Carlo B. – Narrare Improprio

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Quando rido

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Quando rido, mi appaiono intorno agli occhi delle increspature profonde. Sotto, due cerchi scuri. Guardo questa foto, fra le poche che sopporto: denti appena ingialliti, barba brizzolata, occhi più celesti del solito. Guardo le mani, forti, agili, ma con le vene più sporgenti di una volta, appena qualche millimetro, coperte da tante, piccole, cicatrici invisibili: una fetta di pane troppo dura, un gatto, un cancello arrugginito. I miei occhiali sono più spessi, ma la montatura nasconde le lenti. Quando leggo, due piccoli punti scuri inseguono le lettere da sinistra a destra: non c’erano. So che non se ne andranno più. Fra i tanti capelli castani, si vergognano i pochi bianchi che si arrampicano dal basso, partendo dalle tempie verso la cima.

Il tempo sono io. I 35 anni passati sono tutti seduti qui con me: nel mio stomaco, nel fegato, nei reni, nella vescica, nei polmoni, nel cuore, nella trachea stanca, nel cervello. Sono la mia saliva, il sudore, lo sperma, il sangue. È tempo di bilanci? Devo tirare una riga qui e sommare in colonna i successi, i fallimenti, le piccole virtù, le meschinità? O devo nuotare controcorrente, vestendo jeans più stretti, magliette più colorate, barbe più lunghe, scappando in velocità? O devo fingere, annuire con saggezza, risolto, tranquillo nello splendore della maturità?

Ho fatto pace con molte cose. Sono meno arrabbiato, respiro, perdono. Ho imparato a guidare e, sebbene non ci siano strade o mappe, stringo il volante. Ho ancora paura e fuori è buio. L’alba che arriva disegna un orizzonte lontanissimo. Mi stupisco. Come ci sono arrivato? Una caduta continua, come nei sogni. Le sagome acquistano contorni più netti, ma le sorpasso troppo veloce. Continuo impercettibilmente ad accelerare verso il sole che sorge, laggiù. Vorrei un po’ di musica.

(foto di Mirko Lisella https://www.facebook.com/mirko.lisella)

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Written by Carlo

10/10/2015 at 22:37

Pubblicato su In-splora

Ciclo vitale della speranza

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Non voglio più questo crepuscolo da avrebbe potuto essere. Non sopporto il velo di malinconia leggera che copre ogni tazza di té bevuta a notte fonda per nascondere che neanche oggi le cose sono andate davvero come avrebbero dovuto. E non voglio il senso di sollievo che, come una ruffiana, viene a leccarci la pancia quando accettiamo, comprendiamo, vediamo le cose in prospettiva, quando, non avendo altra scelta, ci teniamo l’unica rimasta e la stringiamo come fosse una vecchia amica, proprio quella che avremmo sperato di incontrare. Tutti i tramonti rossastri, i mari in inverno, ogni ramo di ogni albero con il suo grido al cielo, tutto mi sembra ingiusto nel suo consolare eterno, come una vecchia monaca, consolare, consolare e ancora consolare.

Ma è sera. Si è appena spento il lampione che acceca la mia finestra. Fuori non piove e le pietre rettangolari disegnano il dorso squamato del gigantesco pesce che sostiene la città e che stasera è fresco, appena uscito dal fiume. La calma allunga il respiro, lo distende, la fiducia mercanteggia, rassicura, presto, sicuramente. E allora accendiamo tante sigarette da illuminare le strade buie e riempire di fumo il cielo, e sfogliamo qualche libro, sempre quello, cercando di nascosto la motivazione più seria, che ci giustifichi. Nei casi peggiori scriviamo e, come dopo una lavanda gastrica, scarichiamo alla pagina tutto il nero, pronti per nuovi tramonti, nuovi paesaggi mozzafiato.

Written by Carlo

19/01/2014 at 22:53

Pubblicato su In-splora, Nero

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Quasi un altro anno

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Quasi un altro anno è andato. Consumato lento e rapido come una candela capricciosa. Sono nati amori, è venuto un gran caldo, è passato. Mi sono ritrovato spesso a dire che la vita è un cimitero di incroci mancati, di controtempi che non si chiudono mai sul battere. Tutto è diverso da com’era un anno fa, io compreso, e tutto è simile, tanto che a volte si distingue a fatica l’allora dall’adesso.

Corro in bicicletta sul selciato in pietra serena, lucido d’acqua. I riflessi dei lampioni nelle scanalature e il silenzio della tarda sera mi avvertono che anche Carmelo è chiuso e che non c’è nient’altro da fare. Che è necessario abbandonarsi alla notte, al letto e lasciare che finisca un altro giorno. Saluto tutto con il sollievo di un reduce che non si aspetta che una notte di buon sonno.

Passo attraverso questo 2013 come attraverso i giorni, aspettando e preparando l’anno che verrà, sicuro che non sarà come lo vorrei, bello, giusto, luminoso per tutti, e sperando che quello che metterò insieme sia comunque migliore di quello che mi avrebbero preparato gli altri senza di me. E in questo chiudo la mia speranza. Come una bottiglia gettata in mare presuppone un messaggio e qualcuno che sappia leggerlo.

