Carlo B. – Narrare Improprio

Archive for novembre 2010

Il finale del nome della rosa di Umberto Eco fa fare pensieri tristi e viceversa

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Quando sono triste mi viene sempre in mente il finale de Il Nome della Rosa di Umberto Eco:  “Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina in nomine, nomina nuda tenemus”. Riesco a toccarne le vesti ruvide, quasi, a questo povero monaco. Vedo il legno degli scaffali e le finestre opache. Il freddo, pungente che chiude le mani a tenaglia e non molla mai: di giorno, di notte. Perchè scriviamo? E di che cosa? Che in fondo è chiedersi: perchè ci agitiamo tanto? A chi vogliamo lasciare tracce? Di che cosa ci dobbiamo assolutamente ricordare? O ancora più crudo: c’è qualcosa per cui arrabattarsi tanto? Non converrebbe starsene fermi fermi, come un oggetto dimenticato in un angolo?

Non rispondete, per favore. Ci sono molte risposte buone a tutte queste domande, e ancora molte di più non così buone. Non è nella risposta il senso delle domande. Non è un sillogismo da risolvere, né un puzzle. Le domande a volte chiedono solo di essere fatte e di rimanere in sospeso, a metà strada fra una scrollata di spalle, uno sguardo sospettoso e il cinismo indifferente. Mi piace il suono della parola scriptorium. Da sola tiene su una frase piuttosto banale, anche. Un monaco che ha passato una vita a scrivere e si chiede come mai si senta un po’ insoddisfatto. Sai che storia, che novità.

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Written by Carlo

17/11/2010 at 22:39

Pubblicato su Cose Interessanti, In-splora

Fuoco

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Fa freddo. Fuori piove da ormai due giorni e a casa c’è il caminetto acceso. Si mette prima la carta di giornale, poi i legnetti chiari e morbidi, piccoli, che prendono subito, poi sopra dei rami un po’ più grossi, pino o abete, e in cima a tutto dei cippi di ulivo o quercia che bruciano lenti, come vecchi signori distinti. Poi si prende un fiammifero, si accende il giornale in più punti, si getta il fiammifero sopra a tutto e ci si siede a guardare. Fin qui tutti sono in grado, anche quelli un po’ imbranati. Forse non proprio tutti, ma certo quasi tutti. E’ il dopo che richiede grande predisposizione e, ai più, risulta incomprensibile. Sedersi e osservare come il fuoco diventi vivo; studiarne le molteplici strade che crea e consuma. Riconoscere, ad una ad una, le mille mani, braccia scoperte di donna, che accarezzano la legna prima di consumarla. Guardare per ore il fuoco che consuma e sgretola la carta, subito, i legnetti, dopo pochi minuti, i rami dopo un quarto d’ora e i vecchi dopo una, due ore di lotta, di stoica resistenza. Forse sta proprio nella certezza del destino della legna, deciso come il nostro una volta e per sempre, che si nasconde il fascino di guardare. Forse stiamo spiando la tortura, la sofferenza, e il nobile silenzio con cui il legno resiste, lasciandosi scappare solo qualche scintilla, qualche scoppiettio sordo e rassegnato. Eppure non ci sembra di guaradre qualcosa che nasce piuttosto di qualcosa che muore? Tifiamo per il fuoco, non vogliamo che si spenga. Soffia, soffia sotto quella cenere. Che fuori è buio e fa un freddo boia. Inverno infinito.

Written by Carlo

01/11/2010 at 22:43

Pubblicato su In-splora