Carlo B. – Narrare Improprio

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Kumasi

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A Kumasi mi accorsi di essere bianco: camminavo per strada ed ero bianco; mangiavo in un ristorante ed ero bianco; prendevo un taxi ed ero, terribilmente, bianco. Tutti mi squadravano. I bambini mi camminavano a fianco per chilometri. Camminavo perché, a parte lavorare e dormire, non avevo altre attività. Vivevo ospite di un pastore anglicano nell’unica casa in muratura di Ahenema Kokobin. La strada era di un asfalto sottile che ad ogni pioggia cedeva un po’ di più. Per arrivare si camminava fra tetti in lamiera e pali in legno che sorreggevano un groviglio inestricabile di cavi dai quali, quasi sempre, arrivava l’elettricità per le televisioni e le radio. Il pastore aveva sette figli, quattro maschi e tre ragazze, tutti più giovani di me.
Ogni mattina l’autista musulmano del pastore mi portava in città, alla Kumasi Savings Limited, una banca con le mura giallo ocra. Guidavamo per quasi un’ora a passo d’uomo e, nel tragitto, compravamo ananas fresco, carta igienica e succhi di frutta che dei ragazzini portavano in grandi bacinelle sulla testa. La puzza di gasolio era terribile e peggiorava dietro ai furgoni stracarichi di pendolari. Tutto era di un marrone rosso che, dai bordi della strada, si sollevava in nubi colorate e copriva i muri delle case, gli alberi e i marciapiedi. Il primo giorno mi presentai in banca in giacca, ma senza cravatta. I miei colleghi mi guardarono nervosi finché il capo ufficio si avvicinò e mi fece notare che ero l’unico a non portarla. Sulla porta troneggiava un cartello in legno dipinto a mano: “Microfinanza”. Eravamo sedici: quattro uomini con scrivanie impeccabili e dodici donne con l’uniforme gialla della Kumasi Savings che giravano i mercati, le botteghe, i banchetti di tutta la città per recuperare la quota mensile da centinaia di nostri clienti. Avevano un blocco di ricevute dove annotavano nome, numero di tessera e ammontare. Camminavano per dieci ore sotto il sole, dall’alba al pomeriggio inoltrato e poi tornavano in banca, ci lasciavano i soldi, le ricevute, e stramazzavano sul divano, aspettando che noi uomini controllassimo.
– Si ricordi questo – mi disse il capoufficio seduto sulla più grande poltrona che avessi mai visto – noi diamo prestiti a chi non ne avrebbe da nessun altro – Annuii ripensando a tutti i libri dell’università che non avevano nulla a vedere con quello che succedeva. Ci stringemmo la mano, l’ufficio si riempì di segretarie e postulanti e mi costrinse a scivolare fuori fra fascicoli agitati e impeccabili camicie, tutte stirate molto meglio della mia.
Le domeniche erano per me e l’autista mussulmano che mi aveva preso in simpatia perché, sebbene non mussulmano, non ero comunque cristiano a tutti gli effetti: non andavo a messa, non digiunavo il venerdì. E un bianco non cristiano era qualcosa che non si vedeva tutti i giorni. Mi raccontava di una donna di cui si era innamorato. Si vedevano di nascosto lontano dal quartiere per prendere un caffè. Lei era anglicana e se la sua famiglia l’avesse scoperto sarebbero stati guai per entrambi. Almeno erano tutti e due degli Ashanti e questo giocava a loro favore. Era complicato: ognuno aveva cinque, sei identità come cartellini attaccati alle spalle che si intersecavano in maniera imprevedibile. Religione, tribù, nazionalismo ghanese, partito politico, squadra di calcio. Lo stadio era uno dei pochi posti che riuniva tutti e gli Asante Kotoko mescolavano gente di ogni tipo. Le elezioni, invece, dividevano e chi votava Congresso Democratico Nazionale quasi non parlava a chi votava Nuovo Partito Patriotico, ma ogni altra differenza non contava per il tempo della campagna elettorale. E, in questo flusso costante e interscambiabile, solo io ero inesorabilmente bianco.
Quando entravo in un caffè mi servivano per primo, anche con una fila di dieci persone. Davanti al mercato scatenavo una corsa a vendermi statuette, borse e piatti in ceramica anche quando volevo solo comprare del riso e qualche patata. I giovani mi guardavano con risentimento e i vecchi con adorazione. Entravo in un ristorante e la conversazione si abbassava. Mi guardavano senza rimorso, indicandomi e dandosi colpetti sulle spalle.
