Carlo B. – Narrare Improprio

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Partono tutti

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Partono tutti. D’improvviso, senza essersi messi d’accordo, partono. Un attimo sono qui, vicini da allungare un braccio e toccarli, un attimo sono punti all’orizzonte, tremolanti come fatemorgane. Nessuna prosopopea, pochi saluti: ora ci sono, ora non più.
Io resto seduto, in attesa che ne arrivino di nuovi. Negli ultimi anni sono sempre di meno. Da quando hanno aperto l’autostrada, quasi nessuno si avventura fin qui. Vorrei poter dire che non mi dispiace, che sono contento per loro che hanno trovato una destinazione migliore, ma non è vero: guardo questo motel e le stanze vuote mi mettono una tremenda tristezza. Spazzo continuamente i corridoi, apro tutte le finestre e poi le richiudo, tendo l’orecchio alla strada per non perdermi l’avvicinarsi di qualche motore, indovinare se stia rallentando o se stia entrando nel vialetto. Non succede quasi mai. Passo in rassegna le 15 chiavi che stanno appese dietro la mia schiena e le disprezzo: quella plastica dozzinale, il rosso sbiadito dei numeri, tutto mi sembra colpevole.
Solo ieri erano qui in tre. Ho preparato caffè fresco, cucinato delle uova strapazzate, ho perfino scongelato mezzo chilo di bacon che dalla cucina si sentiva fino al secondo piano. Faccio tutto io: cucino, pulisco, tengo i conti, riparo porte e finestre. Non c’è nessun altro, quindi, per forza. Vorrei avere qualcuno a darmi una mano, ma non potrei pagarlo. Alle volte mi chiedo se mi troveranno disteso sul bancone, coperto di mosche. Poi apro la vetrinetta del bar, tiro fuori la bottiglia di gin e me la porto in camera. Quelle sono le sere peggiori.
No, non è vero, quelle peggiori sono quando scendo in cantina e apro il freezer. Fa sempre resistenza, devo tirare la maniglia fino a diventare rosso: la sua bella spia accesa, la ventola che attacca e stacca con regolarità. E poi la vedo lì dentro: bellissima, come se ancora potesse parlare e baciarmi. Non la tocco, ho paura che ci siano dei batteri o che ne so. Quelle peggiori sono quando scendo e ho paura che il freezer sia vuoto. Scendo e lo guardo, senza aprirlo, e aspetto che sia mattina.

