Carlo B. – Narrare Improprio

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Kumasi

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A Kumasi mi accorsi di essere bianco: camminavo per strada ed ero bianco; mangiavo in un ristorante ed ero bianco; prendevo un taxi ed ero, terribilmente, bianco. Tutti mi squadravano. I bambini mi camminavano a fianco per chilometri. Camminavo perché, a parte lavorare e dormire, non avevo altre attività. Vivevo ospite di un pastore anglicano nell’unica casa in muratura di Ahenema Kokobin. La strada era di un asfalto sottile che ad ogni pioggia cedeva un po’ di più. Per arrivare si camminava fra tetti in lamiera e pali in legno che sorreggevano un groviglio inestricabile di cavi dai quali, quasi sempre, arrivava l’elettricità per le televisioni e le radio. Il pastore aveva sette figli, quattro maschi e tre ragazze, tutti più giovani di me.
Ogni mattina l’autista musulmano del pastore mi portava in città, alla Kumasi Savings Limited, una banca con le mura giallo ocra. Guidavamo per quasi un’ora a passo d’uomo e, nel tragitto, compravamo ananas fresco, carta igienica e succhi di frutta che dei ragazzini portavano in grandi bacinelle sulla testa. La puzza di gasolio era terribile e peggiorava dietro ai furgoni stracarichi di pendolari. Tutto era di un marrone rosso che, dai bordi della strada, si sollevava in nubi colorate e copriva i muri delle case, gli alberi e i marciapiedi. Il primo giorno mi presentai in banca in giacca, ma senza cravatta. I miei colleghi mi guardarono nervosi finché il capo ufficio si avvicinò e mi fece notare che ero l’unico a non portarla. Sulla porta troneggiava un cartello in legno dipinto a mano: “Microfinanza”. Eravamo sedici: quattro uomini con scrivanie impeccabili e dodici donne con l’uniforme gialla della Kumasi Savings che giravano i mercati, le botteghe, i banchetti di tutta la città per recuperare la quota mensile da centinaia di nostri clienti. Avevano un blocco di ricevute dove annotavano nome, numero di tessera e ammontare. Camminavano per dieci ore sotto il sole, dall’alba al pomeriggio inoltrato e poi tornavano in banca, ci lasciavano i soldi, le ricevute, e stramazzavano sul divano, aspettando che noi uomini controllassimo.
– Si ricordi questo – mi disse il capoufficio seduto sulla più grande poltrona che avessi mai visto – noi diamo prestiti a chi non ne avrebbe da nessun altro – Annuii ripensando a tutti i libri dell’università che non avevano nulla a vedere con quello che succedeva. Ci stringemmo la mano, l’ufficio si riempì di segretarie e postulanti e mi costrinse a scivolare fuori fra fascicoli agitati e impeccabili camicie, tutte stirate molto meglio della mia.
Le domeniche erano per me e l’autista mussulmano che mi aveva preso in simpatia perché, sebbene non mussulmano, non ero comunque cristiano a tutti gli effetti: non andavo a messa, non digiunavo il venerdì. E un bianco non cristiano era qualcosa che non si vedeva tutti i giorni. Mi raccontava di una donna di cui si era innamorato. Si vedevano di nascosto lontano dal quartiere per prendere un caffè. Lei era anglicana e se la sua famiglia l’avesse scoperto sarebbero stati guai per entrambi. Almeno erano tutti e due degli Ashanti e questo giocava a loro