Carlo B. – Narrare Improprio

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E’ da molto che non scrivo. Non è perchè sia stato troppo occupato. Mi piacerebbe, ma no. Non è neanche perchè mi sia chiuso in camera a piangere senza alzarmi dal letto per settimane. Forse mi piacerebbe anche questo, ma non è neanche così. Passano i giorni uno dopo l’altro e si consumano peggio delle scarpe del mercato, espadrillas, che compri a giugno e dopo un mese già da buttare. Si consumano e si sfaldano in tanti piccoli movimenti, uno di seguito all’altro, in fila come piccoli dadi su un lungo tavolo. A volte passo il tempo a fare esperimenti. Quanto prima che qualcuno mi cerchi? Se non telefono ai miei amici, quei pochi sopravvissuti, gruppuscolo che si ignora a vicenda, che non sa neanche di essere tale, quanto tempo deve passare prima che qualcuno mi chiami? I miei non contano. Ho sempre chiamato prima io. Probaabilmente sbaglio orari. Non risponde quasi mai nessuno. Tutti hanno la segreteria telefonica, o sono irraggiungibili. E di solito non richiamano prima di un giorno o due. Deveno tutti essere molto molto impegnati, mi immagino. Chissà cosa fanno? Non è strano che ci siano là fuori tante persone che una volta erano parte della tua quotidianeità e che adesso ne hanno una tutta loro, dove tu non hai nessun ruolo, neanche da comprimario? Certo, ti vogliono un gran bene, e quando possono vengono a cena volentieri, ti fanno persino qualche regalo per il compleanno o per Natale. E sono fondamentalmente buoni e ragionevoli amici che se dovessero sapermi in pericolo, che ne so, rapito dai narcotrafficanti argentini, magari qualche telefonata la fanno, smuovono le acque, e magari riescono pure a farmi liberare. Ma sono un aggiunta, un extra, un elemento in più da gestire nelle loro vite così piene che, per quanto gli faccia piacere, a volte è difficile farmi volteggiare insieme a tutto il resto. E, si dicono, lo chiamo domani, che differenza fa? Non ci vediamo da un paio di giorni, cosa vuoi che sia cambiato? E, riducendo tutto al minimo, avrebbero davvero ragione. E l’avrebbero anche se non ci dovessimo sentire per qualche decina d’anni. Cosa potrebbe cambiare? Sarei più vecchio, forse sposato, con dei figli, ma ridotto al minimo, cosa sarebbe davvero cambiato? Sarei sempre un extra per loro, un vecchio amico che una volta, mi sembra, ci piaceva tanto, quante risate, che bei tempi.

E’ la mia vita, invece, che non è poi così piena. Sono io in fallo, sbagliato, con le carte non in regola. Ho giocato la mia mano di poker ho vinto, poi ho perso, poi credevo di vincere, poi ho perso di nuovo, tante di quelle volte che neanche mi ricordo più bene come si faccia a capire quando si vince e quando invece si perde. Diventa tutto un po’ uguale alla fine. Come lo scrivere. Se uno entra in qualche libreria, uff! Ma comse fanno gli scrittori a dire ancora cose nuove? Ci sono così tante parole già in giro. Alle fine sembrano tutte uguali. E le fotografie? Tutte uguali. Altri fiori, altri modelli in pose ieratiche, luci ben poste, luci mal poste, luci ben poste appositamente per sembrare luci mal poste, altri panorami, faccie ammiccanti, sguardi profondi. Non riesco a scrollarmi di dosso il senso del ridicolo che dovrebbe prenderci quando, guardando un pezzettino di carta con dell’inchiostro, signori attempati, di buon senso, dicono ” si capisce la personalità”. E’ piatta la foto, signori, chiariamoci una volta per tutte. La fotografia è piatta. Non rivela il carattere del modello, non è una scorciatoia per i nostri mondi interiori. E’ apparenza, esterna, crosta. Con tutto il bene e il male di essere solo buccia. Delle pesche noci la parte più buona è proprio la buccia. Le pesche noci, dure, quasi verdi, hanno quella buccia resistente, elastica. La mordi e non si rompe subito, indugia un po’ sotto gli incisivi, se torni indietro non è troppo tardi, puoi lasciarla lì la tua pesca, senza neanche un’ammaccatura, apparte il segno dei tuoi denti. Ma se vai avanti, come si abbandona la buccia delle pesche noci! Si apre su un mondo di bellezza, di umori dolcissimi e croccanti, vi da quella tessitura sul palato che richiama il velluto a coste. Ma la fotografia non si può mordere, non la si può penetrare. La si può guardare solo in superficie, come un uovo di pasqua senza sorpresa.

Un po’ così sono anche le nostre vite. Ci aspettiamo sempre, da un momento all’altro, di dover scoprire il segno che ci svelerà ogni arcano. La parola, il film, il libro che ci farà capire. E invece non c’è poi molto sotto il seguitare dei giorni e le parole che ci diciamo e i gesti che facciamo e le risate che ridiamo. Vorrei trasferirmi di nuovo. Non lontano, forse in qualche città italiana. Vorrei avere una piccola stanza, con una grande finestra che dia su un panorama di tetti rossi all’infinito. E vorrei avere dei coinquilini, una casa sempre piena di gente. Si, dico sempre che non potrei più vivere con altre persone, che ormai a 30 anni c’è bisogno dei propri spazi, che non siamo più universitari, che. Non è vero. Certo, non urlo più mezzo brillo per le piazze. L’ho sempre fatto poco. E mi esalto molto meno. Le novità mi sembrano sempre riedizioni di altro, faccie che assomigliano a faccie già viste. Ma mi piacerebbe ricominciare in una città sconosciuta. Poter sognare persone nuove che mi facciano sentire che non sono un marziano. Quanto durerebbe? Forse qualche anno, forse meno. E certo in poco tempo mi riabituerei e tutto tornerebbe esattamente dov’è adesso. Ma cos’altro puoi farci, con una ruota, se non girarla?

Written by Carlo

10/04/2011 at 22:51

Pubblicato su Nero

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