Carlo B. – Narrare Improprio

Archive for marzo 2013

Lente

leave a comment »

immagine-111Quando era da solo si osservava continuamente, da capo a piedi. Osservava il proprio modo di camminare, lo strusciare dei piedi, e lo trovava inadeguato, fiacco. Cercava di correggerlo, alzando bene le suole consumate, e finiva per camminare impettito e dritto, come se stesse marciando. Teneva d’occhio il suo modo di guardare la gente per strada. Cercava di non fissare nessuno troppo a lungo, ma neanche di sfuggire un sorriso o uno sguardo, beni rari. Aveva affinato lo sguardo fissamente distratto che indossava ogni mattina come un elmetto. Comparava i suoi vestiti con quelli degli altri intorno a lui, sempre più alla moda, più adatti a girare per le strade della città. Era come una lente d’ingrandimento puntata su sé stesso e finiva per incendiarsi: gli mancava il respiro, si bloccava in piedi agli angoli delle strade. Non sapeva più decidere se andare avanti, tornare indietro, mettersi in ginocchio, piangere. Tutto gli sembrava ugualmente stupido. Faceva qualche passo verso Avenida Dolko, poi agitava il pugnetto chiuso contro il marciapiede, faceva finta di controllare l’ora e si affrettava, come se si fosse ricordato di un appuntamento, in direzione opposta. E ancora, come un pendolo. A volte impiegava delle ore per decidersi a tornare a casa, stremato.

Quando era in compagnia, invece, poteva rilassarsi e giudicare senza pietà i suoi compagni, trovandone i difetti, i modi di parlare volgari e dialettali, i gesti goffi, le scarpe troppo nuove o troppo vecchie. Quando per strada incontrava qualcuno che conosceva tirava un sospiro di sollievo e sentiva un cigolio provenire dall’immenso braccio porta lente che lo sovrastava in ogni momento. Alzava lo sguardo e vedeva quell’occhio spostarsi con curiosità sul suo vicino, scandagliandone i pensieri, i sogni e le speranze. Sorrideva, allora. Si diceva che in fondo la sua non era una vera condanna, che avrebbe potuto liberarsene in qualsiasi momento, che non era niente.

La lente era cresciuta con lui. Da bambino non era più alta di un cesto per la frutta, lo aiutava nell’osservare il mondo, era curiosa, allegra. Guardava fuori dalla finestra, gli amici, i genitori, scoprendone i difetti e le idiosincrasie. Erano cresciuti insieme, con un balzo verso i 13 anni. Era diventata grande come una bicicletta. Ed era affamata. Cercava continuamente, lui la sentiva, e quando aveva finito tutto quello che c’era in giro, si voltava verso di lui, senza più complicità, ma solo con astio, carica di rimpianti. Allora aveva iniziato a muoversi, a viaggiare, a incontrare più gente possibile per sfamare quel suo arnese ingombrante che cresceva, al contrario di lui, cresceva senza fermarsi. A 18 anni era grande quanto una piccola utilitaria e gli pendeva sul capo come un sasso. A 25 era un autobus. A 40 una petroliera che lo sovrastava oscurando il sole, il cielo e le nuvole. Sembrava rimproverarlo di qualcosa di vago. Una colpa antica e inespiabile. La sentiva scuotere leggermente la testa per quella perpetua delusione, per quel ragazzo venuto su tutto sbagliato.

Era considerato un tipo socievole. Stava sempre in compagnia, circondandosi di amici, cugini, famigliari e parentame in genere. “Ci vuole un gran bene” dicevano tutti “non vorrebbe mai che ce ne andassimo” aggiungevano subito dopo.

Written by Carlo

04/03/2013 at 16:28

Pubblicato su Racconti

Tagged with , , , ,