favore. Era complicato: ognuno aveva cinque, sei identità come cartellini attaccati alle spalle che si intersecavano in maniera imprevedibile. Religione, tribù, nazionalismo ghanese, partito politico, squadra di calcio. Lo stadio era uno dei pochi posti che riuniva tutti e gli Asante Kotoko mescolavano gente di ogni tipo. Le elezioni, invece, dividevano e chi votava Congresso Democratico Nazionale quasi non parlava a chi votava Nuovo Partito Patriotico, ma ogni altra differenza non contava per il tempo della campagna elettorale. E, in questo flusso costante e interscambiabile, solo io ero inesorabilmente bianco.
Quando entravo in un caffè mi servivano per primo, anche con una fila di dieci persone. Davanti al mercato scatenavo una corsa a vendermi statuette, borse e piatti in ceramica anche quando volevo solo comprare del riso e qualche patata. I giovani mi guardavano con risentimento e i vecchi con adorazione. Entravo in un ristorante e la conversazione si abbassava. Mi guardavano senza rimorso, indicandomi e dandosi colpetti sulle spalle.
Una mattina trovai il mio capo fuori dall’ufficio, accanto al pick-up blu con lo stemma della banca. Sul retro c’era una cassaforte verde con sopra il nostro portiere che per l’occasione sfoggiava un fucile a pompa. Mi guardò sudando nella sua uniforme celeste, sotto al cappellino e agli occhiali da sole. Il capo sudava nel suo doppiopetto grigio scuro:
– Oggi andiamo sul campo – indicò vagamente il nord – vedrai.
I miei colleghi sorridevano nelle loro camicie bianchissime. Sembravamo dei ragazzi in gita. Uscire da Kumasi a quell’ora era facile. Dopo un’ora ci ritrovammo su un lunghissimo rettilineo che tagliava in due la foresta: non c’erano più baracche, né pali della luce e i cellulari uno ad uno si arresero. Noi sedevamo al fresco dell’aria condizionata e il portiere fuori continuava a sudare accovacciato con il fucile fra le gambe. In un punto qualsiasi della distesa di mare verde apparve una pista sterrata che partiva perpendicolare alla strada e spariva verso l’orizzonte, dritta come un righello. Owusu, l’autista, rallentò e svoltò senza dire una parola. Quando passammo dall’asfalto allo sterrato il pick-up sobbalzò e il portiere sbatté la testa contro la cassaforte, gridando arrabbiato. Noi scoppiammo tutti a ridere e Owusu, per rafforzare l’effetto, accelerò e iniziò a zigzagare rapido finché il portiere dietro iniziò a urlare minacce e a battere i pugni sul tettuccio. Non c’era nessuno per chilometri: guidammo per quasi due ore senza incontrare una macchina. Non c’erano altre piste che partissero dalla nostra, solo alberi e foglie grandi quanto un uomo adulto. Sembrava che il paesaggio non sarebbe cambiato mai: la strada marrone, il mare verde, un cielo blu infinito e noi chiusi in una scatoletta con l’aria condizionata, stretti nelle nostre cravatte ben allacciate. Ci addormentammo tutti.
Quando aprii gli occhi ero da solo, il pick-up ancora acceso e fermo in mezzo alla strada, e Owusu che parlava con il mio capo cento metri più avanti, mentre i miei colleghi se ne stavano in disparte. Non avevano l’aria felice: il capo urlava qualcosa, Owusu un po’ guardava per terra, un po’ rispondeva agitando un dito verso la pista. Scesi anch’io.
– Che succede?