Written by Carlo

21/04/2015 at 17:44

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Kumasi

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A Kumasi mi accorsi di essere bianco: camminavo per strada ed ero bianco; mangiavo in un ristorante ed ero bianco; prendevo un taxi ed ero, terribilmente, bianco. Tutti mi squadravano. I bambini mi camminavano a fianco per chilometri. Camminavo perché, a parte lavorare e dormire, non avevo altre attività. Vivevo ospite di un pastore anglicano nell’unica casa in muratura di Ahenema Kokobin. La strada era di un asfalto sottile che ad ogni pioggia cedeva un po’ di più. Per arrivare si camminava fra tetti in lamiera e pali in legno che sorreggevano un groviglio inestricabile di cavi dai quali, quasi sempre, arrivava l’elettricità per le televisioni e le radio. Il pastore aveva sette figli, quattro maschi e tre ragazze, tutti più giovani di me.
Ogni mattina l’autista musulmano del pastore mi portava in città, alla Kumasi Savings Limited, una banca con le mura giallo ocra. Guidavamo per quasi un’ora a passo d’uomo e, nel tragitto, compravamo ananas fresco, carta igienica e succhi di frutta che dei ragazzini portavano in grandi bacinelle sulla testa. La puzza di gasolio era terribile e peggiorava dietro ai furgoni stracarichi di pendolari. Tutto era di un marrone rosso che, dai bordi della strada, si sollevava in nubi colorate e copriva i muri delle case, gli alberi e i marciapiedi. Il primo giorno mi presentai in banca in giacca, ma senza cravatta. I miei colleghi mi guardarono nervosi finché il capo ufficio si avvicinò e mi fece notare che ero l’unico a non portarla. Sulla porta troneggiava un cartello in legno dipinto a mano: “Microfinanza”. Eravamo sedici: quattro uomini con scrivanie impeccabili e dodici donne con l’uniforme gialla della Kumasi Savings che giravano i mercati, le botteghe, i banchetti di tutta la città per recuperare la quota mensile da centinaia di nostri clienti. Avevano un blocco di ricevute dove annotavano nome, numero di tessera e ammontare. Camminavano per dieci ore sotto il sole, dall’alba al pomeriggio inoltrato e poi tornavano in banca, ci lasciavano i soldi, le ricevute, e stramazzavano sul divano, aspettando che noi uomini controllassimo.
– Si ricordi questo – mi disse il capoufficio seduto sulla più grande poltrona che avessi mai visto – noi diamo prestiti a chi non ne avrebbe da nessun altro – Annuii ripensando a tutti i libri dell’università che non avevano nulla a vedere con quello che succedeva. Ci stringemmo la mano, l’ufficio si riempì di segretarie e postulanti e mi costrinse a scivolare fuori fra fascicoli agitati e impeccabili camicie, tutte stirate molto meglio della mia.
Le domeniche erano per me e l’autista mussulmano che mi aveva preso in simpatia perché, sebbene non mussulmano, non ero comunque cristiano a tutti gli effetti: non andavo a messa, non digiunavo il venerdì. E un bianco non cristiano era qualcosa che non si vedeva tutti i giorni. Mi raccontava di una donna di cui si era innamorato. Si vedevano di nascosto lontano dal quartiere per prendere un caffè. Lei era anglicana e se la sua famiglia l’avesse scoperto sarebbero stati guai per entrambi. Almeno erano tutti e due degli Ashanti e questo giocava a loro favore. Era complicato: ognuno aveva cinque, sei identità come cartellini attaccati alle spalle che si intersecavano in maniera imprevedibile. Religione, tribù, nazionalismo ghanese, partito politico, squadra di calcio. Lo stadio era uno dei pochi posti che riuniva tutti e gli Asante Kotoko mescolavano gente di ogni tipo. Le elezioni, invece, dividevano e chi votava Congresso Democratico Nazionale quasi non parlava a chi votava Nuovo Partito Patriotico, ma ogni altra differenza non contava per il tempo della campagna elettorale. E, in questo flusso costante e interscambiabile, solo io ero inesorabilmente bianco.
Quando entravo in un caffè mi servivano per primo, anche con una fila di dieci persone. Davanti al mercato scatenavo una corsa a vendermi statuette, borse e piatti in ceramica anche quando volevo solo comprare del riso e qualche patata. I giovani mi guardavano con risentimento e i vecchi con adorazione. Entravo in un ristorante e la conversazione si abbassava. Mi guardavano senza rimorso, indicandomi e dandosi colpetti sulle spalle.
Una mattina trovai il mio capo fuori dall’ufficio, accanto al pick-up blu con lo stemma della banca. Sul retro c’era una cassaforte verde con sopra il nostro portiere che per l’occasione sfoggiava un fucile a pompa. Mi guardò sudando nella sua uniforme celeste, sotto al cappellino e agli occhiali da sole. Il capo sudava nel suo doppiopetto grigio scuro:
– Oggi andiamo sul campo – indicò vagamente il nord – vedrai.
I miei colleghi sorridevano nelle loro camicie bianchissime. Sembravamo dei ragazzi in gita. Uscire da Kumasi a quell’ora era facile. Dopo un’ora ci ritrovammo su un lunghissimo rettilineo che tagliava in due la foresta: non c’erano più baracche, né pali della luce e i cellulari uno ad uno si arresero. Noi sedevamo al fresco dell’aria condizionata e il portiere fuori continuava a sudare accovacciato con il fucile fra le gambe. In un punto qualsiasi della distesa di mare verde apparve una pista sterrata che partiva perpendicolare alla strada e spariva verso l’orizzonte, dritta come un righello. Owusu, l’autista, rallentò e svoltò senza dire una parola. Quando passammo dall’asfalto allo sterrato il pick-up sobbalzò e il portiere sbatté la testa contro la cassaforte, gridando arrabbiato. Noi scoppiammo tutti a ridere e Owusu, per rafforzare l’effetto, accelerò e iniziò a zigzagare rapido finché il portiere dietro iniziò a urlare minacce e a battere i pugni sul tettuccio. Non c’era nessuno per chilometri: guidammo per quasi due ore senza incontrare una macchina. Non c’erano altre piste che partissero dalla nostra, solo alberi e foglie grandi quanto un uomo adulto. Sembrava che il paesaggio non sarebbe cambiato mai: la strada marrone, il mare verde, un cielo blu infinito e noi chiusi in una scatoletta con l’aria condizionata, stretti nelle nostre cravatte ben allacciate. Ci addormentammo tutti.
Quando aprii gli occhi ero da solo, il pick-up ancora acceso e fermo in mezzo alla strada, e Owusu che parlava con il mio capo cento metri più avanti, mentre i miei colleghi se ne stavano in disparte. Non avevano l’aria felice: il capo urlava qualcosa, Owusu un po’ guardava per terra, un po’ rispondeva agitando un dito verso la pista. Scesi anch’io.
– Che succede?
