Carlo B. – Narrare Improprio

Posts Tagged ‘Racconti

Per tutti un portone

leave a comment »

immagine-1

Quando ero piccolo, il portone mi sembrava imponente, quasi infinito. Arrivavo a malapena a sfiorare il battiporta con la punta delle dita. Vedevo l’arco che si chiudeva e poi qualcosa di un colore diverso, ma troppo lontano perché mi interessasse. Era il muro altissimo della casa che continuava su fino al primo piano, oltre le finestre, al secondo, le grondaie, il tetto. Il portone era di un marrone indefinito, graffiato, e perennemente in attesa. Passavo le mie giornate a giocarci davanti, cercando di allontanarmi abbastanza spesso perché non si accorgessero di quanto avrei voluto essere dall’altro lato. Sentivo voci di bambini che giocavano, che cantavano delle canzoni splendide, piene di rime. Ci doveva di certo essere un giardino dentro la casa, un giardino pieno di alberi e cespugli fatto apposta per nascondersi ed esplorare.
Ogni anno, a primavera, il portone si apriva un po’, lasciando intravedere una mano che oliava le serrature: una mano nera, consumata dalla fatica. E poi quel rumore di chiavistelli girati che segnava il confine del desiderio. Mi prendeva una tristezza senza causa, arrossavo e stringevo i pugni come se qualcuno mi avesse fatto un torto. Meglio se non si fosse mai aperto, quel maledetto portone. Meglio se fosse stato sbarrato con delle assi di legno, pesanti, inchiodate da un’anta all’altra come croci. Avrei accarezzato il legno ruvido e l’avrei abbandonato al suo destino, come si fa con i morti o con gli amici d’infanzia. E invece passavo mesi appostato, nell’attesa che il portone si aprisse del tutto, pronto a sgattaiolare dentro.
Gli amici mi prendevano per pazzo: loro correvano in giro, al fiume, nei campi; e io sempre lì. Ma loro non sapevano quello che sapevo io, non avevano ascoltato le chiacchiere, la poesia e i pensieri grandiosi che avevo imparato a decifrare, quasi telepatia, attraverso le vibrazioni attutite dal chiavistello. Erano i miei pensieri più segreti quelli che ascoltavo dall’altro lato. Erano le mie speranze, i sogni che sognavo, solo condivisi, in allegria. Quanti nuove frasi avrei saputo aggiungere alle loro, pensavo ormai adolescente, quanto meglio saremmo stati, io e loro, tutti insieme, finalmente, come avrebbe dovuto essere. Allungando le braccia adesso arrivavo quasi ai tre quarti del portone. Mi appoggiavo, in piedi, sentendo ogni coprivite, ogni bocchetto in rame ossidato premermi addosso, trafiggermi con l’idea che non sarei mai stato più vicino di così.
I momenti peggiori erano le piogge di Novembre, testarde, da cui mi riparavo solo con un cappellaccio, appoggiato al muro, la testa inclinata in avanti e uno scroscio d’acqua che mi finiva a pochi centimetri dai piedi. Sembravo una statua inutile. Avrei dovuto andarmene allora, prima di ammalarmi, non rimanere qui ad invecchiare. Non perché avessi torto: la felicità è la dentro. La sento ancora che freme, che mi chiama senza volermi. Che cerca un modo per abbracciarmi.

Written by Carlo

01/05/2014 at 17:10

Pubblicato su Racconti

Tagged with , , , ,

Racconto lungo/5

with one comment

(precede)

Conto’ 9 coppie. Non gli sembravano poche. Metodico, per una settimana, tutte le sere si affaccio’ alla finestra. In media, 5 coppie a sera, 10 il venerdi. Voleva sapere del resto del paese, avere un’idea piu’ chiara. Quante coppie c’erano a Casazza ? Il lunedi, al tramonto, si infilo’ degli occhiali, un cappello scuro e il lungo impermiabile che non usava mai. Cammino’ per quattro ore muovendosi fra i giardinetti pubblici, la pista da pattinaggio, il muretto e il bar principale. Teneva in tasca un bloc notes dove annotava, ogni mezz’ora, quante coppie incontrasse, che eta’ avessero, se litigassero o si tenessero per mano. Ogni sera, per due settimane, catalogava i fili amorosi di Casazza. Quelli singoli, doppi, intrecciati, da tagliare. In media c’erano 10 coppie sui trentanni, 15 fra i venti e i trenta, e una ventina fra i ragazzini adolescenti. Quelli erano quelli che si baciavano di piu’.

– E sono poche o tante ? – gli chiese il Sindaco

– Non lo so – disse Marco – Ma dammi un paio di settimane –

Il Sindaco intravide un lampo torvo nello sguardo del nuovo investigatore, come un presagio, ma non aveva il tempo di preoccuparsi. Nelle settimane successive Marco spariva per dei pomeriggi interi, tornando solo a sera tardi, con fogli pieni di strani segni dai colori diversi e dalle grafie disparate. Li teneva in quattro cartelline colorate : giallo paglierino, verde, blu e nera. Ognuna chiusa a chiave in un cassetto della sua scrivania. La moglie pensava che avesse un’amante, i figli che giocasse ai cavalli. Si barricava nel suo studio ogni notte, fino all’alba, a calcolare, imprecando davanti al computer. In realta’ aveva messo su una potente rete di ragazzini spia che vagliavano tutte le piazze, i bar, i giardini dei quattro comuni intorno a Casazza. Quasi trenta scapestrati segnavano nomi, cognomi, eta’ di tute le coppie della vallata. E riportavano a Marco. Non c’era serata romantica che sfuggisse agli occhi dei ragazzini, neanche a quelli coperti di capelli che Marco aveva scoperto si chiamassero emo. Era come uno specchio degli amori, dei tradimenti e delle riconciliazioni quello che andava accumulandosi. Una sfera di cristallo degli animi. Ma non era gratis. I ragazzini volevano la loro paga e Marco segnava al comune piu’ pranzi e benzina di quanti ne potesse consumare, senza preoccuparsene. Aveva le spalle ben coperte.