– C’è un lago di fango – mi disse il portiere armato – e Owusu non vuole passare.
– Siamo già in ritardo di un’ora – disse Yaw, il più giovane.
Alex, il più vecchio, scosse la testa: – Il pick-up non è una jeep. Owusu sa quel che fa. –
Owusu aveva lavorato in Costa d’Avorio per dieci anni ed era tornato in Ghana solo l’anno prima. Aveva guidato su tutte le strade, dal Ghana al Camerun. Spesso lo prendevamo in giro facendogli credere le cose più assurde, ma quando guidava ci fidavamo. Il capo stava urlando, la gola gli si gonfiava. Owusu non era da meno e urlava alla strada, pestando i piedi, tirando pedate ai sassi.
– Parlaci tu – mi disse Alex – il capo ti ascolta.
Non mi sembrava una grande idea, ma tutti e tre erano entusiasti: avrei risolto di sicuro la questione. Mi avvicinai e, dopo aver ascoltato per cinque minuti buoni i due uomini che si davano di incapace e di idiota a vicenda, buttai là un:
– Capo, Owusu è un buon autista, non dovremmo fidarci? –
Mi guardò con odio e, se avesse potuto, mi avrebbe preso a cazzotti.
– Tu sei qui da molto poco – mi sibilò in faccia – fai decidere a me di chi fidarmi. E tu – tornò a urlare a Owusu – o metti in moto e attraversi quella pozzanghera o quando torniamo alla banca non avrai più un lavoro! –
La parola ‘lavoro’ risuonò sulle chiome degli alberi come un tuono. Owusu sputò per terra e si rimise al volante. Noi rimanemmo a guardare mentre lui accelerava, lanciando il pick-up a 60, 70 chilometri, volava sul fango sollevando schizzi alti due metri che sporcarono le foglie ai lati della strada, accelerò ancora facendo sbuffare la marmitta di un fumo nero e denso, avanzò, mancavano si e no tre metri all’asciutto, avanzò ancora, ma più lentamente e poi, esausto, il pick-up si adagiò come una barca che plana, abbassando la prora alle onde. I primi attimi erano quelli in cui ancora si poteva fare qualcosa: Owusu sterzò accelerando a sinistra, poi a destra, le ruote giravano a bagno nel fango e il pick-up dondolava avanti e indietro cercando di prendere slancio, una, due, tre volte. Poi Owusu spense il motore e scese senza dire una parola. Il pick-up aveva il fango fin quasi all’altezza delle portiere e le ruote avevano scavato delle buche profonde dove si erano rifugiate al calduccio.
Senza il borbottio del rumore, il silenzio era assoluto. Eravamo imbarazzati, Owusu si sedette sul ciglio della pista accendendosi una sigaretta, il capo era livido e non diceva niente, noi ci guardavamo, guardavamo il pick-up e poi guardavamo il cielo.
– E adesso? – chiesi sottovoce ad Alex che era accanto a me
– Adesso nulla. Aspettiamo –
Rimanemmo lì per due ore e mezza. Il capo si era calmato anche se ogni tanto continuava a lanciarmi degli sguardi di minaccia. Owusu sembrava essersi dimenticato di tutto. Chiacchieravano di donne, delle colleghe in banca, delle mogli. Il caldo era insopportabile: era quasi mezzogiorno e noi avevamo ancora addosso le nostre camicie ormai bagnate e le cravatte. Yaw raccoglieva dei sassolini e li lanciava in mezzo alla pista. Non successe nulla per molto tempo. Io iniziavo a preoccuparmi: i cellulari non prendevano, avevamo si e no un paio di bottiglie d’acqua, il pick-up era immerso nel fango fino alle portiere e sembrava una patatina nella maionese.