Una mattina trovai il mio capo fuori dall’ufficio, accanto al pick-up blu con lo stemma della banca. Sul retro c’era una cassaforte verde con sopra il nostro portiere che per l’occasione sfoggiava un fucile a pompa. Mi guardò sudando nella sua uniforme celeste, sotto al cappellino e agli occhiali da sole. Il capo sudava nel suo doppiopetto grigio scuro:
– Oggi andiamo sul campo – indicò vagamente il nord – vedrai.
I miei colleghi sorridevano nelle loro camicie bianchissime. Sembravamo dei ragazzi in gita. Uscire da Kumasi a quell’ora era facile. Dopo un’ora ci ritrovammo su un lunghissimo rettilineo che tagliava in due la foresta: non c’erano più baracche, né pali della luce e i cellulari uno ad uno si arresero. Noi sedevamo al fresco dell’aria condizionata e il portiere fuori continuava a sudare accovacciato con il fucile fra le gambe. In un punto qualsiasi della distesa di mare verde apparve una pista sterrata che partiva perpendicolare alla strada e spariva verso l’orizzonte, dritta come un righello. Owusu, l’autista, rallentò e svoltò senza dire una parola. Quando passammo dall’asfalto allo sterrato il pick-up sobbalzò e il portiere sbatté la testa contro la cassaforte, gridando arrabbiato. Noi scoppiammo tutti a ridere e Owusu, per rafforzare l’effetto, accelerò e iniziò a zigzagare rapido finché il portiere dietro iniziò a urlare minacce e a battere i pugni sul tettuccio. Non c’era nessuno per chilometri: guidammo per quasi due ore senza incontrare una macchina. Non c’erano altre piste che partissero dalla nostra, solo alberi e foglie grandi quanto un uomo adulto. Sembrava che il paesaggio non sarebbe cambiato mai: la strada marrone, il mare verde, un cielo blu infinito e noi chiusi in una scatoletta con l’aria condizionata, stretti nelle nostre cravatte ben allacciate. Ci addormentammo tutti.
Quando aprii gli occhi ero da solo, il pick-up ancora acceso e fermo in mezzo alla strada, e Owusu che parlava con il mio capo cento metri più avanti, mentre i miei colleghi se ne stavano in disparte. Non avevano l’aria felice: il capo urlava qualcosa, Owusu un po’ guardava per terra, un po’ rispondeva agitando un dito verso la pista. Scesi anch’io.
– Che succede?
– C’è un lago di fango – mi disse il portiere armato – e Owusu non vuole passare.
– Siamo già in ritardo di un’ora – disse Yaw, il più giovane.
Alex, il più vecchio, scosse la testa: – Il pick-up non è una jeep. Owusu sa quel che fa. –
Owusu aveva lavorato in Costa d’Avorio per dieci anni ed era tornato in Ghana solo l’anno prima. Aveva guidato su tutte le strade, dal Ghana al Camerun. Spesso lo prendevamo in giro facendogli credere le cose più assurde, ma quando guidava ci fidavamo. Il capo stava urlando, la gola gli si gonfiava. Owusu non era da meno e urlava alla strada, pestando i piedi, tirando pedate ai sassi.
– Parlaci tu – mi disse Alex – il capo ti ascolta.
Non mi sembrava una grande idea, ma tutti e tre erano entusiasti: avrei risolto di sicuro la questione. Mi avvicinai e, dopo aver ascoltato per cinque minuti buoni i due uomini che si davano di incapace e di idiota a vicenda, buttai là un:
– Capo, Owusu è un buon autista, non dovremmo fidarci? –
Mi guardò con odio e, se avesse potuto, mi avrebbe preso a cazzotti.
– Tu sei qui da molto poco – mi sibilò in faccia – fai decidere a me di chi fidarmi. E tu – tornò a urlare a Owusu – o metti in moto e attraversi quella pozzanghera o quando torniamo alla banca non avrai più un lavoro! –
La parola ‘lavoro’ risuonò sulle chiome degli alberi come un tuono. Owusu sputò per terra e si rimise al volante. Noi rimanemmo a guardare mentre lui accelerava, lanciando il pick-up a 60, 70 chilometri, volava sul fango sollevando schizzi alti due metri che sporcarono le foglie ai lati della strada, accelerò ancora facendo sbuffare la marmitta di un fumo nero e denso, avanzò, mancavano si e no tre metri all’asciutto, avanzò ancora, ma più lentamente e poi, esausto, il pick-up si adagiò come una barca che plana, abbassando la prora alle onde. I primi attimi erano quelli in cui ancora si poteva fare qualcosa: Owusu sterzò accelerando a sinistra, poi a destra, le ruote giravano a bagno nel fango e il pick-up dondolava avanti e indietro cercando di prendere slancio, una, due, tre volte. Poi Owusu spense il motore e scese senza dire una parola. Il pick-up aveva il fango fin quasi all’altezza delle portiere e le ruote avevano scavato delle buche profonde dove si erano rifugiate al calduccio.
