 10000 vite da lì. Lontana come un areostato dei primi anni venti. E lui invece non si era mosso. Era inchiodato mani, piedi e capelli. Guidava su quei tornanti ogni giorno, saliva su fino al passo e scendeva dall’altro lato. E la sera al contrario. I fine settimana andava sul lago. Si muoveva continuamente, guidava con stizza e sempre troppo veloce. E non riusciva mai a muoversi. Si vide su quel pannello: Giorgio B., 36, tunnel cieco scavato alla fine del secolo scorso, 1250 mt slm. Risalì in macchina, vuota, e accellerò veloce per tornare sulla strada. Sentì un tonfo secco sotto la macchina. Per terra c’era un porcospino che sembrava addormentato per metà e per metà carne rossa sull’asfalto.  Si maledisse, urlò, prese a calci le ruote. Si buttò a terra, tenendosi le mani sulla pancia e dalla gola gli gorgogliava un odore sordo, scuro. Piangeva disperato, come un bambino. Accarezzo la parte intera del porcospino e infilò un dito in quella schiacciata. Era ancora calda. Annusò il dito rossastro e si pulì ai pantaloni chiari. Uno sbuffo rosso correva dal ginocchio all’inguine, leggero all’inizio, ma sempre più rosso verso la cinta. La macchina no, non si era neanche accorta. E lei neanche.

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Written by Carlo

16/09/2010 a 07:58

Pubblicato su Racconti

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