– Cosa facciamo quando fa buio? – chiesi. Si misero tutti a ridere. – Hai paura, amico mio? Ci mangiano i leoni? – Yaw ruggì agitando in aria le mani come zampe e gli altri risero.
– Non ti preoccupare – mi disse Alex – Saliamo in macchina e aspettiamo domattina. –
Mi venne spontaneo scuotere la testa.
– Se avessimo ascoltato, Owusu non staremmo qui a scioglierci –
Non mi rispose nessuno, finsero di non aver sentito. Solo negli occhi del capo brillò per un attimo, appena percettibile, un furore cieco. Mi sedetti all’ombra di un banano con la schiena appoggiata al fusto. Erano degli idioti. Non avrebbero mai imparato. La prossima volta avrebbero rifatto esattamente lo stesso. Iniziavo a generalizzare: ben presto era quello il problema che teneva tutta l’Africa in scacco. Non il colonialismo, gli schiavi o la corruzione. Avrei saputo io come mettere le cose a posto.
Immerso in pensieri simili, non sentii il borbottio di un motore in lontananza, qualcosa di molto lento. Ci alzammo tutti insieme: un piccolo trattore arancione veniva verso di noi. Non avevo idea da dove fosse stato paracadutato, ma aveva delle corde e un gancio che liberò il pick-up in pochi minuti. Owusu abbracciò il contadino e gli regalò un pacchetto di sigarette che l’altro non voleva accettare, ma che alla fine si mise in tasca con un sorriso. Ripartimmo a tutta velocità per recuperare un po’ del tempo perduto. Owusu guidava con gli occhi sulla pista, pronto ad evitare buche o altro e noi stavamo in silenzio con giusto quella dose di tensione che un pick-up carico di un uomo armato e in corsa su una pista sterrata non può mancare di creare. Non c’era più l’atmosfera da gita della mattina e avevo l’impressione di aver commesso qualche sbaglio.
Arrivammo ad un villaggio di capanne in fango: il primo vero villaggio africano, come avrebbe dovuto essere, che vedevo da quando stavo in Ghana. Il pick-up attirò fuori dalle case uno stuolo di bambini vestiti con vecchie t-shirt di squadre americane. Erano una tribù, certo, ma soprattutto erano poveri. Al centro del villaggio, incongrue con quello che le circondava, c’erano una grande poltrona un po’ sgualcita e quattro sedie. In dieci minuti tutto il villaggio era seduto nello spiazzo davanti. I bambini non mi seguivano, avevano paura. Se provavo ad avvicinarmi, i più piccoli scoppiavano a piangere. Solo gli adolescenti si avvicinavano per sfida, attirando gli sguardi ammirati dei coetanei, e mi stringevano rapidi la mano per poi allontanarsi troppo in fretta. Ci fu un colpo secco di tamburo e si capì che stavamo per iniziare. Dovevamo distribuire soldi, fare ricevute, ricevere i depositi, insomma cose che si fanno in banca. Solo che si era mossa la banca, invece del villaggio. Ci avvicinammo alle sedie, risistemando le camicie e le cravatte meglio che potevamo. Il capo-villaggio distribuiva i posti. Yaw si beccò la sedia più esterna, Alex quella a sinistra della poltrona. Rimanevamo in piedi io e il mio capo. Il capo-villaggio ci guardava e prendeva tempo chiacchierando di nipoti e figli e novità. Mi guardava e si torceva le mani. La poltrona e la sedia, vuote. Tutti aspettavano noi. “Se mi da la poltrona mi licenziano” pensai. Il mio capo mi guardava di nuovo con uno sguardo torvo.