– C’è un lago di fango – mi disse il portiere armato – e Owusu non vuole passare.
– Siamo già in ritardo di un’ora – disse Yaw, il più giovane.
Alex, il più vecchio, scosse la testa: – Il pick-up non è una jeep. Owusu sa quel che fa. –
Owusu aveva lavorato in Costa d’Avorio per dieci anni ed era tornato in Ghana solo l’anno prima. Aveva guidato su tutte le strade, dal Ghana al Camerun. Spesso lo prendevamo in giro facendogli credere le cose più assurde, ma quando guidava ci fidavamo. Il capo stava urlando, la gola gli si gonfiava. Owusu non era da meno e urlava alla strada, pestando i piedi, tirando pedate ai sassi.
– Parlaci tu – mi disse Alex – il capo ti ascolta.
Non mi sembrava una grande idea, ma tutti e tre erano entusiasti: avrei risolto di sicuro la questione. Mi avvicinai e, dopo aver ascoltato per cinque minuti buoni i due uomini che si davano di incapace e di idiota a vicenda, buttai là un:
– Capo, Owusu è un buon autista, non dovremmo fidarci? –
Mi guardò con odio e, se avesse potuto, mi avrebbe preso a cazzotti.
– Tu sei qui da molto poco – mi sibilò in faccia – fai decidere a me di chi fidarmi. E tu – tornò a urlare a Owusu – o metti in moto e attraversi quella pozzanghera o quando torniamo alla banca non avrai più un lavoro! –
La parola ‘lavoro’ risuonò sulle chiome degli alberi come un tuono. Owusu sputò per terra e si rimise al volante. Noi rimanemmo a guardare mentre lui accelerava, lanciando il pick-up a 60, 70 chilometri, volava sul fango sollevando schizzi alti due metri che sporcarono le foglie ai lati della strada, accelerò ancora facendo sbuffare la marmitta di un fumo nero e denso, avanzò, mancavano si e no tre metri all’asciutto, avanzò ancora, ma più lentamente e poi, esausto, il pick-up si adagiò come una barca che plana, abbassando la prora alle onde. I primi attimi erano quelli in cui ancora si poteva fare qualcosa: Owusu sterzò accelerando a sinistra, poi a destra, le ruote giravano a bagno nel fango e il pick-up dondolava avanti e indietro cercando di prendere slancio, una, due, tre volte. Poi Owusu spense il motore e scese senza dire una parola. Il pick-up aveva il fango fin quasi all’altezza delle portiere e le ruote avevano scavato delle buche profonde dove si erano rifugiate al calduccio.
Senza il borbottio del rumore, il silenzio era assoluto. Eravamo imbarazzati, Owusu si sedette sul ciglio della pista accendendosi una sigaretta, il capo era livido e non diceva niente, noi ci guardavamo, guardavamo il pick-up e poi guardavamo il cielo.
– E adesso? – chiesi sottovoce ad Alex che era accanto a me
– Adesso nulla. Aspettiamo –
Rimanemmo lì per due ore e mezza. Il capo si era calmato anche se ogni tanto continuava a lanciarmi degli sguardi di minaccia. Owusu sembrava essersi dimenticato di tutto. Chiacchieravano di donne, delle colleghe in banca, delle mogli. Il caldo era insopportabile: era quasi mezzogiorno e noi avevamo ancora addosso le nostre camicie ormai bagnate e le cravatte. Yaw raccoglieva dei sassolini e li lanciava in mezzo alla pista. Non successe nulla per molto tempo. Io iniziavo a preoccuparmi: i cellulari non prendevano, avevamo si e no un paio di bottiglie d’acqua, il pick-up era immerso nel fango fino alle portiere e sembrava una patatina nella maionese.
– Cosa facciamo quando fa buio? – chiesi. Si misero tutti a ridere. – Hai paura, amico mio? Ci mangiano i leoni? – Yaw ruggì agitando in aria le mani come zampe e gli altri risero.
– Non ti preoccupare – mi disse Alex – Saliamo in macchina e aspettiamo domattina. –
Mi venne spontaneo scuotere la testa.
– Se avessimo ascoltato, Owusu non staremmo qui a scioglierci –
Non mi rispose nessuno, finsero di non aver sentito. Solo negli occhi del capo brillò per un attimo, appena percettibile, un furore cieco. Mi sedetti all’ombra di un banano con la schiena appoggiata al fusto. Erano degli idioti. Non avrebbero mai imparato. La prossima volta avrebbero rifatto esattamente lo stesso. Iniziavo a generalizzare: ben presto era quello il problema che teneva tutta l’Africa in scacco. Non il colonialismo, gli schiavi o la corruzione. Avrei saputo io come mettere le cose a posto.
Immerso in pensieri simili, non sentii il borbottio di un motore in lontananza, qualcosa di molto lento. Ci alzammo tutti insieme: un piccolo trattore arancione veniva verso di noi. Non avevo idea da dove fosse stato paracadutato, ma aveva delle corde e un gancio che liberò il pick-up in pochi minuti. Owusu abbracciò il contadino e gli regalò un pacchetto di sigarette che l’altro non voleva accettare, ma che alla fine si mise in tasca con un sorriso. Ripartimmo a tutta velocità per recuperare un po’ del tempo perduto. Owusu guidava con gli occhi sulla pista, pronto ad evitare buche o altro e noi stavamo in silenzio con giusto quella dose di tensione che un pick-up carico di un uomo armato e in corsa su una pista sterrata non può mancare di creare. Non c’era più l’atmosfera da gita della mattina e avevo l’impressione di aver commesso qualche sbaglio.
Arrivammo ad un villaggio di capanne in fango: il primo vero villaggio africano, come avrebbe dovuto essere, che vedevo da quando stavo in Ghana. Il pick-up attirò fuori dalle case uno stuolo di bambini vestiti con vecchie t-shirt di squadre americane. Erano una tribù, certo, ma soprattutto erano poveri. Al centro del villaggio, incongrue con quello che le circondava, c’erano una grande poltrona un po’ sgualcita e quattro sedie. In dieci minuti tutto il villaggio era seduto nello spiazzo davanti. I bambini non mi seguivano, avevano paura. Se provavo ad avvicinarmi, i più piccoli scoppiavano a piangere. Solo gli adolescenti si avvicinavano per sfida, attirando gli sguardi ammirati dei coetanei, e mi stringevano rapidi la mano per poi allontanarsi troppo in fretta. Ci fu un colpo secco di tamburo e si capì che stavamo per iniziare. Dovevamo distribuire soldi, fare ricevute, ricevere i depositi, insomma cose che si fanno in banca. Solo che si era mossa la banca, invece del villaggio. Ci avvicinammo alle sedie, risistemando le camicie e le cravatte meglio che potevamo. Il capo-villaggio distribuiva i posti. Yaw si beccò la sedia più esterna, Alex quella a sinistra della poltrona. Rimanevamo in piedi io e il mio capo. Il capo-villaggio ci guardava e prendeva tempo chiacchierando di nipoti e figli e novità. Mi guardava e si torceva le mani. La poltrona e la sedia, vuote. Tutti aspettavano noi. “Se mi da la poltrona mi licenziano” pensai. Il mio capo mi guardava di nuovo con uno sguardo torvo.

