Carlo B. – Narrare Improprio

Il bicchiere della staffa

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Il vino non aveva più sapore. Per quanto chiudesse gli occhi, lo facesse passare avanti e indietro sulla lingua e si sforzasse di ascoltare con attenzione, niente. Avrebbe potuto essere aranciata. Posò il bicchiere e guardò i figli e i nipoti seduti attorno alla tavola. Li invidiò ferocemente: idioti che avrebbero potuto ancora ascoltare il bouquet di qualche splendido Les Caillerets Louis Latour del 2003, con la sua tinta dorata e il sapore di mandorle fresche. E invece bevevano alla svelta, sperando di accorciare quella serata insolita, vino bianco e pesce, rosso e bistecca. Lo guardavano con quei loro occhi bovini come fosse un vegliardo saggio e buono. Cretini.

Il figlio maggiore gli ricordava un brunello Podere la Fortuna del 2006 che aveva bevuto con dell’anatra arrosto: terribilmente onesto, articolato in ogni sapore come un manuale di storia delle medie. La figlia un Müller-Thurgau Casata Monfort del 2011, nevrotico, sempre sul punto di eccedere e che metteva in un angolo perfino gli scampi alla bussara. Poi c’erano i nipoti, ventenni rampanti che da piccoli lo irridevano quando annusava un bicchiere per due, tre minuti: vinelli bianchi da niente, ambrati, troppo vecchi anche da giovani. Sospirò. Era circondato da idioti. Nessuno sarebbe stato capace di distinguere una nota di frutta secca da una legnosa nel vino che bevevano.

– Meglio così – disse a bassa voce.

Lui, invece, ricordava benissimo l’odore di quel Barolo Cascina Francia del 2004. Lo rivedeva come un paesaggio: speziato con noce moscata e ginepro, fruttato con mora a bacche rosse, floreale con note di violetta. Si ricordava ogni piatto che aveva accompagnato con quel vino: lepre alla cacciatora a Gennaio, cervo con polenta a fine Febbraio e coda di vitello brasata a Marzo. Se lo ricordava bene perché dopo aveva perso odori e sapori: ‘anosmia acquisita permanente’ dissero. Aveva preso l’influenza, come tutti, ma lui ne era uscito senza più il gusto, la gioia della sua vita. A ripensarci adesso, fu quella giornata che decise tutto.

Uno dei suoi nipoti iniziò a sbadigliare e lo sbadiglio si propagò alla tavola. Guardò quelle bocche piene a metà di cibo misto vino ed ebbe un attacco di nausea. Per resistere recitò Omar Khayyam:

– “Vino bevi e di nulla ti cura ché il saggio già disse: la pena del mondo è veleno, e vino l’antidoto buono” –

Partì un applauso fiacco di tutti i commensali che erano abituati ad ascoltarlo citare poesie sconosciute. Li squadrò con brutalità.

– L’abbinamento vino e cibo risale a Galeno: vini forti con alimenti delicati, vini freddi con cibi caldi. Credevano che l’opposizione reggesse il mondo, lo tenesse in equilibrio. –

Dal fondo della tavola si levarono dei sospiri rochi. I nipoti sudavano freddo.

– Poi abbiamo cercato l’affinità, l’equivalenza fra sapori. Abbiamo creduto che il mondo fosse un posto buono: armonia fra tutte le cose. –

Ebbe un altro attacco di nausea mentre sorrideva. Si accorse che anche suo figlio si teneva la mano sullo stomaco e aveva la faccia pallida. Sua figlia stringeva il tovagliolo fino a farsi male, bianca come un marmo.

– Invece non esiste niente che non sia arbitrario, instabile. Tutti i miei abbinamenti funzionano solo perché ci siamo abituati. – una fitta ai bronchi lo fermò.

– E fra cinquant’anni non piaceranno più a nessuno. –

Sua figlia iniziò ad agitarsi sulla sedia: la sentiva borbottare che aveva un tremendo mal di testa, insopportabile.

– E quindi a che serve? Invecchierete e il vino, questo buon cibo, tutto diventerà pappa insapore, omogeneizzato di cenere e latte. –

Intorno al tavolo tutti si guardavano, qualcuno si era alzato gemendo rumorosamente, gli sembrava, e barcollava verso la porta. Qualcuno era a terra, sguardo al soffitto.

– “Bevi vino, ché una vita che ha in fondo solo la Morte meglio è che passi nel sonno, meglio è che passi in ebrezza” – disse sottovoce, incerto d’averlo solo immaginato.