Written by Carlo

02/04/2015 at 09:18

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Per tutti un portone

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Quando ero piccolo, il portone mi sembrava imponente, quasi infinito. Arrivavo a malapena a sfiorare il battiporta con la punta delle dita. Vedevo l’arco che si chiudeva e poi qualcosa di un colore diverso, ma troppo lontano perché mi interessasse. Era il muro altissimo della casa che continuava su fino al primo piano, oltre le finestre, al secondo, le grondaie, il tetto. Il portone era di un marrone indefinito, graffiato, e perennemente in attesa. Passavo le mie giornate a giocarci davanti, cercando di allontanarmi abbastanza spesso perché non si accorgessero di quanto avrei voluto essere dall’altro lato. Sentivo voci di bambini che giocavano, che cantavano delle canzoni splendide, piene di rime. Ci doveva di certo essere un giardino dentro la casa, un giardino pieno di alberi e cespugli fatto apposta per nascondersi ed esplorare.
Ogni anno, a primavera, il portone si apriva un po’, lasciando intravedere una mano che oliava le serrature: una mano nera, consumata dalla fatica. E poi quel rumore di chiavistelli girati che segnava il confine del desiderio. Mi prendeva una tristezza senza causa, arrossavo e stringevo i pugni come se qualcuno mi avesse fatto un torto. Meglio se non si fosse mai aperto, quel maledetto portone. Meglio se fosse stato sbarrato con delle assi di legno, pesanti, inchiodate da un’anta all’altra come croci. Avrei accarezzato il legno ruvido e l’avrei abbandonato al suo destino, come si fa con i morti o con gli amici d’infanzia. E invece passavo mesi appostato, nell’attesa che il portone si aprisse del tutto, pronto a sgattaiolare dentro.
Gli amici mi prendevano per pazzo: loro correvano in giro, al fiume, nei campi; e io sempre lì. Ma loro non sapevano quello che sapevo io, non avevano ascoltato le chiacchiere, la poesia e i pensieri grandiosi che avevo imparato a decifrare, quasi telepatia, attraverso le vibrazioni attutite dal chiavistello. Erano i miei pensieri più segreti quelli che ascoltavo dall’altro lato. Erano le mie speranze, i sogni che sognavo, solo condivisi, in allegria. Quanti nuove frasi avrei saputo aggiungere alle loro, pensavo ormai adolescente, quanto meglio saremmo stati, io e loro, tutti insieme, finalmente, come avrebbe dovuto essere. Allungando le braccia adesso arrivavo quasi ai tre quarti del portone. Mi appoggiavo, in piedi, sentendo ogni coprivite, ogni bocchetto in rame ossidato premermi addosso, trafiggermi con l’idea che non sarei mai stato più vicino di così.
I momenti peggiori erano le piogge di Novembre, testarde, da cui mi riparavo solo con un cappellaccio, appoggiato al muro, la testa inclinata in avanti e uno scroscio d’acqua che mi finiva a pochi centimetri dai piedi. Sembravo una statua inutile. Avrei dovuto andarmene allora, prima di ammalarmi, non rimanere qui ad invecchiare. Non perché avessi torto: la felicità è la dentro. La sento ancora che freme, che mi chiama senza volermi. Che cerca un modo per abbracciarmi.

Written by Carlo

01/05/2014 at 17:10

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Il bicchiere della staffa

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Il vino non aveva più sapore. Per quanto chiudesse gli occhi, lo facesse passare avanti e indietro sulla lingua e si sforzasse di ascoltare con attenzione, niente. Avrebbe potuto essere aranciata. Posò il bicchiere e guardò i figli e i nipoti seduti attorno alla tavola. Li invidiò ferocemente: idioti che avrebbero potuto ancora ascoltare il bouquet di qualche splendido Les Caillerets Louis Latour del 2003, con la sua tinta dorata e il sapore di mandorle fresche. E invece bevevano alla svelta, sperando di accorciare quella serata insolita, vino bianco e pesce, rosso e bistecca. Lo guardavano con quei loro occhi bovini come fosse un vegliardo saggio e buono. Cretini.

Il figlio maggiore gli ricordava un brunello Podere la Fortuna del 2006 che aveva bevuto con dell’anatra arrosto: terribilmente onesto, articolato in ogni sapore come un manuale di storia delle medie. La figlia un Müller-Thurgau Casata Monfort del 2011, nevrotico, sempre sul punto di eccedere e che metteva in un angolo perfino gli scampi alla bussara. Poi c’erano i nipoti, ventenni rampanti che da piccoli lo irridevano quando annusava un bicchiere per due, tre minuti: vinelli bianchi da niente, ambrati, troppo vecchi anche da giovani. Sospirò. Era circondato da idioti. Nessuno sarebbe stato capace di distinguere una nota di frutta secca da una legnosa nel vino che bevevano.

– Meglio così – disse a bassa voce.

Lui, invece, ricordava benissimo l’odore di quel Barolo Cascina Francia del 2004. Lo rivedeva come un paesaggio: speziato con noce moscata e ginepro, fruttato con mora a bacche rosse, floreale con note di violetta. Si ricordava ogni piatto che aveva accompagnato con quel vino: lepre alla cacciatora a Gennaio, cervo con polenta a fine Febbraio e coda di vitello brasata a Marzo. Se lo ricordava bene perché dopo aveva perso odori e sapori: ‘anosmia acquisita permanente’ dissero. Aveva preso l’influenza, come tutti, ma lui ne era uscito senza più il gusto, la gioia della sua vita. A ripensarci adesso, fu quella giornata che decise tutto.