Written by Carlo

02/04/2015 at 09:18

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Per tutti un portone

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Quando ero piccolo, il portone mi sembrava imponente, quasi infinito. Arrivavo a malapena a sfiorare il battiporta con la punta delle dita. Vedevo l’arco che si chiudeva e poi qualcosa di un colore diverso, ma troppo lontano perché mi interessasse. Era il muro altissimo della casa che continuava su fino al primo piano, oltre le finestre, al secondo, le grondaie, il tetto. Il portone era di un marrone indefinito, graffiato, e perennemente in attesa. Passavo le mie giornate a giocarci davanti, cercando di allontanarmi abbastanza spesso perché non si accorgessero di quanto avrei voluto essere dall’altro lato. Sentivo voci di bambini che giocavano, che cantavano delle canzoni splendide, piene di rime. Ci doveva di certo essere un giardino dentro la casa, un giardino pieno di alberi e cespugli fatto apposta per nascondersi ed esplorare.
Ogni anno, a primavera, il portone si apriva un po’, lasciando intravedere una mano che oliava le serrature: una mano nera, consumata dalla fatica. E poi quel rumore di chiavistelli girati che segnava il confine del desiderio. Mi prendeva una tristezza senza causa, arrossavo e stringevo i pugni come se qualcuno mi avesse fatto un torto. Meglio se non si fosse mai aperto, quel maledetto portone. Meglio se fosse stato sbarrato con delle assi di legno, pesanti, inchiodate da un’anta all’altra come croci. Avrei accarezzato il legno ruvido e l’avrei abbandonato al suo destino, come si fa con i morti o con gli amici d’infanzia. E invece passavo mesi appostato, nell’attesa che il portone si aprisse del tutto, pronto a sgattaiolare dentro.
Gli amici mi prendevano per pazzo: loro correvano in giro, al fiume, nei campi; e io sempre lì. Ma loro non sapevano quello che sapevo io, non avevano ascoltato le chiacchiere, la poesia e i pensieri grandiosi che avevo imparato a decifrare, quasi telepatia, attraverso le vibrazioni attutite dal chiavistello. Erano i miei pensieri più segreti quelli che ascoltavo dall’altro lato. Erano le mie speranze, i sogni che sognavo, solo condivisi, in allegria. Quanti nuove frasi avrei saputo aggiungere alle loro, pensavo ormai adolescente, quanto meglio saremmo stati, io e loro, tutti insieme, finalmente, come avrebbe dovuto essere. Allungando le braccia adesso arrivavo quasi ai tre quarti del portone. Mi appoggiavo, in piedi, sentendo ogni coprivite, ogni bocchetto in rame ossidato premermi addosso, trafiggermi con l’idea che non sarei mai stato più vicino di così.
I momenti peggiori erano le piogge di Novembre, testarde, da cui mi riparavo solo con un cappellaccio, appoggiato al muro, la testa inclinata in avanti e uno scroscio d’acqua che mi finiva a pochi centimetri dai piedi. Sembravo una statua inutile. Avrei dovuto andarmene allora, prima di ammalarmi, non rimanere qui ad invecchiare. Non perché avessi torto: la felicità è la dentro. La sento ancora che freme, che mi chiama senza volermi. Che cerca un modo per abbracciarmi.

