Carlo B. – Narrare Improprio

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L’Italia della malinconia

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“Di questa inesorabile fine, insieme all’oscurità, alla pioggia e al blindato che si intravede dietro al schiera, di questa fine d’epoca così evidente nella sua attualità, sono dolorosi testimoni gli ortaggi sparsi sull’asfalto”. Filippo Ceccarelli sul Venerdì di Repubblica, così parla degli scontri alla Festa de l’Unità di Bologna commentando questa foto.

 

Leggo spesso i quotidiani e i loro inserti, lo confesso. Mi piace la carta, il rumore che fa. Lo schermo di un computer acceso si aspetta qualcosa, la carta non chiede niente. Penso: la carta è migliore dei pixel. E quindi i libri sono migliori degli e-book. Ogni volta, dovrei aggiungere una clausola: migliori per me. Io esisto con una mia storia precisa alle spalle. Sono nato nel 1980 e quindi ho vissuto in un’epoca definita, carica di modi di fare e abitudini che oggi sembrerebbero ridicole (il mio commodore16 impiegava un’ora a caricare un gioco e il software stava su una musicassetta). È su quella storia, sulle abitudini, sui modi di fare e di pensare, che ho costruito il mio gusto che adesso mi pare tanto naturale e condiviso. Come ci insegna la critica letteraria: il buon gusto è un’ideologia e non ha nulla di naturale. A fatica, ma posso immaginare che, per chi nasce oggi, l’e-book sarà la norma (rimpianta) e gli ologrammi fluttuanti la novità (detestata).

 

Tutti abbiamo sperimentato la malinconia del rivedere i telefilm, i giocattoli, della nostra infanzia. La rete è piena di pagine dedicate a queste reminiscenze crepuscolari (“sei degli anni 60/70/80 se…”). Non serve essere fini psicanalisti per capire che non è tanto il ‘grillo parlante’ o il ‘dolce forno’ che rimpiangiamo, quanto noi stessi allora: giovani e immortali. Rimpiangiamo il tempo che passa e la distanza che ci separa da quegli anni (che ricordiamo sempre splendidi). Diventa sempre più difficile non cedere: aumentano le cose di cui sentiamo la mancanza, l’idea di essere immortali diventa insostenibile.

 

In questi mesi, leggo spesso che l’Italia è condannata: persi i grandi ideali di una volta, consumati i riti collettivi come, appunto, le feste de l’Unità, introvabili i cortili dei Salesiani pieni di giovani, inetto il governo (sempre peggiore del precedente, a sua volta, all’epoca, considerato inetto). C’è un intero filone di articoli, spesso legati a intellettuali di sinistra e sessantenni, che piange il tramonto di un’epoca: quella in cui la cultura contava davvero, quella dove si scrivevano romanzi migliori, quella in cui si leggeva di più, meglio, si faceva politica di più e meglio, c’erano più speranza, il futuro brillava, etc. etc. Un attacco generalizzato di malinconia.

 

C’è una generazione precisa, proprio quella dei sessantenni di oggi, che è cresciuta nel periodo più florido di tutta la storia repubblicana: PIL a doppia cifra, modernità, successo. Bastava aprire un’edicola per costruirsi una villetta di tutto rispetto. E oggi, questi stessi ‘giovani’ rampanti, sono diventati giornalisti, intellettuali, così come sono diventati insegnanti e tutto il resto. Così come sono invecchiati. Si guardano, guardano quello che l’Italia è diventata, e misurano lo scarto che c’è fra i loro sogni e la realtà. Fra le speranze di costruire un mondo migliore e il mondo così com’è. Non è sorprendente, anzi. Forse è naturale.

 

Quello che invece è strano è che non ci siano voci diverse: dove sono i giovani giornalisti che parlano di futuro? Che misurano i fatti, li criticano, ma non in base all’età dell’oro perduta. Dove sono i nuovi industriali che, nonostante la crisi, i mercati saturi, la globalizzazione, si buttano in nuove imprese e, a volte, hanno successo? Invisibili, coperti dalla melassa. Eppure ci sono: nascono nuove case editrici, gli artisti continuano a raccontarci il mondo. Anche dopo la fine di Bisanzio, si continua a fare poesia.