Uno dei suoi nipoti iniziò a sbadigliare e lo sbadiglio si propagò alla tavola. Guardò quelle bocche piene a metà di cibo misto vino ed ebbe un attacco di nausea. Per resistere recitò Omar Khayyam:

– “Vino bevi e di nulla ti cura ché il saggio già disse: la pena del mondo è veleno, e vino l’antidoto buono” –

Partì un applauso fiacco di tutti i commensali che erano abituati ad ascoltarlo citare poesie sconosciute. Li squadrò con brutalità.

– L’abbinamento vino e cibo risale a Galeno: vini forti con alimenti delicati, vini freddi con cibi caldi. Credevano che l’opposizione reggesse il mondo, lo tenesse in equilibrio. –

Dal fondo della tavola si levarono dei sospiri rochi. I nipoti sudavano freddo.

– Poi abbiamo cercato l’affinità, l’equivalenza fra sapori. Abbiamo creduto che il mondo fosse un posto buono: armonia fra tutte le cose. –

Ebbe un altro attacco di nausea mentre sorrideva. Si accorse che anche suo figlio si teneva la mano sullo stomaco e aveva la faccia pallida. Sua figlia stringeva il tovagliolo fino a farsi male, bianca come un marmo.

– Invece non esiste niente che non sia arbitrario, instabile. Tutti i miei abbinamenti funzionano solo perché ci siamo abituati. – una fitta ai bronchi lo fermò.

– E fra cinquant’anni non piaceranno più a nessuno. –

Sua figlia iniziò ad agitarsi sulla sedia: la sentiva borbottare che aveva un tremendo mal di testa, insopportabile.

– E quindi a che serve? Invecchierete e il vino, questo buon cibo, tutto diventerà pappa insapore, omogeneizzato di cenere e latte. –

Intorno al tavolo tutti si guardavano, qualcuno si era alzato gemendo rumorosamente, gli sembrava, e barcollava verso la porta. Qualcuno era a terra, sguardo al soffitto.

– “Bevi vino, ché una vita che ha in fondo solo la Morte meglio è che passi nel sonno, meglio è che passi in ebrezza” – disse sottovoce, incerto d’averlo solo immaginato.

– Vecchio stronzo – aggiunse con rispetto suo figlio.

Written by Carlo

31/10/2013 at 15:46

Lente

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immagine-111Quando era da solo si osservava continuamente, da capo a piedi. Osservava il proprio modo di camminare, lo strusciare dei piedi, e lo trovava inadeguato, fiacco. Cercava di correggerlo, alzando bene le suole consumate, e finiva per camminare impettito e dritto, come se stesse marciando. Teneva d’occhio il suo modo di guardare la gente per strada. Cercava di non fissare nessuno troppo a lungo, ma neanche di sfuggire un sorriso o uno sguardo, beni rari. Aveva affinato lo sguardo fissamente distratto che indossava ogni mattina come un elmetto. Comparava i suoi vestiti con quelli degli altri intorno a lui, sempre più alla moda, più adatti a girare per le strade della città. Era come una lente d’ingrandimento puntata su sé stesso e finiva per incendiarsi: gli mancava il respiro, si bloccava in piedi agli angoli delle strade. Non sapeva più decidere se andare avanti, tornare indietro, mettersi in ginocchio, piangere. Tutto gli sembrava ugualmente stupido. Faceva qualche passo verso Avenida Dolko, poi agitava il pugnetto chiuso contro il marciapiede, faceva finta di controllare l’ora e si affrettava, come se si fosse ricordato di un appuntamento, in direzione opposta. E ancora, come un pendolo. A volte impiegava delle ore per decidersi a tornare a casa, stremato.