Verranno altre primavere e io le aspetto, con i buoni amici che ho, i molti che mancano, con le colpe che porto e non espio, con i venti a favore o contro, costruendo goccia a goccia quello che vorrei essere. Continuo e non mi fermo, sperando che questo basti come giustificazione. E a tutti auguro delle feste serene.

Written by Carlo

21/12/2013 at 02:20

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Quindi è arrivata un’altra primavera

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Quindi è arrivata un’altra primavera incerta, carica di pioggia. Mi sembra di sentire, appena dietro la testa, il rumore sottile che fanno gli ingranaggi, il tempo. Guardo la stanza piena di amici che ridono. E guardo fuori dalla finestra il nero assoluto della notte. Le pareti bianche, quasi gialle nei muri consumati dalle parole che ci siamo detti, che vi siete detti, che pazienti hanno ascoltato per tutto questo inverno, sorridono. Tutto sanno e tutto perdonano. Questa tavola mi sembra  l’unica zattera nel mare scuro che è il mondo. E ognuno parte come può, quando può, attratto dalla vita, come si sa. Lo sforzo assurdo di resistere,  continuare, crescere, respirare, pronunciare frasi e parole, ci riporta di nuovo qua. Alla fine e all’inizio di tutto. Cosa c’è, stasera, che scuote il basso ventre e lo stringe fino a far salire la malinconia?

Eppure siamo qui, con un altro bicchiere, un’altra risata. E non siamo quasi nulla, ma siamo qui. E ora. E nella piccola commedia degli uomini è forse l’unica cosa vera e certa, l’unica di cui andare fieri. Ci teniamo stretti su questa giostra in continuo movimento. E’ finito un giro, un altro comincia. Il tizio alla biglietteria suda e guarda una telenovela alla tv in bianco e nero, appesa sopra la sua testa. E noi ci contiamo, ci riconosciamo, sappiamo le parole dell’altro come formule magiche. Riprendiamo fiato e stringiamo i pugni. E via, si riparte, più veloci di prima.

E ci saranno altre tavole, altri amici. E di quelli passati molti sfumano all’orizzonte di altre strade. E, certo, domani anche le nostre risate saranno ricordo, ricordo di un ricordo. Tutto è impermanenza. Tutto cambia e trasforma l’oggi nel domani. Ma adesso siamo qui. Non cambierà questa semplicissima, incontrovertibile verità. Che noi siamo stati qui, insieme, come una piccola famiglia sbalestrata e inattuale. Che abbiamo bevuto insieme, e riso. E ingannato un’altra notte come si addomestica una tigre. Passato gli inverni come rondini in Sud Africa. E ne siamo usciti interi, senza troppi rimorsi o rimpianti. E, in fondo, non è poco, amici miei. E’ quasi tutto.

Written by Carlo

16/05/2013 at 23:48

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Crescere bene

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Crescere è sempre stato per me un sinonimo di avere successo. In qualche modo, è sempre stato chiaro che l’unico vero modo per “diventare grandi” era quello di “diventare qualcuno”. Quasi che le identità si trovino appese ai ganci delle macellerie e “diventare qualcuno” sia una cerimonia di premiazione dove vi consegnano, nuova e stirata, una casacca con i galloni d’oro.

Il fallimento, invece, annienta. Chiude la porta a tutti i possibili modi di essere. Vi nega il diritto di sedervi insieme agli altri. Vi fa ritornare bambini, o meglio, minori. Un mondo diviso in due: vincenti e perdenti; grandi e insignificanti; buoni e cattivi.

Che stronzata. Che modo distorto di vedere le cose. Me ne rendo conto ora. Certo è la riedizione dell’essere e dell’avere. Niente di nuovo. Ma il rendersi conto che non per forza dobbiamo essere i migliori genitori, amici, lavoratori; che basta essere onesti e dare quello che possiamo dare in ogni situazione per essere degni di accettazione e di affetto, è stato una scoperta. L’essere adulti sembra un complicatissimo percorso che ci porta, piano piano, ad accettare sempre più quel (poco) che siamo. E a desiderare sempre meno di essere quel(molto) che non siamo. Liberi, perlomeno, liberi.

Written by Carlo

15/08/2012 at 18:42

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Alla ricerca del Tempo Perduto

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Ho finito adesso di leggere la cattedrale Proust. La ricerca del tempo perduto. Sette volumi. Migliaia di pagine. Tiro un respiro di sollievo, come immagino debba fare chi arriva in cima ad una montagna. Non provo neanche a dire qualcosa sul libro. Mi supera in statura di varie volte e non avrei nulla da aggiungere a tutte le critiche intelligenti che lo precedono.