– Vecchio stronzo – aggiunse con rispetto suo figlio.

Written by Carlo

31/10/2013 at 15:46

Solitudine disperata di un telefono da ufficio

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Passa il tempo e l’ufficio si svuota. Ieri hanno tolto altre tre scrivanie: sono arrivati a mezzogiorno, senza dire una parola, hanno aperto una piantina scarabocchiata, si sono guardati intorno e hanno portato via la scrivania di Michele. I cassetti, uno per uno, li hanno rovesciati in delle scatole di cartone. Poi li hanno appoggiati sul piano bianco, chiazzato di vecchi cerchi di caffè. Hanno tirato fuori dei guanti sporchi e in quattro l’hanno sollevata. Camminavano con dei passettini da formica. Li ho sentiti che trafficavano per farla entrare nell’ascensore e poi più nulla.

Sembra di stare fra reduci. Ci guardiamo ogni volta, contenti che le nostre scrivanie, sempre più sole in questo stanzone, siano ancora qui, piene di penne, vecchie pratiche dimenticate e linee guida illeggibili. Michele aveva tutta l’area sud-est: cinquanta clienti e più o meno duecento famiglie. Lavorava bene, per quanto possibile. Non smetteva mai di rispondere al telefono, come facevamo tutti una volta. Neanche quando mancavano dieci minuti alle sei e ormai si respirava un’aria da ‘libera tutti’. Parlava poco, ma non era depresso come ci hanno detto. Mentono sempre quando sparisce una scrivania. All’inizio toccò a Manuela. Ci dissero che aveva lasciato per problemi famigliari: aveva tre figli e un marito. Non ci facemmo troppo caso. Manuela era antipatica a tutti: sempre a discutere, polemica come una serpe. L’ultimo giorno uscì sbraitando, carica di fotografie e scatoloni, urla da ragazzine isteriche. In fin dei conti si lavorava meglio senza di lei, tutto era più semplice, il fiume carsico dei fascicoli scorreva meglio da una scrivani all’altra, da un piano all’altro. La volta dopo si fecero più furbi: Gianni, il mio Gianni, non riuscì neanche a entrare in ufficio. Il suo cartellino non funzionava. Lavorava qui con me da 15 anni e una mattina il portiere gli dette una lettera e due scatole piene di ninnoli e piccole piante d’appartamento. Gianni mi diceva che non era neanche riuscito a guardarlo in faccia. Gli aveva fatto scivolare la lettera sotto il naso e spinto le scatole ai piedi, senza un saluto. Avevano bevuto insieme litri di caffè, commentato probabilmente due, trecento partite ogni lunedì. E quel pover’uomo non riusciva neanche a guardarlo affondare sulle scale mobili, carico di foglie polverose che si agitavano al sole.

Poi aumentarono il tiro: tre, quattro ogni settimana. Uno stillicidio di operai svuotava e smontava. Alle volte erano le scrivanie di colleghi pessimi, scansafatiche ministeriali, abili nell’evitare ogni lavoro. Altre, di colleghi migliori: ordinati, efficienti, amati dal capo che non usciva neanche più dalla sua stanza sul lato ovest del piano. Eravamo andati a parlargli, prima arrabbiatissimi, poi spaventati e alla fine solo increduli. Sembrava dimagrito di una quindicina di chili. Mi sembrava di rivedere mio padre quando mi accorsi che era diventato vecchio. Balbettava, giustificava e accusava, aveva paura come noi. Non mandava più circolari grondanti ordini imperativi e a volte passava pomeriggi interi a guardare il soffitto, immaginando i tanti piani sopra la sua testa, dove, presumibilmente, iniziava tutto.