Quando era in compagnia, invece, poteva rilassarsi e giudicare senza pietà i suoi compagni, trovandone i difetti, i modi di parlare volgari e dialettali, i gesti goffi, le scarpe troppo nuove o troppo vecchie. Quando per strada incontrava qualcuno che conosceva tirava un sospiro di sollievo e sentiva un cigolio provenire dall’immenso braccio porta lente che lo sovrastava in ogni momento. Alzava lo sguardo e vedeva quell’occhio spostarsi con curiosità sul suo vicino, scandagliandone i pensieri, i sogni e le speranze. Sorrideva, allora. Si diceva che in fondo la sua non era una vera condanna, che avrebbe potuto liberarsene in qualsiasi momento, che non era niente.

La lente era cresciuta con lui. Da bambino non era più alta di un cesto per la frutta, lo aiutava nell’osservare il mondo, era curiosa, allegra. Guardava fuori dalla finestra, gli amici, i genitori, scoprendone i difetti e le idiosincrasie. Erano cresciuti insieme, con un balzo verso i 13 anni. Era diventata grande come una bicicletta. Ed era affamata. Cercava continuamente, lui la sentiva, e quando aveva finito tutto quello che c’era in giro, si voltava verso di lui, senza più complicità, ma solo con astio, carica di rimpianti. Allora aveva iniziato a muoversi, a viaggiare, a incontrare più gente possibile per sfamare quel suo arnese ingombrante che cresceva, al contrario di lui, cresceva senza fermarsi. A 18 anni era grande quanto una piccola utilitaria e gli pendeva sul capo come un sasso. A 25 era un autobus. A 40 una petroliera che lo sovrastava oscurando il sole, il cielo e le nuvole. Sembrava rimproverarlo di qualcosa di vago. Una colpa antica e inespiabile. La sentiva scuotere leggermente la testa per quella perpetua delusione, per quel ragazzo venuto su tutto sbagliato.

Era considerato un tipo socievole. Stava sempre in compagnia, circondandosi di amici, cugini, famigliari e parentame in genere. “Ci vuole un gran bene” dicevano tutti “non vorrebbe mai che ce ne andassimo” aggiungevano subito dopo.

Written by Carlo

04/03/2013 at 16:28

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Racconto lungo/7

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(precede)

Il sindaco guardava Marco come una bestia rara. Ma di cosa stava farneticando? Un intrigo, a Casazza, con i Bettoni? Ascoltava facendosi scorrere il giornale fra le dita, avanti e indietro. Ascoltava i permessi negati ai Bettoni negli ultimi anni, i soldi persi, il Biondo, tutto mischiato a polpettone. Marco aveva gli occhi rossi e la barba. Aveva passato le ultime tre notti a controllare carte, ricostruire all’indietro la storia. Il Sindaco sorrideva e annuiva.

– Grazie Marco – disse. – mi sembra che sia tutto –

Marco lo guardò sorpreso. Aveva ancora una miriade di particolari da spiegare, mettere bene in luce, far combaciare con gli altri per dar peso alla sua tesi. Voleva spiegare i permessi negati, e quante donne aveva il biondo, e da dove gli venissero i soldi, e quale macchina usasse. Aveva ricostruito una ragnatela immensa in cui tutti i divorzi, le separazioni, riconducevano ad un’unica persona, come un ragno al centro. Il Sindaco ascoltò pazientemente per altri dieci minuti. E poi lo mi se alla porta, ringraziandolo, ringraziandolo di nuovo, eccellente lavoro.

Pochi giorni dopo i Bettoni presentarono quattro nuovi progetti che il Sindaco si curò di far approvare in tempi rapidi. A Casazza non divorziava più nessuno. E Marco si licenziò, continuando ad ascoltare musica, a sera, con gli occhi alla finestra e alle coppie del paese, ancora innocenti.

Written by Carlo

12/05/2010 at 09:15

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Racconto lungo/1

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Proviamo a fare così: voi leggete e io scrivo. Puntata per puntata. Ditemi cosa (se) vi piace, e dove andare a parare.