 

Il nostro non è il migliore dei mondi possibili. È il mondo che abbiamo. È carico di ingiustizie e di grandi esempi di umanità. Iniziamo a raccontare queste storie, belle, brutte, per quelle che sono. Non com’era bello vent’anni fa (che poi io c’ero. Non era così bello). I sogni si infrangono una volta per generazione: non è così raro. E non dovrebbe fermarci.

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Written by Carlo

30/05/2015 at 10:10

Crisi d’app

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Ho resistito a lungo. Molto più di altri amici e colleghi fotografi. Ho resistito per un vago senso di giustizia. Di fedeltà a come le cose si facevano una volta: a modo, con la giusta misura. E poi ho ceduto, scaricando una quindicina di piccole apps per iPad che fanno molte cose legate alla fotografia. Di base.però, tutte creano in automatico effetti di composizione tipografica (cornici et similia) e effetti sulle foto, in larga parte ispirati a vecchi rullini, a come si sviluppavano le foto – sbagliando. Insomma, a quella che negli ultimi hanno abbiamo imparato a conoscere come lomographia.

Nel giro di cinque minuti ho postato più foto di quante ne abbia messe negli ultimi tre mesi. Questo cosa vuol dire? Che, d’improvviso, sono diventato più creativo? Che la tecnologia mi ha reso più intelligente, più artistico? In qualche modo credo di no. Diciamo forse che, visto quanto è facile scattare una foto e condividerla, facilissimo, mi pesa meno la vocina che mi dice: ma cosa ti sbatti a fare per sistemare queste foto, fanno tutte schifo. Appunto, mi devo sbattere di meno.

Ma allora perché piace così tanto questo tipo di fotografia? Non mi ricordo più chi diceva che è perché cerchiamo di trasformare foto banali, quotidiane e forse proprio brutte, in oggetti d’antiquariato, già ricordo nel loro farsi. E, come tutti i ricordi, ammantati di un’aura di nostalgia, color seppia, che fa passare in secondo piano il contenuto ed evidenzia il medium (virtuale). Ogni foto di instagram sembra dirci: ti ricordi, che bei tempi allora? Anche quelle scattate 5minuti fa. E no, non erano bei tempi.

Altri mi dicono: sono immagini come appunti. Rapidi, sciolte, caustiche nella loro idiosincrasia. Ok. Negli appunti ci si mette di tutto. I miei quaderni di appunti sono pieni di ghirigori con puntini, archi, ellissi e spirali che si richiudono le une sule altre. Ma se mi mettessi a pubblicarli su facebook?

In realtà quello che un po’ mi sorprende è che la creatività delle foto è affidata ad un algoritmo. Noi non c’entriamo quasi nulla. Si certo, possiamo scegliere quale effetto applicare. Ma gli effetti sono uguali per tutti. Le foto si assomigliano come carne in scatola. E’ come se uno scrittore si facesse dare la trama da un computer. Certo, funziona uguale. E magari vendo anche un botto di copie. Ma, ovvia, lo devo dire, a me non sembra certo un tipo di letteratura di cui mi piacerebbe fare parte.

E’ come mangiare un drink molto zuccherato, o delle caramelle. Sono buone, vanno giù alla grande, ti danno energia. Ma fanno male, ti cariano i denti, e sono tutte uguali. E poi arriva il crash. Se uno non scatta una foto per due giorni con instagram che succede?

Mettiamola così, non ho risposte. Io mi regolo a occhio, come i naviganti nella nebbia. Non voglio fare il luddista, quello che “come la lana filata a mano nessuna”. Ma non mi convince del tutto. Io non voglio che le mie foto, anche quelle da niente, gli appunti, siano tutte uguali, finti ricordi, che se gli togli il viraggio giallo e il cross-processing sono foto brutte e piatte. Quindi uso cornici e simili, ma mi tengo lontano dagli effetti vintage. A meno che non siano davvero belli.

Voi che pensate?