Alla fine rallentarono di nuovo: uno, due al mese. C’era chi lavorava di più, cercava di rendersi indispensabile, infilava cliente su cliente, progetti nuovi su progetti, e finiva per sparire come il suo vicino che non aveva fatto più nulla da quando si era accorto di essere l’ultimo rimasto della sua sezione. Cercavamo di corrompere gli uscieri del quarantacinquesimo piano, la Presidenza, perché ci dicessero cosa sentivano in quei corridoi. Dopo il primo anno passato così, cominciarono a circolare le teorie più strane. Mario, un bravo contabile della sezione acquisti, aveva creato un foglio di calcolo con dodici diversi fogli di lavoro, pieno di grafici e rimandi, che metteva in ordinata i guadagni stimati di ognuno e in ascissa gli anni di carriera. Spiegava a chiunque volesse ascoltarlo che era tutta una sceneggiata per non pagarci la pensione. Lucia, invece, sosteneva che l’azienda stesse fallendo, nonostante il fatturato in crescita, perché aveva sentito che i dirigenti avevano smesso di ordinare champagne per la loro mensa al trentesimo piano. E se facevano a meno dello champagne non era certo perché avessero fatto voto di sobrietà. A me, più di tutti, piaceva la teoria di Giulio, un ex-sindacalista che aveva stracciato la tessera anni prima e ora si vestiva solo di nero e si era fatto crescere una barba da pope russo. Se ne stava alla sua scrivania d’angolo e nessuno l’aveva mai visto alzarsi. Quando arrivavo la mattina, era già seduto davanti allo schermo con lo sguardo fisso, a metà concentrato e perso. La sera lo lasciavamo ancora lì, la mano sul mouse che cliccava a intervalli regolari, un clic ogni minuto. “Se non ti alzi mai e non lasci mai la scrivania, non possono togliertela” mi diceva quando mi avvicinavo per salutarlo. Io annuivo e gli appoggiavo la mano sulla spalla e annuiva anche lui e mi ringraziava confuso. Lo scorso ottobre arrivai e non c’era più né scrivania, né barba. Dovevano averla presa di notte, pensai. Odiavo invece gli apocalittici, capeggiati da un ex-prete che aveva sposato una ragazzina. Erano convinti che le sparizioni fossero una punizione per i peccatori: chi rubava all’azienda, anche solo una graffetta, chi non credeva alla mission e alla vision con tutto sé stesso, peccatori insomma. Ogni pausa pranzo si riunivano in circolo per leggere l’ultima versione del Manuale dell’impiegato e recitavano: “Grazie al nostro entusiasmo, al nostro lavoro in team e ai nostri valori, vogliamo deliziare tutti coloro che, nel mondo, amano la qualità della vita. Dobbiamo essere il punto di riferimento dell’eccellenza e l’azienda più innovativa, che propone i migliori prodotti. Grazie a questo, crescere e diventare leader dell’alta gamma a livello globale, creando valore per i nostri stakeholder.”. Ad un certo punto ero rimasta l’unica a non partecipare alle sedute. Tanti lo facevano perché non si può mai sapere. Altri si accontentavano di una spiegazione, per quanto assurda, e di una strategia per sopravvivere. Sempre meglio dell’alternativa. Il prete aveva fatto stampare dei piccoli manuali dell’impiegato che sembravano breviari. C’era chi li teneva sempre addosso, ma tutto si sgonfiò molto rapidamente quando la scrivania dell’ex-prete, ricoperta com’era di piccoli santini pieni di citazioni del tipo “Il dipendente non accetta, per sé o per altri, regali o altre utilità” oppure “Il dipendente si astiene dal prendere decisioni o svolgere attività inerenti alle sue mansioni in situazioni di conflitto, anche potenziale, di interessi” sparì come le altre. Uscendo la sera trovai i piccoli libretti neri buttati a terra appena fuori dall’ingresso e non se ne parlò più.

Ormai aspettiamo e basta. In giro c’è un vago scetticismo. “Tanto non sai mai quando ti tocca” mi dicono i pochi colleghi che incrocio entrando. Per arrivare alla mia scrivania ne passo un paio in tutto il piano, lontanissimi. Ci salutiamo con un cenno del capo, parlando poco. Non conosco quasi nessuno di quelli rimasti e non voglio imparare i nomi. Il corridoio sud è completamente vuoto. Si vedono ancora sulla moquette i quadrati più chiari dei cubicoli. Ogni tanto un telefono dimenticato inizia a squillare. Strappa il silenzio stupito e fa male come una coltellata: drin, drin. Immagino continuerà a strillare anche quando non ci sarà più nessuno, da solo, imperterrito.

Written by Carlo

11/09/2013 at 15:05

Sei di sera

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La sceneggiata era già in corso quando il sole si incaponì nel disegnare ombre oblunghe come non dovesse smettere più questo giorno infinito. Lei parlava, parlava, annuendo, negando, scuotendo le spalle, chiudendo gli occhi, spalancandoli come un gufo. Si muoveva sulla sedia come se bruciasse, spostando quelle gambe enormi sotto al tavolino striminzito del bar. L’altra annuiva in silenzio, a tempo come un metronomo: si si, o buon Gesù certo si. Secca come una scopa di campagna, rotta alla durezza degli scogli. Parlava poco, mangiava poco, dormiva poco. Aveva due abiti per uscire e due vestaglie per la casa. A volte pensava fossero troppe.