Written by Carlo

01/05/2014 at 17:10

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Il bicchiere della staffa

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Il vino non aveva più sapore. Per quanto chiudesse gli occhi, lo facesse passare avanti e indietro sulla lingua e si sforzasse di ascoltare con attenzione, niente. Avrebbe potuto essere aranciata. Posò il bicchiere e guardò i figli e i nipoti seduti attorno alla tavola. Li invidiò ferocemente: idioti che avrebbero potuto ancora ascoltare il bouquet di qualche splendido Les Caillerets Louis Latour del 2003, con la sua tinta dorata e il sapore di mandorle fresche. E invece bevevano alla svelta, sperando di accorciare quella serata insolita, vino bianco e pesce, rosso e bistecca. Lo guardavano con quei loro occhi bovini come fosse un vegliardo saggio e buono. Cretini.

Il figlio maggiore gli ricordava un brunello Podere la Fortuna del 2006 che aveva bevuto con dell’anatra arrosto: terribilmente onesto, articolato in ogni sapore come un manuale di storia delle medie. La figlia un Müller-Thurgau Casata Monfort del 2011, nevrotico, sempre sul punto di eccedere e che metteva in un angolo perfino gli scampi alla bussara. Poi c’erano i nipoti, ventenni rampanti che da piccoli lo irridevano quando annusava un bicchiere per due, tre minuti: vinelli bianchi da niente, ambrati, troppo vecchi anche da giovani. Sospirò. Era circondato da idioti. Nessuno sarebbe stato capace di distinguere una nota di frutta secca da una legnosa nel vino che bevevano.

– Meglio così – disse a bassa voce.

Lui, invece, ricordava benissimo l’odore di quel Barolo Cascina Francia del 2004. Lo rivedeva come un paesaggio: speziato con noce moscata e ginepro, fruttato con mora a bacche rosse, floreale con note di violetta. Si ricordava ogni piatto che aveva accompagnato con quel vino: lepre alla cacciatora a Gennaio, cervo con polenta a fine Febbraio e coda di vitello brasata a Marzo. Se lo ricordava bene perché dopo aveva perso odori e sapori: ‘anosmia acquisita permanente’ dissero. Aveva preso l’influenza, come tutti, ma lui ne era uscito senza più il gusto, la gioia della sua vita. A ripensarci adesso, fu quella giornata che decise tutto.

Uno dei suoi nipoti iniziò a sbadigliare e lo sbadiglio si propagò alla tavola. Guardò quelle bocche piene a metà di cibo misto vino ed ebbe un attacco di nausea. Per resistere recitò Omar Khayyam:

– “Vino bevi e di nulla ti cura ché il saggio già disse: la pena del mondo è veleno, e vino l’antidoto buono” –

Partì un applauso fiacco di tutti i commensali che erano abituati ad ascoltarlo citare poesie sconosciute. Li squadrò con brutalità.

– L’abbinamento vino e cibo risale a Galeno: vini forti con alimenti delicati, vini freddi con cibi caldi. Credevano che l’opposizione reggesse il mondo, lo tenesse in equilibrio. –

Dal fondo della tavola si levarono dei sospiri rochi. I nipoti sudavano freddo.