Senza il borbottio del rumore, il silenzio era assoluto. Eravamo imbarazzati, Owusu si sedette sul ciglio della pista accendendosi una sigaretta, il capo era livido e non diceva niente, noi ci guardavamo, guardavamo il pick-up e poi guardavamo il cielo.
– E adesso? – chiesi sottovoce ad Alex che era accanto a me
– Adesso nulla. Aspettiamo –
Rimanemmo lì per due ore e mezza. Il capo si era calmato anche se ogni tanto continuava a lanciarmi degli sguardi di minaccia. Owusu sembrava essersi dimenticato di tutto. Chiacchieravano di donne, delle colleghe in banca, delle mogli. Il caldo era insopportabile: era quasi mezzogiorno e noi avevamo ancora addosso le nostre camicie ormai bagnate e le cravatte. Yaw raccoglieva dei sassolini e li lanciava in mezzo alla pista. Non successe nulla per molto tempo. Io iniziavo a preoccuparmi: i cellulari non prendevano, avevamo si e no un paio di bottiglie d’acqua, il pick-up era immerso nel fango fino alle portiere e sembrava una patatina nella maionese.
– Cosa facciamo quando fa buio? – chiesi. Si misero tutti a ridere. – Hai paura, amico mio? Ci mangiano i leoni? – Yaw ruggì agitando in aria le mani come zampe e gli altri risero.
– Non ti preoccupare – mi disse Alex – Saliamo in macchina e aspettiamo domattina. –
Mi venne spontaneo scuotere la testa.
– Se avessimo ascoltato, Owusu non staremmo qui a scioglierci –
Non mi rispose nessuno, finsero di non aver sentito. Solo negli occhi del capo brillò per un attimo, appena percettibile, un furore cieco. Mi sedetti all’ombra di un banano con la schiena appoggiata al fusto. Erano degli idioti. Non avrebbero mai imparato. La prossima volta avrebbero rifatto esattamente lo stesso. Iniziavo a generalizzare: ben presto era quello il problema che teneva tutta l’Africa in scacco. Non il colonialismo, gli schiavi o la corruzione. Avrei saputo io come mettere le cose a posto.
Immerso in pensieri simili, non sentii il borbottio di un motore in lontananza, qualcosa di molto lento. Ci alzammo tutti insieme: un piccolo trattore arancione veniva verso di noi. Non avevo idea da dove fosse stato paracadutato, ma aveva delle corde e un gancio che liberò il pick-up in pochi minuti. Owusu abbracciò il contadino e gli regalò un pacchetto di sigarette che l’altro non voleva accettare, ma che alla fine si mise in tasca con un sorriso. Ripartimmo a tutta velocità per recuperare un po’ del tempo perduto. Owusu guidava con gli occhi sulla pista, pronto ad evitare buche o altro e noi stavamo in silenzio con giusto quella dose di tensione che un pick-up carico di un uomo armato e in corsa su una pista sterrata non può mancare di creare. Non c’era più l’atmosfera da gita della mattina e avevo l’impressione di aver commesso qualche sbaglio.
Arrivammo ad un villaggio di capanne in fango: il primo vero villaggio africano, come avrebbe dovuto essere, che vedevo da quando stavo in Ghana. Il pick-up attirò fuori dalle case uno stuolo di bambini vestiti con vecchie t-shirt di squadre americane. Erano una tribù, certo, ma soprattutto erano poveri. Al centro del villaggio, incongrue con quello che le circondava, c’erano una grande poltrona un po’ sgualcita e quattro sedie. In dieci minuti tutto il villaggio era seduto nello spiazzo davanti. I bambini non mi seguivano, avevano paura. Se provavo ad avvicinarmi, i più piccoli scoppiavano a piangere. Solo gli adolescenti si avvicinavano per sfida, attirando gli sguardi ammirati dei coetanei, e mi stringevano rapidi la mano per poi allontanarsi troppo in fretta. Ci fu un colpo secco di tamburo e si capì che stavamo per iniziare. Dovevamo distribuire soldi, fare ricevute, ricevere i depositi, insomma cose che si fanno in banca. Solo che si era mossa la banca, invece del villaggio. Ci avvicinammo alle sedie, risistemando le camicie e le cravatte meglio che potevamo. Il capo-villaggio distribuiva i posti. Yaw si beccò la sedia più esterna, Alex quella a sinistra della poltrona. Rimanevamo in piedi io e il mio capo. Il capo-villaggio ci guardava e prendeva tempo chiacchierando di nipoti e figli e novità. Mi guardava e si torceva le mani. La poltrona e la sedia, vuote. Tutti aspettavano noi. “Se mi da la poltrona mi licenziano” pensai. Il mio capo mi guardava di nuovo con uno sguardo torvo.

Written by Carlo

02/04/2015 at 09:18

Pubblicato su Racconti

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