Il resto del bar era occupato a metà da quella folla, indolente, tipica della domenica pomeriggio. Guardandoli uno per uno, svanivano, sembravano fatti di fumo. I discorsi erano uguali da tavolo a tavolo: “E poi mi ha detto”, “dopo tanti anni, mi ha trattato” oppure “credevo fosse ” o anche “ma guarda te se dovevo” e altre sfumature di personaggi, verbi, tempi e luoghi.

Io sentivo gonfiare lo stomaco di rabbia per quell’umanità piena di sé, piccoli, convinti dell’importanza delle loro vite medie, incasellate le une sulle altre come casse di bottiglie. Ma allo stesso tempo ne ero attratto. Avevano ragione loro. Per ognuno l’universo esisteva dal primo ricordo e finiva con l’ultimo respiro: una famiglia serena, un amore appassionato. E questo mi fece gonfiare ancora più lo stomaco che ormai era duro come un tamburo e mi faceva male. Continuavo a girare il mio caffè molto dopo che l’ultimo cristallo di zucchero si era arreso. Non volevo berlo perché con lo stomaco in quelle condizioni avrei dovuto usare il bagno e tutti sapevano che da Zazà il bagno non va usato neanche in emergenza.

Le due ormai stavano per finire: le vedevo scendere di intensità fino a bisbigliare. Una parlava strascicando appena le labbra, si muoveva poco. L’altra annuiva con gesti impercettibili del mento, con gli occhi chiusi come a dire “Troppo, troppo, è troppo”. Poi si alzarono, si abbracciarono forte e uscirono dal bar stringendo in mano delle borsette fuori moda. Rimase il loro tavolo vuoto, con una sedia messa di traverso e l’altra ben riposta sotto al tavolino, allineata al bordo color argento. Tutti guardarono quel vuoto improvviso e se ci fu un sospiro di sollievo fu brevissimo e subito silenziato. La stanza tornò piena in un minuto e si sarebbe detto che quel tavolino vuoto e quella sedia sghemba fossero così dall’inizio dei tempi.

Alla fine bevvi il caffè, cedendo alla pressione della tazzina bianca che mi aspettava, docile ma risoluta come un cane da pastore. Uscii, camminando a grandi passi verso casa, sperando di arrivare in tempo. Sperando di non aver perso di nuovo le chiavi.

Written by Carlo

27/08/2013 at 08:04

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Notturno Fiorentino

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Ogni giorno, aprire gli occhi, accettare la stanza con i suoi mobili, la ruvida consistenza dei lenzuoli. Tornare qui, dai sogni, e non avere a disposizione altro posto. Sentire caldo o freddo, vedere dalle finestre filtrare la luce dura d’agosto o il grigio diffuso di novembre. Assumersi la responsabilità di vivere, da capo, come una scelta terribile e, ogni volta, in bilico. Ho fatto del mio meglio. Ho cercato di essere buono, forte, indipendente, un bravo figlio, un amante sincero, un cittadino onesto. E di tutti questi personaggi che mi porto addosso, non ce ne sono due che richiedano le stesse cose, che tirino nella stessa direzione.  In questo campo di forze contrapposte, ho paura di non reggere.

Eppure credo ogni notte nel giorno e quando ho sete credo nell’acqua. Mi alzo solo per forza di volontà, senza basi d’appoggio. Voglio un ottimismo post-apocalittico che resista a questi nostri tempi sbagliati. E ascolto con piacere i suoni della strada, le moto sgangherate, le voci dei passanti, nella speranza di trovarci una delle molte chiavi che aprono le giornate. Che fanno ripartire l’orologio a muro, inchiodato sulle quattro del mattino da ore.

Written by Carlo

10/08/2013 at 09:52

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Quindi è arrivata un’altra primavera

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Quindi è arrivata un’altra primavera incerta, carica di pioggia. Mi sembra di sentire, appena dietro la testa, il rumore sottile che fanno gli ingranaggi, il tempo. Guardo la stanza piena di amici che ridono. E guardo fuori dalla finestra il nero assoluto della notte. Le pareti bianche, quasi gialle nei muri consumati dalle parole che ci siamo detti, che vi siete detti, che pazienti hanno ascoltato per tutto questo inverno, sorridono. Tutto sanno e tutto perdonano. Questa tavola mi sembra  l’unica zattera nel mare scuro che è il mondo. E ognuno parte come può, quando può, attratto dalla vita, come si sa. Lo sforzo assurdo di resistere,  continuare, crescere, respirare, pronunciare frasi e parole, ci riporta di nuovo qua. Alla fine e all’inizio di tutto. Cosa c’è, stasera, che scuote il basso ventre e lo stringe fino a far salire la malinconia?