– Poi abbiamo cercato l’affinità, l’equivalenza fra sapori. Abbiamo creduto che il mondo fosse un posto buono: armonia fra tutte le cose. –

Ebbe un altro attacco di nausea mentre sorrideva. Si accorse che anche suo figlio si teneva la mano sullo stomaco e aveva la faccia pallida. Sua figlia stringeva il tovagliolo fino a farsi male, bianca come un marmo.

– Invece non esiste niente che non sia arbitrario, instabile. Tutti i miei abbinamenti funzionano solo perché ci siamo abituati. – una fitta ai bronchi lo fermò.

– E fra cinquant’anni non piaceranno più a nessuno. –

Sua figlia iniziò ad agitarsi sulla sedia: la sentiva borbottare che aveva un tremendo mal di testa, insopportabile.

– E quindi a che serve? Invecchierete e il vino, questo buon cibo, tutto diventerà pappa insapore, omogeneizzato di cenere e latte. –

Intorno al tavolo tutti si guardavano, qualcuno si era alzato gemendo rumorosamente, gli sembrava, e barcollava verso la porta. Qualcuno era a terra, sguardo al soffitto.

– “Bevi vino, ché una vita che ha in fondo solo la Morte meglio è che passi nel sonno, meglio è che passi in ebrezza” – disse sottovoce, incerto d’averlo solo immaginato.

– Vecchio stronzo – aggiunse con rispetto suo figlio.

Written by Carlo

31/10/2013 at 15:46

Solitudine disperata di un telefono da ufficio

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Passa il tempo e l’ufficio si svuota. Ieri hanno tolto altre tre scrivanie: sono arrivati a mezzogiorno, senza dire una parola, hanno aperto una piantina scarabocchiata, si sono guardati intorno e hanno portato via la scrivania di Michele. I cassetti, uno per uno, li hanno rovesciati in delle scatole di cartone. Poi li hanno appoggiati sul piano bianco, chiazzato di vecchi cerchi di caffè. Hanno tirato fuori dei guanti sporchi e in quattro l’hanno sollevata. Camminavano con dei passettini da formica. Li ho sentiti che trafficavano per farla entrare nell’ascensore e poi più nulla.

Sembra di stare fra reduci. Ci guardiamo ogni volta, contenti che le nostre scrivanie, sempre più sole in questo stanzone, siano ancora qui, piene di penne, vecchie pratiche dimenticate e linee guida illeggibili. Michele aveva tutta l’area sud-est: cinquanta clienti e più o meno duecento famiglie. Lavorava bene, per quanto possibile. Non smetteva mai di rispondere al telefono, come facevamo tutti una volta. Neanche quando mancavano dieci minuti alle sei e ormai si respirava un’aria da ‘libera tutti’. Parlava poco, ma non era depresso come ci hanno detto. Mentono sempre quando sparisce una scrivania. All’inizio toccò a Manuela. Ci dissero che aveva lasciato per problemi famigliari: aveva tre figli e un marito. Non ci facemmo troppo caso. Manuela era antipatica a tutti: sempre a discutere, polemica come una serpe. L’ultimo giorno uscì sbraitando, carica di fotografie e scatoloni, urla da ragazzine isteriche. In fin dei conti si lavorava meglio senza di lei, tutto era più semplice, il fiume carsico dei fascicoli scorreva meglio da una scrivani all’altra, da un piano all’altro. La volta dopo si fecero più furbi: Gianni, il mio Gianni, non riuscì neanche a entrare in ufficio. Il suo cartellino non funzionava. Lavorava qui con me da 15 anni e una mattina il portiere gli dette una lettera e due scatole piene di ninnoli e piccole piante d’appartamento. Gianni mi diceva che non era neanche riuscito a guardarlo in faccia. Gli aveva fatto scivolare la lettera sotto il naso e spinto le scatole ai piedi, senza un saluto. Avevano bevuto insieme litri di caffè, commentato probabilmente due, trecento partite ogni lunedì. E quel pover’uomo non riusciva neanche a guardarlo affondare sulle scale mobili, carico di foglie polverose che si agitavano al sole.

Poi aumentarono il tiro: tre, quattro ogni settimana. Uno stillicidio di operai svuotava e smontava. Alle volte erano le scrivanie di colleghi pessimi, scansafatiche ministeriali, abili nell’evitare ogni lavoro. Altre, di colleghi migliori: ordinati, efficienti, amati dal capo che non usciva neanche più dalla sua stanza sul lato ovest del piano. Eravamo andati a parlargli, prima arrabbiatissimi, poi spaventati e alla fine solo increduli. Sembrava dimagrito di una quindicina di chili. Mi sembrava di rivedere mio padre quando mi accorsi che era diventato vecchio. Balbettava, giustificava e accusava, aveva paura come noi. Non mandava più circolari grondanti ordini imperativi e a volte passava pomeriggi interi a guardare il soffitto, immaginando i tanti piani sopra la sua testa, dove, presumibilmente, iniziava tutto.

