Carlo B. – Narrare Improprio

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Quasi un altro anno

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Quasi un altro anno è andato. Consumato lento e rapido come una candela capricciosa. Sono nati amori, è venuto un gran caldo, è passato. Mi sono ritrovato spesso a dire che la vita è un cimitero di incroci mancati, di controtempi che non si chiudono mai sul battere. Tutto è diverso da com’era un anno fa, io compreso, e tutto è simile, tanto che a volte si distingue a fatica l’allora dall’adesso.

Corro in bicicletta sul selciato in pietra serena, lucido d’acqua. I riflessi dei lampioni nelle scanalature e il silenzio della tarda sera mi avvertono che anche Carmelo è chiuso e che non c’è nient’altro da fare. Che è necessario abbandonarsi alla notte, al letto e lasciare che finisca un altro giorno. Saluto tutto con il sollievo di un reduce che non si aspetta che una notte di buon sonno.

Passo attraverso questo 2013 come attraverso i giorni, aspettando e preparando l’anno che verrà, sicuro che non sarà come lo vorrei, bello, giusto, luminoso per tutti, e sperando che quello che metterò insieme sia comunque migliore di quello che mi avrebbero preparato gli altri senza di me. E in questo chiudo la mia speranza. Come una bottiglia gettata in mare presuppone un messaggio e qualcuno che sappia leggerlo.

Verranno altre primavere e io le aspetto, con i buoni amici che ho, i molti che mancano, con le colpe che porto e non espio, con i venti a favore o contro, costruendo goccia a goccia quello che vorrei essere. Continuo e non mi fermo, sperando che questo basti come giustificazione. E a tutti auguro delle feste serene.

Written by Carlo

21/12/2013 at 02:20

Pubblicato su In-splora

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Giulio

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Il sole mi preme sulla faccia come piombo caldo. La bellezza, queste montagne, i castagni rossi, le nuvole, tutto pesa e mi schiaccia. Ci vuole Novembre a portarsi via le lacrime. Ci vuole nebbia e silenzio e pioggia. E quei lunghi pomeriggi disteso in camera a guardare il soffitto bianco schiarirsi, riempirsi di ombre e ripiombare nell’oscurità, come un giorno concentrato in poche ore, concesse dai palazzi intorno. O solo diventare più bianco e poi più grigio, nei giorni senza ombra e senza luce, senza veglia o sonno. Vorrei passare leggero come un gatto, senza aspettative, senza speranze, attento solo alla mia coda e ai passeri. E vorrei anche essere un lupo, cattivo, sempre affamato, solo nel bosco, di cui aver paura. E invece sto qua, disteso, a guardare un soffitto che non è mio, che non ha storia né futuro. Dalla cucina Maria mi chiama. Mi chiama spesso. Chiede sempre qualcosa. Se ho fame, se sono sveglio. Se ho bisogno di qualcosa. Rispondo sempre di no, non ho mai fame, non sono mai sveglio, non ho mai bisogno di nulla. Sono un paio di occhi che guardano, ho bisogno solo di questo. Maria sospira e non si affaccia. Non voglio essere visto, le dico. Urlo quando sono visto. Sento gli sguardi degli altri sulla pelle come punture di ragni velenosi. Fanno male e rimangono per dei giorni, gonfi, arrossati. Maria non lo sa, ma la notte a volte esco. Mi alzo lentamente e verso le quattro, quando in giro non c’è nessuno, esco e salgo sul tetto del nostro condominio. Sono quasi quindici piani di scale, ma l’esercizio mi fa bene, mi dicono. Esco sul tetto e guardo la città intorno: altri condomini, con altri tetti, altre stanze. A volte mi convinco che hanno ragione loro. Che, se volessi, potrei uscire e non preoccuparmi degli altri. Che nessuno mi guarderebbe, non ci sarebbe solo dolore. Ma uscire per andare dove, gli chiedo.

La notte non è così complicata. Si vedono bene i viali e le strade illuminate. E intorno il buio dei giardini, delle case. Se fosse sempre notte, potrei anche uscire. Camminerei per le strade, evitando i camion delle immondizie, la polizia. Camminerei verso Piramide, occhi a terra, ascoltando le poche macchine che mi passerebbero accanto come curiosità esotiche. Prenderei i treni deserti verso il mare, Ostia, e arriverei in spiaggia, tutto solo, nel silenzio delle onde. Continuerei a camminare verso il largo, fino a confondermi con l’orizzonte, tono su tono, lasciando spuntare solo gli occhi e il naso. Il mare piatto, lunghissimo, e solo la mia testa e il mio naso che sporgono. Mi scioglierei, lentamente, sarei ogni onda, ogni molecola d’acqua. Quando penso così, chiudo gli occhi, sul mio tetto, e mi appoggio alla nostra antenna che vibra al vento. Maria dice che è impossibile, ma io sento le voci della televisione lassù. Se appoggio l’orecchio al palo e ascolto in perfetto silenzio, riesco a sentire tutto. Vibro con l’antenna, in risonanza. Mi solletica senza toccarmi, senza farmi male. L’orecchio, la guancia, il collo. Aspetto che schiarisca a est e poi scendo verso casa, nel mondo dei giorni, quello dei vetri.

Written by Carlo

13/02/2013 at 16:54

Pubblicato su Racconti

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