Sindaco

No, non avrebbe più sposato nessuno. Quando basta, basta. 12 matrimoni dall’inizio dell’anno. Neanche tanto pochi per un paesotto di provincia. Saranno le colline e il mazzo di fiori che offro. Ma 10 separazioni! Non bastano le statistiche, neanche quelle di una società post-industriale, a spiegarle. 10 su 12. Tremava all’idea che qualche giornalista di paese, quelli che scrivono di madonne piangenti e nonne centenarie, venisse a chiedergli conto. “Il Sindaco Sfascia Matrimoni”, già vedeva il titolo. No no, scosse il capo. Non avrebbe più sposato nessuno.

Il treno preoccupato dei suoi pensieri andò a sbattere contro un telefono che squillava. Strano per un Comune che a quell’ora qualcuno cercasse notizie, o formulari, o aiuti leciti, illeciti, o grigi, appartenenti a quell’area del legale ma non raccomandabile dentro la quale sono costretti a sguazzare ogni giorno i politici di ogni pasta. Sperava che da qualche parte nel palazzone si trovasse ancora uno stagista, qualcuno a contratto che, pur di farsi prolungare di qualche mese, fosse disposto a rimanere, sorridere e rispondere. Invece il trillo, moltiplicato di ufficio in ufficio dalle decine di apparecchi, frulli multi tonali, continuava instancabile. Come se non avesse altro da fare per il resto del tempo.

– pronto?

La voce di donna lo sorprese. Una voce conosciuta. Non era una delle impiegate, ma veniva in qualche modo da dentro il palazzo. Si registrano le cose a sezioni, nella testa degli uomini importanti, per risparmiare spazio e tempo a ritrovarle. Per argomenti, per luoghi, per anni: e quella stava dentro al Comune.

-Si, sono il Sindaco.

Improvviso un pianto. Mi scusi, mi deve scusare, mormorava la voce. Un ago gelido trafisse la schiena bianca del Sindaco. Non ha funzionato, piangeva. Il sindaco agitò le mani per aria come a scacciare un pensiero. Erano 11.

La mattina dopo non avrebbe voluto alzarsi dal letto. Fuori pioveva come Novembre e ancora non erano le sette.

(continua…)

Written by Carlo

14/03/2010 at 14:29

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Sig. Lanni

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Faceva un caldo infernale nella stanza e fuori nevicava. Fiocchi come pepite che scivolavano giù in silenzio, straniti. Tutte le strade imbiancate e i rumori si sentivano appena. Sedeva alla finestra da quasi quattro ore. Aveva visto il grattacielo immerso in un tramonto maestoso, ripetuto tante volte quante le centinaia di finestre a specchio. Poi lentamente le luci artificiali: bianche, verdi, rosse, blu, come una seconda esplosione. Ogni piano illuminato a giorno, tanto che si distinguevano le figure di altri noi camminare, cambiare ufficio, chiacchierando. Sembrava non facessero altro che trasportare fascicoli, documenti importanti, come facchini di lusso. Muoversi e chiacchierare: al telefono, in riunione. Che mestiere doveva essere quello. E poi, lentamente, partendo dal basso, le luci si erano spente. Prima a gruppetti piccoli, timorosi, poi sempre più sicuri, interi piani che diventavano neri. Al portone un fiume di impiegati ticchettava sui marciapiedi verso treni e supermercati e famiglie e letti. Rimanevano poche stanze accese, alcune vuote. Avrebbe voluto alzarsi, cucinare qualcosa, ascoltare della musica, ma non poteva. Era incollato alla finestra ad osservare ogni minuscola cella di un alveare. Contava le telefonate di chi doveva lavorare con paesi che si stavano svegliando. Creava nuove costellazioni con le finestre rimaste accese. Un’orsa maggiore? Orione? Le univa in configurazioni sempre più complesse iniziando una sua mitologia. Avrebbe potuto continuare all’infinito. Improvvisa, sentì la chiave nella porta.

– Eccomi qua signor Lanni – disse – non l’ho fatta aspettare troppo, no? –

Se avesse potuto parlare, il signor Lanni, brutta stronza di un’infermiera. Se solo avesse potuto muoversi.

Written by Carlo

02/03/2010 at 22:35

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