Written by Carlo

12/08/2012 at 18:15

Pubblicato su Cose Interessanti

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Belle Epoque

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Non credo che dopo la grande guerra, che sarebbe scoppiata dopo soli 5 anni, si sarebbe potuto immaginare un luogo tanto dolce, delicato, capace di ospitare solo felicità semplici e té e biscotti al tramonto. La realtà lo tradì irrimediabilmente. Tutti dovremmo passeggiare sotto questo colonnato, con degli amici poco lontani, i quali ci aspettano e sono felici che siamo venuti – inaspettatamente – a trovarli. Ovvio che un posto così non esista. Se guardate bene assomigliano un po’ alle colonne degli Uffizzi, ma non c’è l’Arno dietro.

Lo trovate ancora per qualche giorno a Palazzo Strozzi.

Written by Carlo

13/07/2012 at 10:45

Seconda generazione a chi?

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Di solito non scrivo di politica perché sono convinto che la politica vada fatta, non scritta. Voglio fare un’eccezione per dire una cosa molto semplice, quasi banale. Voglio dire a quei ragazzi e ragazze cresciuti in Italia e figli di genitori migranti: abbiamo bisogno di voi. Abbiamo bisogno di voi per fare dell’Italia un posto migliore. Un posto in cui essere italiani sia di più che pizza e spaghetti. In cui la diversità di pelle e cultura sia una ricchezza e non un peso.

Voglio anche chiedervi scusa per tutte le volte che qualcuno vi ha dato del tu – e del lei ai vostri amici dalla pelle chiara.

Mi chiedo perché qualcuno nato e cresciuto qui non debba essere italiano, mentre un canadese il cui nonno emigrò quasi 100 anni fa possa avere un passaporto, con tanto di pacca sulla spalla.

Tutto qua.

L’unico documentario sulla cosiddetta seconda generazione l’ho visto su MTV. No, non Rai3, MTV. Quella delle musichette e dei rappers improponibili. Ben fatto, semplice, non c’erano sociologi, solo giovani italiani di origini cinesi, marocchine, senegalesi. Che a 18 anni dovrebbero poter pensare al proprio futuro – così incerto e nebuloso di suo – senza il peso e la paura di dover tornare in un paese che non conoscono o conoscono molto poco.

Per quel che vale.

Written by Carlo

20/06/2012 at 22:42

Il venerdi arriva sempre di sorpresa

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Il venerdì arriva sempre di sorpresa. Ogni volta mi dico: il fine settimana prossimo mi faccio trovare organizzato, con un sacco di cose interessanti da fare, cene programmete, vagonate di gente da incontrare, camicie stirate e macchina pulita. E invece scende il sole mescolando rosa pastello a arancio indiano e stacca le foglie degli ulivi davanti alla mia finestra ad una ad una, segno ineluttabile che anche questa settimana sia finita. Ciao settimana. Mi verrebbe voglia di prendermi a schiaffi. Se non fosse per il sole rosa arancio che rende tutto troppo drammatico e finale per essere arrabbiati, mi prenderei a schiaffi. Meno male.

 

buon fine settimana a tutti.

Written by Carlo

25/02/2011 at 17:07

Pubblicato su Cose Interessanti, Tempo

917 Km

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917 Km segna il contachilometri rosso della mia macchina nuova, bianca. In una settimana, 917 Km. Diciamo 10 giorni. In un mese, 2751. In un anno 33012 Km. Da Oslo a Firenze sono sui 2229, tanto per dire. E invece non mi sono mai mosso da qui. Il viaggio più lungo e avventuroso è stato fino a Lucca. In giornata.

Comunque sia 917 Km è un buon numero. E’ l’inizio promettente di una nuova macchina che sa dove vuole andare. Mi piace.

Written by Carlo

20/02/2011 at 01:47

In-soddisfatti

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Ci sono alcune persone che vivono la vita con calma. Non sono mai di fretta, hanno sempre tempo per fare due chiacchiere. Lavorano, ma parlano poco di lavoro. In genere sono più bravi ad ascoltare che a parlare. Non hanno certezze granitiche, solo tante curiosità. Quando passi un po’ di tempo con loro è come se imparassi di nuovo a respirare, a camminare. Cose che eri convinto di saper fare benissimo, ma che al contrario facevi nel peggior modo possibile: sgraziato, grugnendo. Mi chiedo cosa ci sia di diverso fra noi e loro. Da dove ci viene quell’ in- che a loro manca.

Written by Carlo

03/02/2011 at 18:16

Pubblicato su Cose Interessanti

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