Carlo B. – Narrare Improprio

Archive for settembre 2013

Solitudine disperata di un telefono da ufficio

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Passa il tempo e l’ufficio si svuota. Ieri hanno tolto altre tre scrivanie: sono arrivati a mezzogiorno, senza dire una parola, hanno aperto una piantina scarabocchiata, si sono guardati intorno e hanno portato via la scrivania di Michele. I cassetti, uno per uno, li hanno rovesciati in delle scatole di cartone. Poi li hanno appoggiati sul piano bianco, chiazzato di vecchi cerchi di caffè. Hanno tirato fuori dei guanti sporchi e in quattro l’hanno sollevata. Camminavano con dei passettini da formica. Li ho sentiti che trafficavano per farla entrare nell’ascensore e poi più nulla.

Sembra di stare fra reduci. Ci guardiamo ogni volta, contenti che le nostre scrivanie, sempre più sole in questo stanzone, siano ancora qui, piene di penne, vecchie pratiche dimenticate e linee guida illeggibili. Michele aveva tutta l’area sud-est: cinquanta clienti e più o meno duecento famiglie. Lavorava bene, per quanto possibile. Non smetteva mai di rispondere al telefono, come facevamo tutti una volta. Neanche quando mancavano dieci minuti alle sei e ormai si respirava un’aria da ‘libera tutti’. Parlava poco, ma non era depresso come ci hanno detto. Mentono sempre quando sparisce una scrivania. All’inizio toccò a Manuela. Ci dissero che aveva lasciato per problemi famigliari: aveva tre figli e un marito. Non ci facemmo troppo caso. Manuela era antipatica a tutti: sempre a discutere, polemica come una serpe. L’ultimo giorno uscì sbraitando, carica di fotografie e scatoloni, urla da ragazzine isteriche. In fin dei conti si lavorava meglio senza di lei, tutto era più semplice, il fiume carsico dei fascicoli scorreva meglio da una scrivani all’altra, da un piano all’altro. La volta dopo si fecero più furbi: Gianni, il mio Gianni, non riuscì neanche a entrare in ufficio. Il suo cartellino non funzionava. Lavorava qui con me da 15 anni e una mattina il portiere gli dette una lettera e due scatole piene di ninnoli e piccole piante d’appartamento. Gianni mi diceva che non era neanche riuscito a guardarlo in faccia. Gli aveva fatto scivolare la lettera sotto il naso e spinto le scatole ai piedi, senza un saluto. Avevano bevuto insieme litri di caffè, commentato probabilmente due, trecento partite ogni lunedì. E quel pover’uomo non riusciva neanche a guardarlo affondare sulle scale mobili, carico di foglie polverose che si agitavano al sole.

Poi aumentarono il tiro: tre, quattro ogni settimana. Uno stillicidio di operai svuotava e smontava. Alle volte erano le scrivanie di colleghi pessimi, scansafatiche ministeriali, abili nell’evitare ogni lavoro. Altre, di colleghi migliori: ordinati, efficienti, amati dal capo che non usciva neanche più dalla sua stanza sul lato ovest del piano. Eravamo andati a parlargli, prima arrabbiatissimi, poi spaventati e alla fine solo increduli. Sembrava dimagrito di una quindicina di chili. Mi sembrava di rivedere mio padre quando mi accorsi che era diventato vecchio. Balbettava, giustificava e accusava, aveva paura come noi. Non mandava più circolari grondanti ordini imperativi e a volte passava pomeriggi interi a guardare il soffitto, immaginando i tanti piani sopra la sua testa, dove, presumibilmente, iniziava tutto.