Una sera incrociava coppie, numeri di uscite, baci e produceva grafici, distribuzioni gaussiane dei sentimenti. Fogli excell di 150 righe e venti, trenta colonne. A vederlo da lontano sembrava un cimitero di piccole x nere, rosse, blu, una scacchiera senza scampo. Gli venne quasi da ridere quando, dopo tanti sforzi, si accorse che Casazza era perfettamente nella media. Ci si amava allo stesso modo, con la stessa passione. Si usciva un numero comparabile di volte, si litigava con la stessa frequenza. Eppure negli altri comuni non si divorziava. Fracca aveva 9 matrimoni e una separazione. Pretto 10 e nessuna separazione. Qualcosa non quadrava. Se tutti erano innamorati piu’ o meno come dovunque, cosa succedeva a chi si sposava a Casazza? Perche’ proprio qua avevano deciso di mettere a rischio il buon nome del paese? Fu allora che nel cuore di Marco si insinuo’ il dubbio, nel silenzio della notte, come una musichetta impertinente che nasce dai flauti, e poi cresce, gli archi, i timpani, fino a coinvolgere tutta l’orchestra. E a qual punto la devi dire, te ne devi liberare:

– E se non fosse un caso ? –

(continua…)

Written by Carlo

30/03/2010 at 15:01

Pubblicato su Racconti

Tagged with , , ,

Il Grosso

with one comment

Erano le cinque di pomeriggio e iniziava quasi a piovere. Era una domenica invernale e i due bambini finalmente i nonni li avevano presi in carico. Mi era venuta voglia di fare un giro in centro che saranno stati degli anni che non ci passavo più. Uno sta in una bella città e non la vede mai. Camminavo tranquillo per il corso, mi guardavo le vetrine, sono passato dalla libreria e poi mi trovo davanti il Mulino. Il Mulino era la discoteca di quando c’avevo 15 anni. Mi venne subito in mente la prima volta che ci ero stato, di pomeriggio, di nascosto dai miei. Me tu guarda cosa ti fa pensare un po’ di tempo libero. Eravamo io, Paolo e Lorenzo. Paolo era in piena forma, la ragazzette gli facevano una corte che lui neanche si accorgeva lo scemo. Lorenzo aveva più paura di me, si tappava gli orecchi e io a dirgli, non ti tappare gli orecchi che ci guardano. A un certo punto mi sembra che provammo pure a ballare. La vergogna mi prese allo stomaco che manca poco vomitavo tutto il pranzo della domenica. Povero Paolo, che fine del cazzo poi. Ma non lo sapevo mica che il Mulino era ancora aperto. Magari ci andranno anche i miei figli fra una decina d’anni. Elena no, lei fino a 30 non esce di casa. Che poi si ha un bel dire, quando vogliono andare. Sono passati così veloci gli anni che non me li ricordo neanche tutti. Mi sembra di essermi laureato ieri e fra un po’ mi vedo arrivare un diciottenne con la sua macchinetta a prendermi l’Ele e portarmela qua.

Pensavo e guardavo la fila dei ragazzini all’ingresso e il buttafuori. Che poi sta cosa dei buttafuori non c’era di certo. Chi aveva i soldi per entrare entrava. Ora se non hai il giubbotto firmato ti fanno storie. Poi mi accorsi che il buttafuori lo conoscevo. Mi ci trovai quasi davanti e quello mi fa, Bruni! Grosso, gli faccio io. Era il mio compagno di banco del liceo, uguale a com’era allora. Più alto e vecchio, ma uguale. Ma che fai il buttafuori Grosso, gli dico. E lui mi fa tutto fiero, hai visto Bruni anche senza diploma mi son fatto strada. Che lui non si era mai diplomato, nonostante gli passavo praticamente tutti i compiti. Alla fine i professori non se l’erano sentita. Certo il Grosso non era proprio l’attrezzo più tagliente del capanno, ecco. Ma visto così, con la giacca e tutto, ti sembrava anche di successo. Faccio più soldi io di un ragioniere e giù a ridere, pacche sulle spalle che quasi mi stende. E poi le ragazzine, le devi vedere, cosa non fanno per entrare qua dentro, strusci, sorrisi. A me venne da guardare la fila e mi pareva impossibile che dicesse proprio quelle. Devi vedere il Sabato sera, quelle di 17, 18 anni: minigonne, trucco, sembra di stare a Rio. E poi non sai mai cosa ti capita, una sera c’è da fare a botte, un’altra arriva qualche pezzo della televisione. Non ti annoi neanche a volere Bruni. A me veniva da pensare all’Elena. A quell’ora stava guardando di certo i cartoni. Sentiamoci dai, mi fa, passa da qua che io ci sono sempre. Anzi, se vieni un Sabato ti offro l’entrata e anche da bere, ti tratto da signore. Grazie Grosso, magari poi ripasso. Io sto sempre qua, quando ti viene voglia non mi devi neanche avvisare. Quasi mi metto a correre verso la macchina e inizia proprio a venire giù che sembra grandine. E poi mi vennero le lacrime agli occhi per il Grosso. Era un buono, non se lo meritava mica di finire così. E invece che andare al cinema tornai a casa dei nonni.

Written by Carlo

06/02/2010 at 19:35

Pubblicato su Racconti

Tagged with , ,