Eppure siamo qui, con un altro bicchiere, un’altra risata. E non siamo quasi nulla, ma siamo qui. E ora. E nella piccola commedia degli uomini è forse l’unica cosa vera e certa, l’unica di cui andare fieri. Ci teniamo stretti su questa giostra in continuo movimento. E’ finito un giro, un altro comincia. Il tizio alla biglietteria suda e guarda una telenovela alla tv in bianco e nero, appesa sopra la sua testa. E noi ci contiamo, ci riconosciamo, sappiamo le parole dell’altro come formule magiche. Riprendiamo fiato e stringiamo i pugni. E via, si riparte, più veloci di prima.

E ci saranno altre tavole, altri amici. E di quelli passati molti sfumano all’orizzonte di altre strade. E, certo, domani anche le nostre risate saranno ricordo, ricordo di un ricordo. Tutto è impermanenza. Tutto cambia e trasforma l’oggi nel domani. Ma adesso siamo qui. Non cambierà questa semplicissima, incontrovertibile verità. Che noi siamo stati qui, insieme, come una piccola famiglia sbalestrata e inattuale. Che abbiamo bevuto insieme, e riso. E ingannato un’altra notte come si addomestica una tigre. Passato gli inverni come rondini in Sud Africa. E ne siamo usciti interi, senza troppi rimorsi o rimpianti. E, in fondo, non è poco, amici miei. E’ quasi tutto.

Written by Carlo

16/05/2013 at 23:48

Pubblicato su In-splora

Lente

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immagine-111Quando era da solo si osservava continuamente, da capo a piedi. Osservava il proprio modo di camminare, lo strusciare dei piedi, e lo trovava inadeguato, fiacco. Cercava di correggerlo, alzando bene le suole consumate, e finiva per camminare impettito e dritto, come se stesse marciando. Teneva d’occhio il suo modo di guardare la gente per strada. Cercava di non fissare nessuno troppo a lungo, ma neanche di sfuggire un sorriso o uno sguardo, beni rari. Aveva affinato lo sguardo fissamente distratto che indossava ogni mattina come un elmetto. Comparava i suoi vestiti con quelli degli altri intorno a lui, sempre più alla moda, più adatti a girare per le strade della città. Era come una lente d’ingrandimento puntata su sé stesso e finiva per incendiarsi: gli mancava il respiro, si bloccava in piedi agli angoli delle strade. Non sapeva più decidere se andare avanti, tornare indietro, mettersi in ginocchio, piangere. Tutto gli sembrava ugualmente stupido. Faceva qualche passo verso Avenida Dolko, poi agitava il pugnetto chiuso contro il marciapiede, faceva finta di controllare l’ora e si affrettava, come se si fosse ricordato di un appuntamento, in direzione opposta. E ancora, come un pendolo. A volte impiegava delle ore per decidersi a tornare a casa, stremato.

Quando era in compagnia, invece, poteva rilassarsi e giudicare senza pietà i suoi compagni, trovandone i difetti, i modi di parlare volgari e dialettali, i gesti goffi, le scarpe troppo nuove o troppo vecchie. Quando per strada incontrava qualcuno che conosceva tirava un sospiro di sollievo e sentiva un cigolio provenire dall’immenso braccio porta lente che lo sovrastava in ogni momento. Alzava lo sguardo e vedeva quell’occhio spostarsi con curiosità sul suo vicino, scandagliandone i pensieri, i sogni e le speranze. Sorrideva, allora. Si diceva che in fondo la sua non era una vera condanna, che avrebbe potuto liberarsene in qualsiasi momento, che non era niente.

