Carlo B. – Narrare Improprio

Giulia

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Maledetto ufficio, maledetto traffico, maledetta pioggia. Un’ora di ritardo. Alle cinque dovevo essere a casa. Maledetto computer, maledetto riavviare il sistema del cazzo, maledetti allegati troppo pesanti. Doccia 10 minuti, poi barba 5, poi capelli, altri 10, poi vestirsi 7, in macchina altri 20 e 10 di margine. Ci sto. Se faccio tardi oggi sono un cretino. Sono un Cretino, maiuscola. Sei mesi per convincerla. E telefonate, e messaggini e falsi interessi in comune. “Il balletto è la mia passione segreta, mi vergogno anche a dirlo!”, “Il cinema russo degli anni ’30 è appassionante”, “adoro il cibo indiano”. Sei mesi, cazzo. E quell’emerito imbecille di Gianni mi sputtana un database alle quattro meno un quarto. Due giorni di lavoro da amanuense e quello non è capace di salvare un file. Vaffanculo Gianni. Con la sua cravattina rossa da comunista ripulito. Vaffanculo te e Gramsci che, se anche lo leggi, cosa ci capisci? Allora 8 minuti doccia, 4 barba e capelli 7. In macchina corro che i vigili a quest’ora figurarsi e sono 15 e 10 di margine. Sei mesi si è fatta pregare Giulia. Neanche fosse Naomi. “Esco da una storia complicata”, “non ti fidare di me”, “forse non è il momento giusto”. Che palle Giulia. I fiori, i regali, quelli nessun problema! Quelli li accetti dritti dritti. Se non fosse che ogni volta che ti vedo alla scrivania mi viene da strapparti i vestiti di dosso. Mi hai tirato due volte a teatro senza neanche un bacetto. 30 euro a testa. E chi ha pagato? Lei guadagna il doppio di me, ma la parità solo a comodo loro.

Meglio un po’ di barba Mikey Rourke o liscio androgino di Caprio? Quando mi faccio la barba accarezza sempre, si vede che le piace. Giulia bimbetta mia. Giuliettina mia. Ti piace l’uomo sensibile, ma poi scommetto che a letto vuoi che ti prendano a schiaffi. Guarda il mento. Oddio sto ingrassando sul mento. Mi vorrai bene lo stesso stasera anche con questo mento? Vorrei vedere, il miglior ristorante giapponese di Milano. Un sushi bar da 15 metri. Allora, cravatta scura sui jeans. Classico, non noioso, giovane, un po’ eccentrico. Amore mio, tesoro, vedrai come ti alliscio stasera. Profumo dalle caviglie al collo, vedrai. 5 minuti per vestirmi, 15 in macchina e 10 per parcheggiare sotto casa tua. Scarpe che stringono bene, che pestano un pavimento come si deve. Le chiavi, il portafogli, il telefono. Preservativi nel cruscotto, non si sa mai, e macchina pulita, ma non lavata oggi. Eh no, non crederai di essere così importante. L’ho lavata ieri così non credi che l’abbia lavata per te. Via, musica soft, cd fatto apposta per la serata. Miles davis, Coltrane, di classe, ma poi rock leggero, melenso, Cranberries anche. Tutta roba che ha lei nel cassetto della scrivania. Bisogna saper studiare. Bisogna applicarsi.

Parcheggio libero, in culo alla striscia gialla. In orario, profumato. Ora lei apre la porta, si gira, vede la macchina. No, ora io scendo, lei apre la porta, si gira mi vede. No, no, se scendo chissà che si crede. Tiro giù un finestrino, poi lei scende, mi vede seduto in macchina. Ecco, meglio. Adesso scende. Finisce questa canzone e scende. Cinque minuti di ritardo, non sono neanche ritardo. Figurati, gli faccio, sono arrivato ora. Non ho neanche spento la macchina. Ora lei scende, apre la porta e mi guarda e sorride. Appena ho finito questa sigaretta scende. Dai, Giulia cazzo. Dai. Quando scatta il rosso scende. Verde, ancora verde, giallo. Dai, Giulia. Dai.

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Written by Carlo

09/10/2010 a 23:11

Pubblicato su Racconti

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