Carlo B. – Narrare Improprio

Sei di sera

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La sceneggiata era già in corso quando il sole si incaponì nel disegnare ombre oblunghe come non dovesse smettere più questo giorno infinito. Lei parlava, parlava, annuendo, negando, scuotendo le spalle, chiudendo gli occhi, spalancandoli come un gufo. Si muoveva sulla sedia come se bruciasse, spostando quelle gambe enormi sotto al tavolino striminzito del bar. L’altra annuiva in silenzio, a tempo come un metronomo: si si, o buon Gesù certo si. Secca come una scopa di campagna, rotta alla durezza degli scogli. Parlava poco, mangiava poco, dormiva poco. Aveva due abiti per uscire e due vestaglie per la casa. A volte pensava fossero troppe.

Il resto del bar era occupato a metà da quella folla, indolente, tipica della domenica pomeriggio. Guardandoli uno per uno, svanivano, sembravano fatti di fumo. I discorsi erano uguali da tavolo a tavolo: “E poi mi ha detto”, “dopo tanti anni, mi ha trattato” oppure “credevo fosse ” o anche “ma guarda te se dovevo” e altre sfumature di personaggi, verbi, tempi e luoghi.

Io sentivo gonfiare lo stomaco di rabbia per quell’umanità piena di sé, piccoli, convinti dell’importanza delle loro vite medie, incasellate le une sulle altre come casse di bottiglie. Ma allo stesso tempo ne ero attratto. Avevano ragione loro. Per ognuno l’universo esisteva dal primo ricordo e finiva con l’ultimo respiro: una famiglia serena, un amore appassionato. E questo mi fece gonfiare ancora più lo stomaco che ormai era duro come un tamburo e mi faceva male. Continuavo a girare il mio caffè molto dopo che l’ultimo cristallo di zucchero si era arreso. Non volevo berlo perché con lo stomaco in quelle condizioni avrei dovuto usare il bagno e tutti sapevano che da Zazà il bagno non va usato neanche in emergenza.

Le due ormai stavano per finire: le vedevo scendere di intensità fino a bisbigliare. Una parlava strascicando appena le labbra, si muoveva poco. L’altra annuiva con gesti impercettibili del mento, con gli occhi chiusi come a dire “Troppo, troppo, è troppo”. Poi si alzarono, si abbracciarono forte e uscirono dal bar stringendo in mano delle borsette fuori moda. Rimase il loro tavolo vuoto, con una sedia messa di traverso e l’altra ben riposta sotto al tavolino, allineata al bordo color argento. Tutti guardarono quel vuoto improvviso e se ci fu un sospiro di sollievo fu brevissimo e subito silenziato. La stanza tornò piena in un minuto e si sarebbe detto che quel tavolino vuoto e quella sedia sghemba fossero così dall’inizio dei tempi.

Alla fine bevvi il caffè, cedendo alla pressione della tazzina bianca che mi aspettava, docile ma risoluta come un cane da pastore. Uscii, camminando a grandi passi verso casa, sperando di arrivare in tempo. Sperando di non aver perso di nuovo le chiavi.

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Written by Carlo

27/08/2013 a 08:04

Pubblicato su Racconti

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