La lente era cresciuta con lui. Da bambino non era più alta di un cesto per la frutta, lo aiutava nell’osservare il mondo, era curiosa, allegra. Guardava fuori dalla finestra, gli amici, i genitori, scoprendone i difetti e le idiosincrasie. Erano cresciuti insieme, con un balzo verso i 13 anni. Era diventata grande come una bicicletta. Ed era affamata. Cercava continuamente, lui la sentiva, e quando aveva finito tutto quello che c’era in giro, si voltava verso di lui, senza più complicità, ma solo con astio, carica di rimpianti. Allora aveva iniziato a muoversi, a viaggiare, a incontrare più gente possibile per sfamare quel suo arnese ingombrante che cresceva, al contrario di lui, cresceva senza fermarsi. A 18 anni era grande quanto una piccola utilitaria e gli pendeva sul capo come un sasso. A 25 era un autobus. A 40 una petroliera che lo sovrastava oscurando il sole, il cielo e le nuvole. Sembrava rimproverarlo di qualcosa di vago. Una colpa antica e inespiabile. La sentiva scuotere leggermente la testa per quella perpetua delusione, per quel ragazzo venuto su tutto sbagliato.

Era considerato un tipo socievole. Stava sempre in compagnia, circondandosi di amici, cugini, famigliari e parentame in genere. “Ci vuole un gran bene” dicevano tutti “non vorrebbe mai che ce ne andassimo” aggiungevano subito dopo.

Written by Carlo

04/03/2013 at 16:28

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Giulio

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Il sole mi preme sulla faccia come piombo caldo. La bellezza, queste montagne, i castagni rossi, le nuvole, tutto pesa e mi schiaccia. Ci vuole Novembre a portarsi via le lacrime. Ci vuole nebbia e silenzio e pioggia. E quei lunghi pomeriggi disteso in camera a guardare il soffitto bianco schiarirsi, riempirsi di ombre e ripiombare nell’oscurità, come un giorno concentrato in poche ore, concesse dai palazzi intorno. O solo diventare più bianco e poi più grigio, nei giorni senza ombra e senza luce, senza veglia o sonno. Vorrei passare leggero come un gatto, senza aspettative, senza speranze, attento solo alla mia coda e ai passeri. E vorrei anche essere un lupo, cattivo, sempre affamato, solo nel bosco, di cui aver paura. E invece sto qua, disteso, a guardare un soffitto che non è mio, che non ha storia né futuro. Dalla cucina Maria mi chiama. Mi chiama spesso. Chiede sempre qualcosa. Se ho fame, se sono sveglio. Se ho bisogno di qualcosa. Rispondo sempre di no, non ho mai fame, non sono mai sveglio, non ho mai bisogno di nulla. Sono un paio di occhi che guardano, ho bisogno solo di questo. Maria sospira e non si affaccia. Non voglio essere visto, le dico. Urlo quando sono visto. Sento gli sguardi degli altri sulla pelle come punture di ragni velenosi. Fanno male e rimangono per dei giorni, gonfi, arrossati. Maria non lo sa, ma la notte a volte esco. Mi alzo lentamente e verso le quattro, quando in giro non c’è nessuno, esco e salgo sul tetto del nostro condominio. Sono quasi quindici piani di scale, ma l’esercizio mi fa bene, mi dicono. Esco sul tetto e guardo la città intorno: altri condomini, con altri tetti, altre stanze. A volte mi convinco che hanno ragione loro. Che, se volessi, potrei uscire e non preoccuparmi degli altri. Che nessuno mi guarderebbe, non ci sarebbe solo dolore. Ma uscire per andare dove, gli chiedo.

La notte non è così complicata. Si vedono bene i viali e le strade illuminate. E intorno il buio dei giardini, delle case. Se fosse sempre notte, potrei anche uscire. Camminerei per le strade, evitando i camion delle immondizie, la polizia. Camminerei verso Piramide, occhi a terra, ascoltando le poche macchine che mi passerebbero accanto come curiosità esotiche. Prenderei i treni deserti verso il mare, Ostia, e arriverei in spiaggia, tutto solo, nel silenzio delle onde. Continuerei a camminare verso il largo, fino a confondermi con l’orizzonte, tono su tono, lasciando spuntare solo gli occhi e il naso. Il mare piatto, lunghissimo, e solo la mia testa e il mio naso che sporgono. Mi scioglierei, lentamente, sarei ogni onda, ogni molecola d’acqua. Quando penso così, chiudo gli occhi, sul mio tetto, e mi appoggio alla nostra antenna che vibra al vento. Maria dice che è impossibile, ma io sento le voci della televisione lassù. Se appoggio l’orecchio al palo e ascolto in perfetto silenzio, riesco a sentire tutto. Vibro con l’antenna, in risonanza. Mi solletica senza toccarmi, senza farmi male. L’orecchio, la guancia, il collo. Aspetto che schiarisca a est e poi scendo verso casa, nel mondo dei giorni, quello dei vetri.

Written by Carlo

13/02/2013 at 16:54

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