Per me che sono così avaro di date precise e riferimenti temporali, questo libro, così pieno di Tempo, è un’eccezione. Ha delle date chiare e puntuali. E dico libro qui, intendendo proprio i miei volumi. Bianchi, un edizione Mondadori degli anni ’70 in un semplice cofanetto di cartone che ha resistito alla miglior parte di quattro decenni. Devo averli visti, la prima volta, nella libreria dei miei genitori, di legno scuro, alta fino al soffitto. Non credo che mia mamma, che ne era la legittima proprietaria, li abbia mai letti o letti per intero. Mi ricordo invece di averli chiesti in regalo, tante volte, con una sua dedica. Mi sembravano dei libri importanti, che nessuno mai si sarebbe sognato di buttare. Dei libri fatti per durare nel tempo e in fondo li volevo, insieme alla sua dedica, per avere qualcosa che mi sarebbe sempre rimasto. Mia mamma era contraria. Non tanto per il regalo – mi ha regalato senza pensarci un attimo cose per lei molto più preziose – quanto per la dedica. Mi chiedo se avesse indovinato in qualche modo il senso di eternità che c’è in una dedica su un libro che passa di generazione. E se non abbia voluto scacciare così una fine che le sembrava di accelerare.

C’è voluto quasi un decennio perché mi arrivassero, questi libri. Mi sono stati regalati un mattino di fine marzo dell’ormai lontano 2004. Non faceva freddo anche se non c’era sole. Eravamo a Forlì, quella città piatta, piena di mattoni rossi e nebbia, dove ho passato quattro anni a studiare e innamorarmi. Mi ero appena laureato. Dedica c’era, ma controvoglia: “Per Carlo, senza dedica, ma con un abbraccio, Mamma”. 27 Marzo 2004, otto anni fa. La posso rileggere alla prima pagina, scritta con una biro blu in corsivo nervoso. E’ stato sugli scaffali della mia libreria, anche questa di legno, ma più chiaro, per altri sei anni, più o meno. Quasi fosse un totem della cultura alta, difficile. Più oggetto d’affezione che libro da leggere. Nel frattempo è successo un po’ di tutto, come sempre capita. Ho lavorato per vari anni all’estero, ho avuto una compagna, ci siamo lasciati, sono tornato in Italia, ho cambiato lavoro. Insomma, la vita come viene.

Ho iniziato a leggerli davvero solo nell’autunno del 2010. Mi ci sono voluti un po’ meno di due anni per finirli, anni durante i quali ho sempre avuto con me uno dei volumi. Ne ho letto un po’ ogni sera per smettere quasi del tutto per dei mesi. E poi riiniziare ogni giorno, per delle ore. E ancora smettere. A volte leggevo per un senso vago del dovere, perché leggere ‘Alla ricerca del tempo perduto’ è una cosa importante da fare. Altre volte perché parlava proprio di me. Altre ancora perché mi ha fatto morire dal ridere. Ho avuto un buon amico che mi ha tenuto compagnia nei mesi solitari che sembrano non passare mai.

E oggi è strano pensare che non ci sarà più un altro volume da leggere, altri complicati pensieri e sensazioni da seguire sulla pagina. E mi prende una malinconia leggera a toccare i dorsi grinzosi e impolverati che mi guardano da un nuovo scaffale, anche questo di legno, più scuro del precedente, ma non ancora come quello dei miei genitori. Sono quasi sicuro che non li rileggerò più. Potrò certo sfogliarne alcune parti, prenderli in mano per rinfrescare un passo che si affievolisce nella memoria. Trovare il nome di un personaggio. Ma leggerli tutti dall’inizio alla fine, no. Sono cose che si fanno una volta sola nella vita. E questo mi fa pensare, come la dedica a mia mamma, al Tempo che ci è dato, a quello passato, a quello da venire. A quante cose abbiamo fatto e non rifaremo mai: innamorarsi di quella ragazza o iniziare a lavorare per la prima volta, o licenziarsi. Guardo indietro al mio ‘tempo perduto’ e vorrei avere qua Proust per offrirgli una tazza di tè caldo. E dirgli ‘si, hai proprio ragione’. Era proprio come dicevi tu.

Written by Carlo

27/05/2012 at 22:28

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Oddio sono come quello che non scrive mai, se non per scusarsi di non scrivere di più

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Voglio scrivere un post di servizio. Onesto e semplice come il menù di una mensa: primo – riso in bianco e minestrone. secondo – roastbeef e patate al forno. Voglio solo aggiornare i pensieri e cercare di colmare la distanza con le cose successe. Non sono molte, per l’amor di dio. Poi però mi accorgo che questo non è un diario. Non è che a voi interessa sapere come sto o cosa faccio. E allora cado nella mia tentazione migliore: inizio da domani. Domani mattina mi alzo presto e studio per due ore, poi scatto delle foto per il nuovo progetto, poi lavoro per qualche ora, poi incontro gli amici per un aperitivo e poi mi gusto il meritato riposo. Riposo giusto. Guadagnato con la fatica e il sudore (metaforico). Quanto è bello aspettare domani.

Written by Carlo

10/05/2012 at 21:47

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