Alla fine rallentarono di nuovo: uno, due al mese. C’era chi lavorava di più, cercava di rendersi indispensabile, infilava cliente su cliente, progetti nuovi su progetti, e finiva per sparire come il suo vicino che non aveva fatto più nulla da quando si era accorto di essere l’ultimo rimasto della sua sezione. Cercavamo di corrompere gli uscieri del quarantacinquesimo piano, la Presidenza, perché ci dicessero cosa sentivano in quei corridoi. Dopo il primo anno passato così, cominciarono a circolare le teorie più strane. Mario, un bravo contabile della sezione acquisti, aveva creato un foglio di calcolo con dodici diversi fogli di lavoro, pieno di grafici e rimandi, che metteva in ordinata i guadagni stimati di ognuno e in ascissa gli anni di carriera. Spiegava a chiunque volesse ascoltarlo che era tutta una sceneggiata per non pagarci la pensione. Lucia, invece, sosteneva che l’azienda stesse fallendo, nonostante il fatturato in crescita, perché aveva sentito che i dirigenti avevano smesso di ordinare champagne per la loro mensa al trentesimo piano. E se facevano a meno dello champagne non era certo perché avessero fatto voto di sobrietà. A me, più di tutti, piaceva la teoria di Giulio, un ex-sindacalista che aveva stracciato la tessera anni prima e ora si vestiva solo di nero e si era fatto crescere una barba da pope russo. Se ne stava alla sua scrivania d’angolo e nessuno l’aveva mai visto alzarsi. Quando arrivavo la mattina, era già seduto davanti allo schermo con lo sguardo fisso, a metà concentrato e perso. La sera lo lasciavamo ancora lì, la mano sul mouse che cliccava a intervalli regolari, un clic ogni minuto. “Se non ti alzi mai e non lasci mai la scrivania, non possono togliertela” mi diceva quando mi avvicinavo per salutarlo. Io annuivo e gli appoggiavo la mano sulla spalla e annuiva anche lui e mi ringraziava confuso. Lo scorso ottobre arrivai e non c’era più né scrivania, né barba. Dovevano averla presa di notte, pensai. Odiavo invece gli apocalittici, capeggiati da un ex-prete che aveva sposato una ragazzina. Erano convinti che le sparizioni fossero una punizione per i peccatori: chi rubava all’azienda, anche solo una graffetta, chi non credeva alla mission e alla vision con tutto sé stesso, peccatori insomma. Ogni pausa pranzo si riunivano in circolo per leggere l’ultima versione del Manuale dell’impiegato e recitavano: “Grazie al nostro entusiasmo, al nostro lavoro in team e ai nostri valori, vogliamo deliziare tutti coloro che, nel mondo, amano la qualità della vita. Dobbiamo essere il punto di riferimento dell’eccellenza e l’azienda più innovativa, che propone i migliori prodotti. Grazie a questo, crescere e diventare leader dell’alta gamma a livello globale, creando valore per i nostri stakeholder.”. Ad un certo punto ero rimasta l’unica a non partecipare alle sedute. Tanti lo facevano perché non si può mai sapere. Altri si accontentavano di una spiegazione, per quanto assurda, e di una strategia per sopravvivere. Sempre meglio dell’alternativa. Il prete aveva fatto stampare dei piccoli manuali dell’impiegato che sembravano breviari. C’era chi li teneva sempre addosso, ma tutto si sgonfiò molto rapidamente quando la scrivania dell’ex-prete, ricoperta com’era di piccoli santini pieni di citazioni del tipo “Il dipendente non accetta, per sé o per altri, regali o altre utilità” oppure “Il dipendente si astiene dal prendere decisioni o svolgere attività inerenti alle sue mansioni in situazioni di conflitto, anche potenziale, di interessi” sparì come le altre. Uscendo la sera trovai i piccoli libretti neri buttati a terra appena fuori dall’ingresso e non se ne parlò più.

Ormai aspettiamo e basta. In giro c’è un vago scetticismo. “Tanto non sai mai quando ti tocca” mi dicono i pochi colleghi che incrocio entrando. Per arrivare alla mia scrivania ne passo un paio in tutto il piano, lontanissimi. Ci salutiamo con un cenno del capo, parlando poco. Non conosco quasi nessuno di quelli rimasti e non voglio imparare i nomi. Il corridoio sud è completamente vuoto. Si vedono ancora sulla moquette i quadrati più chiari dei cubicoli. Ogni tanto un telefono dimenticato inizia a squillare. Strappa il silenzio stupito e fa male come una coltellata: drin, drin. Immagino continuerà a strillare anche quando non ci sarà più nessuno, da solo, imperterrito.