Alla fine rallentarono di nuovo: uno, due al mese. C’era chi lavorava di più, cercava di rendersi indispensabile, infilava cliente su cliente, progetti nuovi su progetti, e finiva per sparire come il suo vicino che non aveva fatto più nulla da quando si era accorto di essere l’ultimo rimasto della sua sezione. Cercavamo di corrompere gli uscieri del quarantacinquesimo piano, la Presidenza, perché ci dicessero cosa sentivano in quei corridoi. Dopo il primo anno passato così, cominciarono a circolare le teorie più strane. Mario, un bravo contabile della sezione acquisti, aveva creato un foglio di calcolo con dodici diversi fogli di lavoro, pieno di grafici e rimandi, che metteva in ordinata i guadagni stimati di ognuno e in ascissa gli anni di carriera. Spiegava a chiunque volesse ascoltarlo che era tutta una sceneggiata per non pagarci la pensione. Lucia, invece, sosteneva che l’azienda stesse fallendo, nonostante il fatturato in crescita, perché aveva sentito che i dirigenti avevano smesso di ordinare champagne per la loro mensa al trentesimo piano. E se facevano a meno dello champagne non era certo perché avessero fatto voto di sobrietà. A me, più di tutti, piaceva la teoria di Giulio, un ex-sindacalista che aveva stracciato la tessera anni prima e ora si vestiva solo di nero e si era fatto crescere una barba da pope russo. Se ne stava alla sua scrivania d’angolo e nessuno l’aveva mai visto alzarsi. Quando arrivavo la mattina, era già seduto davanti allo schermo con lo sguardo fisso, a metà concentrato e perso. La sera lo lasciavamo ancora lì, la mano sul mouse che cliccava a intervalli regolari, un clic ogni minuto. “Se non ti alzi mai e non lasci mai la scrivania, non possono togliertela” mi diceva quando mi avvicinavo per salutarlo. Io annuivo e gli appoggiavo la mano sulla spalla e annuiva anche lui e mi ringraziava confuso. Lo scorso ottobre arrivai e non c’era più né scrivania, né barba. Dovevano averla presa di notte, pensai. Odiavo invece gli apocalittici, capeggiati da un ex-prete che aveva sposato una ragazzina. Erano convinti che le sparizioni fossero una punizione per i peccatori: chi rubava all’azienda, anche solo una graffetta, chi non credeva alla mission e alla vision con tutto sé stesso, peccatori insomma. Ogni pausa pranzo si riunivano in circolo per leggere l’ultima versione del Manuale dell’impiegato e recitavano: “Grazie al nostro entusiasmo, al nostro lavoro in team e ai nostri valori, vogliamo deliziare tutti coloro che, nel mondo, amano la qualità della vita. Dobbiamo essere il punto di riferimento dell’eccellenza e l’azienda più innovativa, che propone i migliori prodotti. Grazie a questo, crescere e diventare leader dell’alta gamma a livello globale, creando valore per i nostri stakeholder.”. Ad un certo punto ero rimasta l’unica a non partecipare alle sedute. Tanti lo facevano perché non si può mai sapere. Altri si accontentavano di una spiegazione, per quanto assurda, e di una strategia per sopravvivere. Sempre meglio dell’alternativa. Il prete aveva fatto stampare dei piccoli manuali dell’impiegato che sembravano breviari. C’era chi li teneva sempre addosso, ma tutto si sgonfiò molto rapidamente quando la scrivania dell’ex-prete, ricoperta com’era di piccoli santini pieni di citazioni del tipo “Il dipendente non accetta, per sé o per altri, regali o altre utilità” oppure “Il dipendente si astiene dal prendere decisioni o svolgere attività inerenti alle sue mansioni in situazioni di conflitto, anche potenziale, di interessi” sparì come le altre. Uscendo la sera trovai i piccoli libretti neri buttati a terra appena fuori dall’ingresso e non se ne parlò più.

Ormai aspettiamo e basta. In giro c’è un vago scetticismo. “Tanto non sai mai quando ti tocca” mi dicono i pochi colleghi che incrocio entrando. Per arrivare alla mia scrivania ne passo un paio in tutto il piano, lontanissimi. Ci salutiamo con un cenno del capo, parlando poco. Non conosco quasi nessuno di quelli rimasti e non voglio imparare i nomi. Il corridoio sud è completamente vuoto. Si vedono ancora sulla moquette i quadrati più chiari dei cubicoli. Ogni tanto un telefono dimenticato inizia a squillare. Strappa il silenzio stupito e fa male come una coltellata: drin, drin. Immagino continuerà a strillare anche quando non ci sarà più nessuno, da solo, imperterrito.

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Written by Carlo

11/09/2013 at 15:05