Carlo B. – Narrare Improprio

Quasi un fine anno

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A me piacciono i simboli. I gesti simbolici, pensati e costruiti. Non quelli grandiosi, cerimonie, parate, etc., che anzi mi sembrano – come direbbe un vero liberale – solo spreco di risorse. Piuttosto quelli piccoli, intimi.

Quando ero un adolescente, per esempio, dopo ogni rottura con una ragazza, mettevo tutte le foto, le lettere in una scatola che chiudevo con del nastro adesivo e nascondevo in soffitta. Sul coperchio – mi sembra – scrivevo la data di inizio e fine della storia. A ripensarci ora erano piccole bare, quelle scatole. Ma anche sul momento sentivo che non era solo per conservare i ricordi che chiudevo tutto. Era un allontanarsi, un lasciare andare che serviva molto più a me che non alle foto che avrebbero sopportato bene la polvere e il tempo. E, l’ altra mia ossessione, gli anniversari, il tempo che passa su un calendario, si presta benissimo a legarsi alla prima. Quindi al carico di riflessioni e bilanci che tutti ci sentiamo addosso ogni 31 dicembre, io aggiungo quello del simbolo, della cerimonia.

Un altro anno andato, finito, kaput bye bye. Sono cambiate tante cose negli ultimi 365 giorni. Quasi tutte in realtà. Dove vivo, il mio lavoro, gli affetti. Sono cambiato io, più vecchio, un po’ ingrassato. Ed è cambiato il mondo intorno a me, ma lui meno di tutto. In questi ultimi giorni del 2010 viene naturale ripassare i mesi come si faceva con le lezioni. Vedere che tutto sia al posto suo nella memoria. A me riesce male perchè dimentico tante cose, anche importanti. Ma in questi ultimi giorni ho avuto intorno a me chi ha saputo aiutarmi a ricordare. E di questo sono eternamente debitore. Non è facile guardarsi dritto in faccia. Si dice che nè il sole, nè la morte si possano guardare fisso. Anche guardarci come siamo non è poi così facile. E soprattutto non impariamo mai. Crediamo di aver capito: chi siamo, cosa vogliamo, cosa ci piace. E un attimo dopo non lo sappiamo più. Come mandare a memoria delle poesie che cambiano sempre. Siamo sempre in ritardo su noi stessi.

Eppure serve, eccome. Ci aiuta a mettere le cose in prospettiva. A dividere quello che ci importa da quello di cui fare a meno. Quello che ci tireremo dietro l’anno prossimo e quello che faremmo meglio a lasciare a questo. Io vorrei lasciare un po’, anche solo un pochino, della mia voglia di applausi. Vorrei bastarmi un po’ di più. Suona egoista detto così? Diciamo allora che vorrei saper essere per me e non per gli altri. Ecco, questo è il mio piccolo buon proposito per l’anno prossimo. Non voglio dimagrire, nè iniziare a fare sport, nè smettere di fumare. Vorrei solo imparare a stare tranquillo con i miei pensieri e accontentarmi di fare le cose per quelle che sono e non per la reazione degli altri. Vorrei imparare a godere di quello che sono oltre all’apprezzare quello che faccio.

Non fraintendiamoci, i propositi che si fanno in questi giorni per l’anno nuovo sono quasi sempre destinati a fallire. Il confine, il nuovo inizio ci fa sentire più potenti. Ci immaginiamo che  il 1 Gennaio sia il primo biscotto di una nuova scatola (mentre il 31 dicembre era l’ultimo di quella vecchia, il più cattivo: allo zenzero), che sia un’opportunità di cambiare. Invece per gli alberi, le stelle, i fossi di scolo, non cambia nulla. C’è un giorno e un altro giorno. Per le rane e i pesci rossi negli acquari e i cani e i gatti addormentati in salotto, non cambia nulla. Ma chissà. Forse è proprio nell’illudersi e nello sperare che siamo più uomini. Con tutte le epidemie, le guerre, i terremoti, i maremoti, gli uragani, gli incendi che abbiamo patito dovremmo essere ormai convinti che alla fine non ne valga la pena. Ce la mettono tutta poeti, artisti, scrittori: niente, tutto è niente. Eppure questi uomini testardi ricostruiscono, rimurano, riparano, riprendono, ritornano, ridono. E sperano che vada meglio. L’evoluzione ci ha selezionato con questa tara in testa? Che, nonostante l’evidenza, ci aspettiamo sempre che tutto andrà meglio l’anno prossimo? E questo ci ha portato dalle caverne a dove siamo oggi – nel bene e nel male? Mi piace pensare di si. Mi piace credere che sperare di essere migliori sia il nostro modo di diventarlo.

E quindi? Quindi niente. Quindi magari l’anno che viene sarà meglio di quello scorso e avremo le cose e i pensieri che ci faranno star bene.

Auguri di un 2011 di pace per tutti, vicini e lontani, amici, parenti, sconosciuti.

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Written by Carlo

30/12/2010 a 19:38

Pubblicato su Tempo

Una Risposta

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  1. Buon anno Carlo B.
    … e che sia meraviglioso questo 2011 … perché è così che lo desidero per me – pieno si sogni e speranze e stelle (tante, ne voglio tantissime) – ed è così che lo auguro anche a te!!!

    Fra

    Fra

    03/01/2011 at 23:25


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