Written by Carlo

11/09/2013 at 15:05

Sei di sera

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La sceneggiata era già in corso quando il sole si incaponì nel disegnare ombre oblunghe come non dovesse smettere più questo giorno infinito. Lei parlava, parlava, annuendo, negando, scuotendo le spalle, chiudendo gli occhi, spalancandoli come un gufo. Si muoveva sulla sedia come se bruciasse, spostando quelle gambe enormi sotto al tavolino striminzito del bar. L’altra annuiva in silenzio, a tempo come un metronomo: si si, o buon Gesù certo si. Secca come una scopa di campagna, rotta alla durezza degli scogli. Parlava poco, mangiava poco, dormiva poco. Aveva due abiti per uscire e due vestaglie per la casa. A volte pensava fossero troppe.

Il resto del bar era occupato a metà da quella folla, indolente, tipica della domenica pomeriggio. Guardandoli uno per uno, svanivano, sembravano fatti di fumo. I discorsi erano uguali da tavolo a tavolo: “E poi mi ha detto”, “dopo tanti anni, mi ha trattato” oppure “credevo fosse ” o anche “ma guarda te se dovevo” e altre sfumature di personaggi, verbi, tempi e luoghi.

Io sentivo gonfiare lo stomaco di rabbia per quell’umanità piena di sé, piccoli, convinti dell’importanza delle loro vite medie, incasellate le une sulle altre come casse di bottiglie. Ma allo stesso tempo ne ero attratto. Avevano ragione loro. Per ognuno l’universo esisteva dal primo ricordo e finiva con l’ultimo respiro: una famiglia serena, un amore appassionato. E questo mi fece gonfiare ancora più lo stomaco che ormai era duro come un tamburo e mi faceva male. Continuavo a girare il mio caffè molto dopo che l’ultimo cristallo di zucchero si era arreso. Non volevo berlo perché con lo stomaco in quelle condizioni avrei dovuto usare il bagno e tutti sapevano che da Zazà il bagno non va usato neanche in emergenza.

Le due ormai stavano per finire: le vedevo scendere di intensità fino a bisbigliare. Una parlava strascicando appena le labbra, si muoveva poco. L’altra annuiva con gesti impercettibili del mento, con gli occhi chiusi come a dire “Troppo, troppo, è troppo”. Poi si alzarono, si abbracciarono forte e uscirono dal bar stringendo in mano delle borsette fuori moda. Rimase il loro tavolo vuoto, con una sedia messa di traverso e l’altra ben riposta sotto al tavolino, allineata al bordo color argento. Tutti guardarono quel vuoto improvviso e se ci fu un sospiro di sollievo fu brevissimo e subito silenziato. La stanza tornò piena in un minuto e si sarebbe detto che quel tavolino vuoto e quella sedia sghemba fossero così dall’inizio dei tempi.

Alla fine bevvi il caffè, cedendo alla pressione della tazzina bianca che mi aspettava, docile ma risoluta come un cane da pastore. Uscii, camminando a grandi passi verso casa, sperando di arrivare in tempo. Sperando di non aver perso di nuovo le chiavi.

Written by Carlo

27/08/2013 at 08:04

Pubblicato su Racconti

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Notturno Fiorentino

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Ogni giorno, aprire gli occhi, accettare la stanza con i suoi mobili, la ruvida consistenza dei lenzuoli. Tornare qui, dai sogni, e non avere a disposizione altro posto. Sentire caldo o freddo, vedere dalle finestre filtrare la luce dura d’agosto o il grigio diffuso di novembre. Assumersi la responsabilità di vivere, da capo, come una scelta terribile e, ogni volta, in bilico. Ho fatto del mio meglio. Ho cercato di essere buono, forte, indipendente, un bravo figlio, un amante sincero, un cittadino onesto. E di tutti questi personaggi che mi porto addosso, non ce ne sono due che richiedano le stesse cose, che tirino nella stessa direzione.  In questo campo di forze contrapposte, ho paura di non reggere.

Eppure credo ogni notte nel giorno e quando ho sete credo nell’acqua. Mi alzo solo per forza di volontà, senza basi d’appoggio. Voglio un ottimismo post-apocalittico che resista a questi nostri tempi sbagliati. E ascolto con piacere i suoni della strada, le moto sgangherate, le voci dei passanti, nella speranza di trovarci una delle molte chiavi che aprono le giornate. Che fanno ripartire l’orologio a muro, inchiodato sulle quattro del mattino da ore.

Written by Carlo

10/08/2013 at 09:52

Pubblicato su Nero, Racconti

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